Festival di Venezia. Recensione: VOYAGE OF TIME – LIFE’S JOURNEY di Terrence Malick (confessioni e delusioni di un malickiano devoto)

27552-voyage_of_time_-_life___s_journey_1Voyage of Time – Life’s Journey, un film di Terrene Malick. Voce narrante di Cate Blanchett. Concorso Venezia 73.
OLYMPUS DIGITAL CAMERASono un malickiano di stretta osservanza: ho difeso perfino To The Wonder e Knight of Cups. Ma stavolta no, stavolta non ce l’ho fatta a farmi piacere questa storia del mondo il cui il titanismo di Malick e la sua ambizione al Grande Discorso prevalgono su tutto. Certo, le immagini sono mirabili, ma quante volte sant’Iddio li abbiamo visti i vulcani islandesi in eruzione seriale? Voyage of Time è The Tree of Life senza però Jessica Chastain e Brad Pitt. Ma cercherò di rivederlo per scoprirci tesori che non son riuscito a notare. Perché un malickiano devoto non si arrende. Voto 6 e mezzo

Cate Blanchett, voce narrante

Cate Blanchett, voce narrante

Malick è Malick. Ovverossia il più grande oggi. Punto. Considero The Tree of Life uno dei vertici, insieme a The Master, del cinema degli anni Duemila. Ho difeso dagli sberleffi e dai buuh con cui son stati accolti rispettivamente a Venezia e a Berlino i suoi successici To The Wonder e Knight of Cups. Ma questo da me attesissimo, e non solo da me, Voyage of Time (ieri alla Sala Darsena per il press screening c’era la fila più lunga vista a questo festival) mi ha spiazzato. Fatico a dire che non m’è piaciuto, perché mi sembra blasfemia trattandosi di Malick. Ma credo proprio che stavolta il lato oscuro o il lato debole di TM, la sua sentenziosità, la sua propensione per il filosofeggiare pop (sì, lo so che nasce filosofo di passioni heideggeriane, ma questo non basta a piegare), le sue cosmogonie, il suo riportare il frammento, il pulviscolo all’interno del Grande Ciclo dell’Universo, abbiano prevalso sul mirabile regista in grado di trasfigurare, sublimare attraverso le immagini e le visioni anche il materiale più sdato. Voyage of Time – banale dirlo ma non si può non dirlo – è The Tree of Life, quasi un suo stanco spinoff, senza però la storia umana, molto umana, della famiglia protagonista, in una dilatazione della cornice sulla natura che qui diventa il tutto. E che tutto. Nientemeno che, come di avverte minaccioso il titolo, il viaggio nel tempo, il viaggio della vita e dentro la vita. Perché non c’è Malick senza massimalismo di pensiero e di progetto, e senza ambizioni superumane. Il cinema di Malick, come quello un tempo di Herzog, è impresa impossibile o non è. Ed ecco ancora una volta, esattamente come in The Tree of Life, il micro e il macro, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, l’origine e la fine dell’esistenza. Anche, m’è parso di capire, un raccontare che parte dall’autocostruzione o autocreazione del cosmo (o dalla sua costruzione eterodiretta) all’oggi della tecnologia e dell’urbanizzazione trionfante. Dall’assoluto naturale all’artificiale. In mezzo c’è di ogni, ed è un ogni abbastanza prevedibile, anche se naturalmente messo in immagini mirabili. Deserti, vulcani, acque, animali di terra e animali degli abissi marini. E cascate, nebbie, fumi, vapori. E forme animali e vegetali stupefacenti (il ballo delle meduse rischia di entrare tra i classici come quelli dei pianeti di Odissea nello spazio, film cui peraltro Voyage of Time assomiglia molto, anzi troppo). Gazzelle, leoni, leopardi, ghepardi. Serpenti di ogni specie. Animali meravigliosi e animali repellenti. Forme ossificate che sembrano venire dirette dall’origine del mondo e altre in continua mutazione. Sì, è uno spettacolo signora mia. Ma quante volte li abbiamo già visti quei vulcani islandesi eruttanti in serie? E le savane? E le stratificazioni di rocce nei canyon che sembrano intarsi d’artista? Troppe volte, a partire dai salvaschermo in dotazione a ogni pc e ogni mac. Per non parlare dell’overdose di filmati di natura riversati dal web e dalle tv dedicate. Certo, Malick è Malick, mica un qualsiasi mestierante di Discovery Channel. Sceglie, gira, soprattutto monta come nessuno, eppure non ce la fa stavolta a scuoterci, a vincere il senso di déjà vu che inesorabilmente ci invade. La retorica della natura madre e/o matrigna è così forte che nemmeno un genio come lui riesce a attraversarla senza pagare pegno. Funziona abbastanza l’alternanza delle parti naturallistiche con immagini documentarie etnografiche riprese qua e là sulla terra, di solito di gente d’Asia e d’Africa, anche se il rischio dell’esotismo e dell’estetica degli stracci non è sempre evitato. Funziona molto meno invece la parte diciamo così artificiale del film, quelle ricreate in studio o con attori. Le sequenze spaziali in tutta evidenza ricostruite con gli effetti speciali. E sono davvero pessime quelle con i fintissimi aborigeni e con le tribù d’Africa che vediamo subito dopo, con mamme carinissime e bimbette pure che sembrano scelte su un qualche book d’agenzia. Va bene l’ennesima eruzione islandese, l’ennesima corsa attraverso i canyon, ma questo no. Voce narrante di Cate Blanchett, tutto un ‘madre dove sei’, ‘madre ora ti ritrovo’ ecc., a suggerire che la natura è ovviamente madre, e che dal suo grembo tutti veniamo e tutti torneremo. Cercherò di rivederlo (non qui a Venezia però), sperando di amarlo almeno un po’. Perché un malickiano mica si deve arrendere così.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Festival di Venezia. Recensione: VOYAGE OF TIME – LIFE’S JOURNEY di Terrence Malick (confessioni e delusioni di un malickiano devoto)

  1. Pingback: recensione: KINGHT OF CUPS, un film di Terrence Malick. Un capolavoro imperfetto | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: recensione: KNIGHT OF CUPS, un film di Terrence Malick. Un capolavoro imperfetto | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.