Festival di Venezia 2016. Recensione: THE BLEEDER di Philippe Falardeau. Storia del vero Rocky Balboa

The Bleeder, regia di Philippe Falardeau. Con Liv Schreiber, Elisabeth Moss, Naomi Watts, Ron Perlman, Michael Rappaport. Presentato a Venezia 73 fuori concorso.
THE BLEEDERIn anteprima a Venezia la sstoria di Chick Wepner, il pugile del New Jersey che riuscì a tener testa a Muhammad Ali per 15 round, e che avrebbe poi ispirato la saga di Rocky Balboa. Un film diligente, dignitoso, assai ben fatto, ma gravato da troppi cliché e che non riesce mai a farsi epico. Protagonista un irriconoscibile Liev Schreiber. Voto 5 e mezzo

Di quei film decorosi ma irrimediabilmente medi che a un festival finiscono stritolati tra i colossi d’autore, persi nel mucchio. Film non corrivi e però troppo poco non omologati per farsi notare e suscitare l’nteresse di un pubblico e una stampa troppo scafati. E poi, ennesima storia di pugilato, tra momenti di gloria e decadenza e abbrutimento, come ne abbiamo già visti decine (come quell’Una faccia da pugni con Anthony Quinn che in The Bleeder è il film-culto del protagonista). Regista, il canadese Philippe Falardeau conosciuto soprattutto per Monsieur Lazhar, vincitore qualche anno fa a Locarno nella sezione Piazza Grande e poi arrivato nella cinquina dei finalisti all’Oscar del miglior film straniero. Falardeau lascia la sua lingua madre, il francese, per andare a Hollywood, seppure in area semi-indipendente, e girare in inglese questo The Bleeder che altro non è che la vera storia del boxeur che ispirò a Sylvester Stallone il personaggioo e la saga di immenso successo popolare di Rocky Balboa. Chuck Wepner, uomo diviso tra il ring e il suo negozio di alcolici nel New Jersey, è un pugile di medio successo, o medio insuccesso, sempre rimasto ai margini del giro grosso e dei soldi, cui capita dopo qualche anno di onesta carriera e niente di più di diventare lo sfidante al titolo mondiale dei massimi dell’immenso Cassius Cay già all’apice, e già trasmutatosi in Muhammad Ali. Siamo nel 1975, Wepner si ritrova a combattere con l’ìimbattibile Clay/Ali non per particolari meriti, solo perché tra i primi dieci possibili antagonisti lui è l’unico non afroamericano. Tutti lo danno spacciato in una manciata di secondo, e invece lui resisterà oltre ogni previsione e scommessa fino al quindicesimo round, perdendo con onore, e diventando una leggenda white-trash, l’uomo che ha tenuto testa al più grande di tutti. Lo vediamo prima dell’epocale match, in una vita divisa tra ring, bevute e tradimenti seriali della moglie (ottima performance di Elozabeth Moss). La quale, dopo l’ennesima cornificazione, lo lascerà, e per Wepner (Liev Schreiber, quasi irriconoscibile, e credibile nonostante i parecchi anni più del personaggio) comincerà la decadenza. Perderà, secondo i cliché della narrativa pugilistica, soldi, onore, dignità, famiglia, amici, ripercorrendo stazione dopo stazione tutta la via crucis dell’adorato Anthony Quinn di Una faccia da pugni, una discesa nell’abisso in cui è la vita a modellarsi sul cinema, la realtà sulla finzione, e non viceversa. La possibile resurrezione potrebbe avvenire quando Sylvester Stallone decide di portare la sua storia sullo schermo, pur cambiando nome e connotati del protagonista. Ma Wepner, invitato da Stallone a Philadelphia, perderà per dabbenaggine anche questa occasione. Purtroppo né la sceneggiatura né la regia riescono a rivitalizzare una materia sdata e troppo logorata daì’uso come il boxing movie. Falardeau è regista troppo educato e rispettoso per tentare audacie come quelle di Southpaw, tanto per stare a un esempio recente del genere, dove Antoine Fuqua trasformava una banale storia dentro e fuori dal ring in una sanguinolenta, barocca, malata, visualmente caravaggesca passione laica. Forse accentuando il cortocircuito tra realtà e sua rappresentzione-mitologizzazione cinematografica, scavando più a fondo nella relazione tra Wepner e il suo doppio Balboa, sarebbe potuto venire fuori qualcosa di ineteressante. Ma così, attenendosi fin troppo scrupolosamente ai fatti, non si va oltre la solita parabola ascesa-e-caduta in formato pugilistico. Tutto è a posto, la regia, gli attori, la scneggiatura, niente è davvero epico. Prodotto da Liv Schreiber. E anche per sua moglie Nomi Watts c’è una parte, quella della donna che salva il protagonista dal crollo definitivo.

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