Festival di Venezia 2016. Recensione: SÃO JORGE di Marco Martins. Un pugile fallito nella Lisbona del degrado

28120-s__o_jorge_4São Jorge (San Giorgio), un film di Marco Martins. Con Nuno Lopes, Mariana Lopes, David Semedo, Jose Roposo. Portogallo. Presentato al festival di Venezia della sezione Orizzonti.
28118-s__o_jorge_3Uno dei film entrati nel palmarès della sezione Orissonti (premio come migliore attore a Nuno Lopes). Siamo a Lisbona, nel solito degradato quartiere dove ogni speranza è moribonda. Un boxeur a fine carriera accetta di lavorare come esattore in un’agenzia criminale di strozzinaggio e recupero crediti. Sarà una via crucis. Benissimo girato, interpretato, diretto, São Jorge ha però il limite del risaputo e del déjà-vu. E di essere un po’ troppo calcolato ed esemplare. Un buon film, non un grande film. Voto 6 e mezzo
28122-s__o_jorge_1Premio al protagonista Nuno Lopes come migliore attore nella sezione Orizzonti. Il che va anche bene, il ragazzo è bravo, se non fosse che Lopes ha rischiano di rovinare tutto con uno speech di ringraziamento interminabile, ricordando senza che nessuno lo potesse fermare tutto e tutti, e invocando pure un intervento di risanamento da parte dei publici poteri nell’area in cui è girato il film, uno dei quartieri più degradati di Lisbona. Non se ne poteva più, anche perché il suo discorso (insieme a quello di un altro signore, stavolta italiano) ha contribuito a ritardare la serata facendola sforare oltre l’ora stabilita, tanto che Rai Tre ha dovuto tagliare la diretta tv prima che si proclamasse il Leone. Se ne tenga conto, per i prossimi festival. E si stabilisca, come han fatto agli Oscar, un tempo massimo per ogni speech, e i ringraziamenti vadano in sottopancia. Anche se dopo tanta logorroica impresa qualcuno ha rimpianto che gli fosse stato dato quel riconoscimento, il signor Nuno Lunes – un compito e occhialuto ragazzone, assai lontano dal boxeur fallito che interpreta in São Jorge – non se l’è demeritato. Il pressbook assicura che, digiuno di boxe, si sia allenato per sei mesi mettendo su, alla De Niro in Toro scatenato, qualcosa come venti chili, e che le botte che vediamo in corso di proiezione le abbia prese (in parte) davvero. Di questo film portoghese s’è parlato subito – il buzz tra gli accreditati stampa era fortissimo – come uno dei probabili candidati alla vittoria di Orizzonti. Ha poi prevalso Liberami di Federica Di Giacomo, ma nella mappa del palmarès è entrato comunque. Pareri divisi. Per qualcuno un gran film alle porte del capolavoro, in my opinion invece un film fin troppo calcolato e programmato nella sua messinscena perfetta, nel suo maneggiare il modello narrativo dardenniano, quadri di vite miserande in ancora più miserande location. Ormai un genere codficato. Che il regista Marco Martins fa suo attraverso una messinscena impeccabile e altamente formalizzata e stilizzata, anche troppo, rischiando forte l’equivoca estetica degli stracci.
Jorge è un pugile a fine carriera, costretto per tirare su la solita maledetta manciata di euro a degradarsi e a farsi menare in incontri di infimo livello. Ha un figliolo a carico, avuto da una brasialiana che l’ha mollato, stanca di promesse di benessere mai mantenute. Vive in famiglia, con un padre ch ce non perde occasione di ricordargli i suoi fallimenti. Finché gli arriva un giorno la proposta indecente da parte di un’agenzia criminale di recupero crediti, leggi strozzini, quale esattore. Con l’incarico non detto ma chiarissimo di passare alle minacce e anche peggio nel caso il debitore si ostinasse a non pagare. Ma Jorge è d’animo troppo gentile, nonostante quella faccia e quel fisico da San Sebastiano martoriato dal ring, per uno sporco mestiere come quello. La parte migliore sta nella sfilata delle varie vittme dello strozzinaggio, compreso uno chef d’alta gamma che molto se la tira, ma strapieno in realtà di debiti (e chi, come me, odia il divismo in padella, avrà goduto di questo ritratto antipatizzante di un rappresentante, per quanto portoghese, della categoria). Film scritto assai bene, con assoluta consapevolezza stilistica nonostante lo scarso budget e il poco tempo a disposizione. Davvero, i mezzi economici limitati non si vedono neanche un po’, fotografia smagliante di contrasti e ottimi colorismi cupi, regia che non sbaglia niente, interpretazioni eccellenti, insomma un perfetto prodotto da festival che potrebbe anche avere buona circolazione negli arthouse. Ecco, gli manca il senso della vera necessità, gli manca l’anima, il suo viaggio nelle miserie della cntemporaneità sa troppo di già visto, anche se i modi adottati da Marco Martins si discostano, nel loro accentuato formalismo, dl rigorismo poveristico e dimesso dei maestri e fondatori del genere, i fratelli Dardenne. E quel riferirsi al semi-commissariamento del Portogallo a inizio decennio da parte della Troika come del più infelice periodo vissuto dal paese, è davvero troppo ideologico (lo stesso aveva fatto Miguel Gomes nel suo primo epsisodio di Le mille e una notte, per poi grazie a Dio subito dimenticare la polemica politica per concentrarsi sulle sue visioni).

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