Festival di Venezia. Recensione: PARADISE di Andrei Konchalovsky. Melodramma non così riuscito di nazismo, resistenza e Shoah

33808-paradise_533806-paradise_4Paradise, un film di Andrei Konchalovsky. Con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philipoe Duquesne. Concorso Venezia 73.
33804-paradise_1Tre ai tempi del nazismo: un commissario nella Francia occupata, una principessa russa emigrata a Parigi, una SS tedesca. Ognuno racconta la sua storia come in un confessionale, o in un tribunale. Dove sono, e chi sono davvero? Scopriremo che le loro traiettorie si incroceranno. Con tanto di amore ritrovato in un lager. Film ambiguo, e irrisolto nonostante il gran mestiere di Konchalovsky, pencolante tra momenti di grande cinema e altri imbarazzanti e insostenibili. Voto tra il 5 e il 6
33814-paradise_3È tornato il russo Andrei Konchalovsky, autore di lunga e gloriosa carriera (Siberiade, Maria’s Lovers, il meraviglioso A 30 secondi dalla fine), che un tre anni fa era molto piaciuto qui a Venezia con Le notti bianche del postino portandosi anche a casa un premio importante. Ma stavolta arriva al Lido con un film che non ha replicato l’esito di quello e ha nettamente diviso tra sostenitori e detrattori (parecchi buuh e schiamazzi alla prima proiezione stampa). Dramma e melodramma in bianco e nero, che fa alta autorialità e che con le giurie e pubblici dei festival funziona sempre alla grande, collocato in uno dei periodi più neri del secolo breve, quello dei campi di sterminio nazisti. Solo che oggi, se appena ti vuoi misurare narrativamente con la Shoah, non puoi non fare i conti con un film-spartiacque come Il figlio di Saul che della Shoah ha reinventato la rappresentazione, e con un libro come Le benevole di Jonathan Littell. Invece Konchalovsky, figlio del suo tempo e della sua generazione, anche in un racconto generoso e indignato come Paradise non riesce a evitare gli ormai insostenibili cliché, con tutti quei nazisti che si muovon come marionette meccaniche, blaterando di superomismi e niccianesimi volgarizzati e ululando ossessivamente heil Hitler. Una mitologia che Littell ha minuziosamente smontato nel suo sconvolgente romanzo, per mostrarci la normalità del male e il distacco catatonico, anestetizzato, di chi lo produce su scala industriale, il che è ben peggio di ogni nazista-mostro. Quel che è davvero rilevante in Paradise è la struttura narrativa. Tre personaggi, il francese Jules, la russa Olga, il tedesco Helmut, che raccontano la propria vita e la propria verità inquadrati a mezzobusto in un ambiente astratto e asettico, tutti nella stessa grigia uniforme, mentre guardano in macchina. Dove sono? Chi sono? Non posso dire granché in questa era di paranoia di massa per gli spoiler (Dio mio, siam cresciuti conoscendo già la fine di romanzi e film godendoceli lo stesso, quest’ansia del non-rovinarmi-la-visione è solo un ulteriore sintomo dell’infantilizzazione dilagante). Dunque lancio solo un indizio. Avete in mente la voce narrante dell’incipit di Viale del tramonto di Billy Wilder? Ecco, in questo Paradise l’espediente è moltiplicato per tre, oltretutto in voce e volto. Ma torniamo alla storia. Francia: nella Parigi occupata dai tedeschi una signora viene arrestata in quanto membro della resistenza e per aver aiutato bambini ebrei a nascondersi. Olga è una principessa bianca esule dalla Russia bolscevica, lavora per Vogue, si ritrova di colpo in galera mentre il commissario Jules cerca di estorcerle informazioni sui resaux clandestini. Finirà in Germania, in un campo di sterminio dove oltre agli ebrei son detenuti i dissidenti politici come lei. In parallelo alla sua storia si svolge quella di Helmut, aristocratico tedesco che, prostrato dall’abisso in cui è caduta la Germania dopo la sconfitta nella grande guerra, si converte al nazismo sognando la rinascita e decidendo poi di entrare nel suo corpo più fanatico e ideologizzato, le SS. Dopo aver fatto parte delle Einsatztruppen, quelle che nella Russia invasa organizzavano i massacri degli ebrei nelle fosse (leggere Le benevole, please, dove tutto è meticolosamente spiegato), vista la sua inossidabile fedeltà alla causa vien mandato nei lager a arginare corruzioni e furti di capi e capetti, e punire i colpevoli. Finirà col ritrovare Olga, adesso prigioniera, ma da lui conosciuta nel ’33 durante una vacanza in Italia e diventata per lui una sorta di ossessione erotica. L’aveva inseguita allora e l’aveva perduta, ritrovarla adesso nel lager lo fa sperare in un nuovo possibile ricominciamento, tant’è che se la prende come serva personale per sottrarla alla morte sicura nelle camere a gas. Siamo pericolosamente vicini a quei film degeneri e degenerati, figli bastardi del Portiere di notte, che negli anni Settanta diedero vita al filone detto pornonazi, o nazi-exploitation, anche se Konchalovsky è troppo scafato per cadere nel baratro. Intanto Helmut ritrova un amico sopravvissuto pure lui alle peggio battaglie e ai compiti più luridi, amico che ha per lui un’attrazione omoerotica anche se mai esplicitata, ed ecco riaffacciarsi un altro cliché, il vecchio binomio omosessualità-nazismo, omosessualità come perversione borghese e segno di decadenza, che imperversava nella (in)sensibilità collettiva prima che i movimenti gay lo rovesciassero completamente e si instaurasse il politicamente corretto. La parte migliore di un film a tratti abilissimo anche se equivoco, e girato con indiscutibile mestiere e senso dello spettacolo, è quella italiana. Ed è incredibile come un russo abbia azzeccato tutto, le atmosfere, i meravigliosi abiti maschili e femminili, quel clima di fatuità prima della tragedia che fu dell’Italia mussoliniana degli anni Trenta, gli anni del consenso per dirla secondo Renzo De Felice, e se per caso avete in mente le foto di Galeazzo e Edda Ciano, con loro due di inarrivabile eleganza, sapete quel che dico. E come sottofondo sonoro Parlami d’amore Mariù nella versione, mi pare, di Vittorio De Sica. La parte finale (arrivano i russi!) è concitata e narrativamente contraddittoria. Con un colpo di scena che non si spiega, se non buttandola sul senso di espiazione (in Paradise c’è anche, nemmeno troppo celato anzi clamorosamente evidente nel finale, un lato religioso). Helmut è slavista, appassionato di letteratura russa e nell’orrore del lager disquisisce di Cecov con l’amico innamorato. Il quale ha salvato dalla distruzione tedesca mezza biblioteca di Kharkov e lo informa di come la prima fidanzata di Cecov, ebrea, sia finita nelle camere a gas proprio in quel campo. In questo film il meglio e il peggio si susseguono, gli squarci di gran cinema si alternano a momenti imbarazzanti ed equivoci (vogliamo parlare della kapò che costringe Olga ad ‘accarezzarla’?). Ma Paradise è così abilmente confezionato che potrebbe prendersi un premio se le solite geometrie variabili delle giurie si fissassero nel punto giusto, e potrebbe avere una grande carriera internazionale.

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3 risposte a Festival di Venezia. Recensione: PARADISE di Andrei Konchalovsky. Melodramma non così riuscito di nazismo, resistenza e Shoah

  1. matteo scrive:

    A 30 secondi dalla fine

  2. Pingback: I film di Venezia e Locarno sono a Milano da lunedì 19 settembre: la magnifica abbuffata | Nuovo Cinema Locatelli

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