Recensione: THE BEATLES, EIGHT DAYS A WEEK di Ron Howard. Gli anni belli (e live) dei Fab Four in tour

beatles_3_20160805_1525706705The Beatles, Eight Days a Week, un documentario di Ron Howard. Con la partecipazione di Paul McCartney, Ringo Starr, Whoopi Goldberg, Elvis Costello, Larry Kane, Sigourney Weaver. Seguono 30 minuti di registrazione del concerto dei Beatles allo Shea Stadium di New York del 1° agosto 1965. Al cinema fino al 21 settembre.
beatles_2_20160805_1972617103Ron Howard ricostruisce con materiali visivi in parte inediti gli anni delle esibizioni live dei quattro di Liverpool, dai concerti al Cavern (1962) all’ultimo tour americano (1966). Con le voci e i volti di Ringo Starr e Paul McCartney oggi, e altri testimoni di quel tempo. E con parecchie incursioni nel privato di allora della band. Poche le rivelazioni, tutto è molto ufficiale e fin troppo rispettoso del mito (a commissionare il film è la Apple Corps.). Per fortuna le immagini dicono molto, e ancora di più la musica, sempre una meraviglia. Voto tra il 6 e il 7
beatles_1_20160805_1359334965I Beatles son sempre irresistibili, ed è ancora un godimento vederli-sentirli in registrazioni di concerti live che sono la gran parte, la parte viva, di questo documentario assemblato da Ron Howard – sì, il regista di Rush, Apollo 13, Frost/Nixon, Il codice Da Vinci – dopo aver preso visione e possesso di materiale sia conosciuto sia inedito raccolto attraverso appelli lanciati sui fans site (pare sia arrivato di tutto, compresa la discesa dal palco dei Fab Four dopo l’ultimo loro concerto, a San Francisco, immagini rimaste custodite per decenni sotto il letto del fan che le aveva riprese). Non aspettatevi grandi rivelazioni, purtroppo o per fortuna – dipende dai punti di vista – qui non si va a rovistare nel backstage e relativi angoli bui e magari non così immacolati della più celebre band musicale a oggi, niente ci verrà detto che già non sappiamo sugli anni oscuri con cambi di formazione che precedettero la gloria. E niente sulla fase della disgregazione finale culminata nella separazione del 1970, niente sui presunti nefasti influssi sulla concordia e compattezza del quartetto da parte di Yoko Ono in Lennon, anche meno di niente sulla morte per overdose di farmaci e alcol di Brian Epstein, il manager che dalla natia Liverpool li portò dove sappiamo. Quanto vediamo è rigorosamente la historia official, non si esce dal canone beatlesiano, anche perché trattasi di ufficialissima operazione varata da Apple Corps, l’azienda di famiglia, con benestare e fattiva collaborazione dei due Beatles superstiti, Ringo e Paul, e delle vedove Harrison e Lennon. Operazione affidata da Apple Corps a Ron Howard perché mettesse mano al molto materiale e ne cavasse un film, con tanto di rivitalizzazione e pulizia tramite restauro digitale in 4k. Una scelta doveva pure essere fatta per non soccombere all’enormità dell’impresa, e la scelta è stata –  come si evince dal titolo originale The Beatles, Eight Days a Week: The Touring Years, ma non da quello, troncato, dell’edizione italiana – di concentrarsi sulle esibizioni live, un periodo ristretto che va dagli esordi al Cavern di Liverpool nel ’62 fino all’ultimo concerto nel 1966 a chiusura dell’ennesimo tour americano. Con una coda, l’esibizione dal vivo il 30 gennaio 1969 sul tetto della sede della Apple al 3 in Savile Row, di cui vediamo un paio di brani tra cui Don’t Let Me Down (l’intero evento fu immortalato, stavolta è il caso di dirlo, nel film Let It Be; faceva un gran freddo, tant’è che tre dei quattro sono avvolti in pellicce molto hippie che oggi farebbero urlare gli animalisti ). Scelta interessante, che però taglia fuori gli anni post-66 (tranne l’ecezione di cui sopra), gli anni dei migliori e più maturi Beatles, quelli di Revolver, Sgt. Pepper’s, dell’album bianco. Per capirci: Revolver esce il 5 agosto 1966, il 29 agosto i Beatles chiudono per sempre i loro concerti al Candlestick Park di San Francisco senza che neanche un brano del nuovo album entri in scaletta (se mi sbaglio gli storici dei Beatles correggano, grazie). Questo film, peraltro balsamo perfetto per chi soffre di nostaglia e per chi quei tempi li avrebbe voluti vivere ma è arrivato al mondo parecchio dopo, non ci fa sentire il meglio del meglio dei grandi quattro di Liverpool. Solo di straforo Girl (e non dal vivo, anche se composta prima del ritiro dal palco del ’66) e Lucy in the Sky of Diamonds, niente Eleanor Rigby. Accontentandosi, si può comunque ricavare parecchio diletto dalla visione e ascolto di Eight Days a Week, allusione immagino a quanto dense fossero le giornate dei Beatles negli anni iniziali della loro storia. Li vediamo alla fase aurorale nei concerti al Cavern di Liverpool, in trasmissioni televisive, ospiti alla radio, sentiamo il Ringo Starr e il Paul McCartmey di oggi (con quella baby face raggrinzita pericolosamente somigliante a Donald Trump) rievocare il tempo della pre-celebrità, il loro solidificarsi come gruppo nella stagione ancora anonima, povera ma bella, del praticantato ad Amburgo. Lungo tutto il film i pezzi live si alternano a testimonianze non solo dei due Beatles ancora su piazza, ma anche a dichiarazioni registrate di George Harrison e John Lennon. Oltre che a contributi di gente che in vario modo ebbe a che fare con i loro tour, tra cui Sigourney Weaver e Whoopi Goldberg, che in America videro e sentirono i Beatles da ragazzine, e il giornalista Larry Kane, che resocontò il loro primo memorabile giro americano, anno 1964, quello che vide scoppiare a livelli di impressionante isteria la Beatlesmania e fece parlare di British Invasion. Formidabili quegli anni, qui rievocati in continui andirivieni tra concerti e momenti privati. Si direbbe, a vedere il materiale e a sentire i testimoni, che i Beatles fossero amici veri, legati da genuino affetto e comunanza di progetti e obiettivi. E che piacere vedere il genio al lavoro nella sua fase sorgiva e quasi inconsapevole di sé, irriflessa, ragazzi che senza tirarsela si mettono in studio a registrare, suonare, inventare. Anche cazzeggiare. E vengon fuori capolavori. Con John che arriva con una canzone già mezza fatta e Paul che la finisce lì per lì, o i due che inventano pezzi alternandosi alla chitarra, in una felicità e in un’apparente semplicità e leggerezza davvero mozartiane (qualcuno nel film sostiene che la produzione dei Beatles per quantità e qualità è seconda solo a Mozart, e sarà anche esagerato, però mica così tanto). Nessuno di loro poteva solo immaginare che cosa sarebbe successo e sarebbero diventati. Son ragazzi di Liverpool, della Liverpool non coltivata e non benestante, ognuno con il suo carico di talento e ambizione, anche con qualche ferita personale alle spalle. L’alchimia tra loro sembra frutto del caso, ma forse la si deve anche al talento promozionale di Brian Epstein, il ragazzo che apparteneva alla Liveropool bene, ‘così classy’, dicon di lui Paul e Ringo, segretamente omosessuale, segretamente tormentatissimo, ma così soave nella sua sua eleganza. È lui a inventare i Beatles come prodotto e icone, le loro divise uguali, i loro capelli a caschetto, gli stivaletti. Ma tutto nasce in fretta, senza pensarci troppo su, e vien da paragonare la costruzione e nascita del loro mito, creato in un attimo là in provincia, ai costosi apparati di guru e strateghi che stan dietro oggi a ogni piccola, mediocre star. Naturalmente il film dedica un bel po’ di metraggio, in parallelo con la crescita della popolarià beatlesiana e la conquista delle charts, allo scoppiare della beatlesmania, o meglio beatleshysteria, il popolo di ragazzine urlanti, come possedute, al solo esserci di John, Paul, George e Ringo. Fu fenomeno prevalentemente femminile, per questo a mio parere uno dei documenti sorprendenti e più belli di Eight Days a Week è la marea umana solo maschile che allo stadio di Liverpool canta compatta She Loves You come un inno, e vengono i brividi. Poi l’età dell’innocenza comincia a svaporare. Il sogno si trasmuta nel suo opposto, si incupisce, si colora di nero. Se i primi tour americani sono un trionfo (furono quattro), l’ultimo è un incubo. Le folle ai concerti, ormai traslocati negli stadi, diventano sempre più aggressive e tumultuanti. La dichiarazione rilasciata in Inghilterra di Lennon “siamo più famosi di Gesù”, che voleva essere solo una fattuale, avalutiva constatazione di quanto stava loro avvenendo intorno, viene interpretata in America, nella Christian Belt, come blasfemia, e comincia il boicottaggio. Il dischi dei Beatles vengono bruciati, loro messi al rogo in effigie, le minacce si infittiscono. E i quattro si ritrovano nella paranoia di un tour sempre più protetto dalle forze di sicurezza, sempre più alienati e separati dal loro pubblico, ormai una marea umana fuori controllo. È un incubo il concerto a Cincinnati sotto la pioggia, con il rischio di cortocircuiti e incidenti, e loro sono stanchi, affranti, non ce la fanno più. Come ricordano in questo film, pur cautelosamente, sia Paul McCartney sia Ringo Starr. Decideranno di dire basta con le esibizioni live, quella del 29 agostto 1966 a San Francisco sarà l’ultima. La faccia oscura della fama si è manifestata, la felicità e l’ingenuità dei primi anni sono perdute, irrimediabilmente. Con Help, con quella rischiesta di aiuto in musica, avevano già espresso il loro smarrimento, adesso c’è la rinuncia. A loro, che non si sono mai sentiti animali da concerti dal vivo, lo stop non pesa troppo. Continueranno a fare quel che amano di più, ritrovarsi in studio ogni mattina sotto l’occhio vigile del produttore George Martin, lavorare duro ma divertendosi, suonare, comporre, improvvisare, registrare. Questo film poco o niente ci dice dei retroscena, tutto è mantenuto sulla superficie, del resto molto consistente, dell’ufficialità, e però Eight Days a Week molto ci racconta attraverso le immagini, tra le righe, attraverso l’alluso, il non detto. La parabola della felicità perfetta dei primi anni che poi si capovolge in incubo resta esemplare, come può esserlo una leggenda, un mito, un racconto orale. E c’è la musica. Quando sentiamo Girl o Help ci si allarga il cuore e percepiamo cosa sia il sublime, semplicemente. Musica che oggi resiste, cristallizzata in purezza assoluta. Apprendiamo fatti non così noti, come il rifiuto dei B. a cantare a Jacksonville, Florida, nel caso venisse attuata nello stadio la segregazione razziale come vorrebbero le autorità. Vediamo il miracolo di una band che, dopo aver creato canzoni di aerea e leggera, quasi svagata perfezione nel loro primo periodo, complessifica la propria musica (e il proprio essere nel mondo) andando a esplorare nuovi misteriosi territori sonori, senza nulla perdere in fragranza e immediatezza. Tutto questo, nonostante la sua rigida ufficialità, è Eight Days a Week, e non è a conti fatti così poco.

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