Festival di Venezia. Recensione: ON THE MILKY ROAD di Emir Kusturica chiude il concorso. E non è un pessimo Kusturica

29422-na_mlije__nom_putu__on_the_milky_road_____marcel_hartmann_3On The Milky Road (Na mliječnom putu), di Emir Kusturica. Con Emir Kusturica, Monica Bellucci, Predrag Manojlovic, Sloboda Mićalović. Concorso Venezia 73.
29424-na_mlije__nom_putu__on_the_milky_road_____marcel_hartmann_2Storia di un amore impossibile nella post-Jugoslavia in guerra. Lei è mezza italiana, lui un mite trasportatore di latte. Si innamorano contro tutti e contro il mondo. E saranno costretti a scappare. Si balla, si canta, si spara, ci si ubriaca come in tutti i film di Kusturica, con qualche cedimento romantico in più rispetto al solito. Un film che si lascia guardare, con una Monica Bellucci meravigliosa che illumina da sola la scena. Poi certo c’è quel surrealismo à la Kusturica difficile da sostenere, e c’è un cattivo un po’ troppo di comodo. Voto 6
29420-na_mlije__nom_putu__on_the_milky_road_____marcel_hartmann_1Mai amato il cinema di Emir Kusturica e le sue ballate balcaniche sovreccitate e pure moralmente equivoche, con quell’ammazzare, sgozzare, ballare, ubriacarsi aalla più alta gradazione alcolica possibile, il tutto mescolato e indistinto, in una rappresentazione delle peggio e delle meglio pulsioni insieme. Detesto, a dirla tutta, Underground, il Kusturica più famoso e premiato, l’ho sempre trovayo trovo indecente, ecco. Continuo a pensare che non si possa metere in scena la guerra così, senza il minimo filtro, solo situandosi al livello del sangue a catturarne e trasmetterne l’odore, che sia il sangue dei carnefici o delle vittime. Ma Kusturica è di sicuro un gran costruttore di storie,  ha quella naturale capacità incanatoria dei narratori orali, dei cantastorie, dei ciarlatani anche delle fiere di paese. Quello è sempre stato, e continua a essere in questo On The Milky Road. Dove l’allusione alla Via lattea non ha niente di cosmico – mica siamo in Malick – e neanche di buñueliano, solo un’allusione al lavoro del mite portagonista, musicista finito negli abissi delle guerre jugoslave a fare con il suo asino il trasportatore di latte dalle fattorie ai mercati. Siamo verso la fine della guerra tra Croazia e Serbia, se ho ben capito nella Krajna, enclave di etnia serba inl territorio croato (da lì si cannoneggiava la costa dalmata, colpendo anche obiettivi di nessuna rilevanza militare come il centro storico di Dubrovnik). In una villaggio tra i monti si balla, si canta, ci si ubriaca, si amoreggia, si spara, si ammazza, ci si fa ammazzare, si fa la guerra e si vive la pace appena firmata senza crederci troppo. Tutto quello che vi aspettate da Kusturica c’è, un Kusturica che stavolta si ritaglia pure la parte protagonista quale portatore di latte e innamorato (e bisogna dire che gli anni suoi non li dimostra per niente). Ha per amico un falco pellegrino e un serpente che si abbevera tranquillo al suo latte. E c’è una ragazza assai caliente, fiammeggiante secondo balcanico cliché (quando balla e spara sembra uscire da un Robert Rodriguez) – di nome Milena innamorato di lui e decisa a sposarselo, anche se lui, Kosta, nel frattempo è rimasto folgorato dalla mezzastraniera appena arrivata nella valle. Una sconosciutà metà serba e metà italiana con alle spalle una storia da melodramma. Per lei, mentre se ne stava in un campo di rifugiati come la Ingrid Bergman di Stromboli, ha difatti perso la testa un generale inglese dello SFOR, le forze internazionali diciamo così di pace (sempre che abbia capito bene, perché il film non ci dice granché al riguardo, e il il pressbook ancora meno), che da lì l’ha prelevata per farne la sua donna. Arrivando a uccidere la moglie per vivere forever and ever con la rifugiata (diventa tutto plausibile se si pensa che lei è Monica Bellucci, qui al suo meglio da molti film a questa parte). Ma lei non gli si concederà, anzi testimonierà in tribunale contro di lui. Sicché il generale ha promesso vendetta, tremendissima vendetta, mandando i suoi uomini e averla a ogni costo, dead or alive. Come in un western. Ovvio che quando alla minacciata propongono di sposare un eroe serbista là in quel villaggio nella Krajna lei pensa bene di accettare, sperando di sfuggire alla caccia. Ma le geometrie del desiderio si sa non son mai quelle previste. Così il lattaio destinato al matrimonio con Milena si innamora della sposa promessa all’eroe, della dona venuta dal niente, e lei di lui. Soli contro il mondo. Ci si diverte abbastanza, in questa prima parte di film, tra galline narcise che si guardano e starnazzano allo specchio, vecchi orologi austroungarici dalla complicata e pericolosa meccanica, struggenti canti balcanici nelle taverne avvinazzate, e una gran quantità di animali variamente sgambettanti, ululanti, belanti, cinguettanti, volanti, striscianti, in una sorta di arca di Noè sfiorata ma non devastata dalla guerra. Poi arrivano le forze speciali mandate dal generale inglese a rapire e/o uccidere la bellla, e il villaggio vien messo a ferro e fuoco. Comincia la fuga degli amanti, in una romanticheria che si configura esattamente come l’altro lato della selvaggeria del cinema di Kusturica. Ambienti di massima bellezza naturale, un paradiso in terra in attesa del paradiso vero, peraltro evocato e perfino rappresentato in una scena. I cattivissimi fanno un macello, gli amanti corrono e corrono mano nella mano, e per depistare gli inseguitori stan sott’acqua respirando con la cannuccia, come in certi Topolino anni Cinquanta. Purtroppo si fa anche strada il lato surreal-visionario del peggio Kusturica, serpenti salvatori, la coppia che ascende al cielo e volteggia come in un clone di Chagall, e a quel punto sì che vien voglia di scappare dal cinema. Con una parte finale di conversione religiosa e espiazione, cupi ma sempre suggestivi canti ortodossi, corrusche liturgie baluginanti d’oro, e un monaco che trasporta su e giù da una montagna delle pietre. Che è poi un autoriciclo, trattandosi dell’episodio firmato Kusturica di Words with Gods, il brutto film sulle religioni realizzato a più mani e coordinato da Guillermo Arriaga, proiettato proprio qui a Venezia in chiusura di festival un tre-quattro anni fa. Autoriciclo numero 2 del concorso dopo quello di Spira Mirabilis dove i due registi hanno ripreso qualcosa, e anche di più, dal proprio precedente L’infinita fabbrica del Duomo. Ma a dare una bella mano al film c’è Monica Bellucci, meravigliosa, in una delle sue migliori apparizioni cinematografiche di sempre. E dico apparizioni, e non interpretazioni, perché Bellucci si mostra, si concede ai devoti, come i santi, come la Madonna, e sia detto senza la minima ironia. Oggi, al cinema, è tra le pochissime a poterselo permettere. Non proprio impeccabile la visione chiamiamola politica che soggiace al film, dove il dichiaratamente nostalgico della vecchia Jugoslavia Emir Kusturica tutti assolve, croati e soprattutto serbi. Qui a fare i cattivi non sono i popoli balcanici ma la soldataglia mandata dal generale inglese. E allora va bene tutto, caro signor Kusturica, ma questo si fatica a digerirlo. Le guerre balcaniche con reciproche pulizie etniche, massacri e sgozzamenti mica se le sono inventate gli europei. Sono un puro prodotto locale, o no?

 

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