Recensione: TRAFFICANTI, un film di Todd Phillips. Ma quei due son più furbi o più scemi?

war-dogs-photo-4Trafficanti (War Dogs), un film di Todd Phillips. Con Jonah Hill, Miles Teller, Ana de Amas, Bradley Cooper, J.B. Blanc.
war-dogs-photo-26Anni Duemila. Due ventenni si ritrovano a vendere armi al Pentagono (siamo al culmine degli interventi in Afghanistan e Iraq). Diventeranno ricchi e arroganti (soprattutto Efraim, l’anima nera della coppia). E quando la faccenda diventerà enorme, non riusciranno più a tenerla sotto controllo. Un film sul delirio e la hybris da troppi soldi e successo, come The Wolf of Wall Street. Solo che qui non c’è Scorsese. Ispirato a fatti veri. Voto 5
ARMS AND THE DUDESImmaginate The Wolf of Wall Street, però con il traffico d’armi al posto della finanza selvaggia. E senza Martin Scorsese (e Leonardo DiCaprio). Con in comune Jonah Hill, là comprimario, qui protagonista assoluto, anzi mattatore che sbrana tutti quelli che gli stanno intorno, a cominciare dal suo malcapitato partner, il pur bravo Miles Teller (era il batterista che si scorticava le mani in Whiplash, il film d’esordio del Damien Chazell in via di beatificazione da Oscar dopo il trionfo a Venezia e Toronto di La La Land). Storia di due ragazzi di vent’anni e qualcosa, non si capisce se più furbi o più scemi, ma forse più la seconda, che si mettono a vendere armi al Pentagono, mica all’ultima banda di una qualche periferia criminale. E che trafficanti di armi lo diventano durante la presidenza Bush del decennio scorso, con i conflitti in Iraq e Afghanistan alla loro massima potenza di fuoco, dunque nel momento più favorevole agli avventurieri della loro risma. È successo che, con tutto il fabbisogno di cose che sparano e esplodono per le truppe americane a Baghdad e Kabul, si sia fatto qualche pasticcio con le forniture, con la presidenza Usa accusata di favorire amici di famiglia, sicché si è deciso per la massima trasparenza. E allora bandi pubblici cui tutti posson partecipare. Basta andare sul web e scorrere l’elenco di armi richieste dalle forze armate, fare la propria offerta, attendere che l’apposita commissione vagli e dia l’ok all’eventuale contratto. È la democrazia bellezza, pari opportunità, zero favoritismi, zero corsie privilegiate. Ma l’eterogenesi dei fini è in agguato. Quella che era una misura anticorruzione e antilobby è diventata la breccia in cui son potuti entrare a far affari col Pentagono dogs and pigs. Sicché ecco i nostri due ragazzoni buttarsi nella mischia.
Ma occorre fare un passo indietro nella loro storia. A quando David Packouz ancora si ingegna a sopravvivere – siamo verso il 2006 – in quel paradiso-inferno di ogni smodatezza che è Miami facendo il massaggiatore a domicilio, con clienti (maschi) spesso avidi di prestazioni extra. Per migliorare la situazione finanziaria sua e della bellissima fidanzata si mette in testa di rivendere ai molti ospizi per vecchi semiricchi della zona una partita di lenzuola di purissimo cotone egiziano. Figuriamoci, nessuno vuol spendere per ultraottantenni “con la pelle dura e grinzosa di una lucertola” (così parlò il direttore di una residenza per anziani), le lenzuola restano invendute, e il nostro si ritrova ad arrancare col suo materassino cedendo pure a qualche richiesta masturbatoria perché i soldi so’ soldi. Finché ecco rispuntare nella sua vita – succede a un funerale ebraico – quell’anima nera di Efraim DiVeroli (nome di origine italo-israelita, qui pronunciato americanamente DiVeròli), suo amico d’infanzia, uno che non ha mai avuto remore di alcun tipo e l’ha trascinato pure in qualche guaio giudiziario. Ma David è un’anima buona, e piuttosto che sfanculare Efraim sta ad ascoltare la di lui proposta indecente, entrare nel suo business. Che è poi la fornitura di armi al Pentagono. Roba piccola al momento. Gli appalti grossi vanno ai grossi, Efraim s’accontenta di rispondere alle richieste minori, e però anche le briciole in quel giro son soldi. David, che è pure pacifista, ecologista ecc., è perplesso, poi cede alla corte di Efraim, accetta di diventare suo socio (di minoranza). Il resto è qualcosa che molto ricorda la scalata del finanziere signor nessuno DiCaprio in The Wolf of Wall Street applicato alla vendita di armi. Gran cinismo, spacciarsi per quello che non si è pur di spuntare contratti vantaggiosi, fare sempre il passo più lungo della gamba, puntare sempre più in alto. Per un bel po’ funziona, ed è un’escalation dal niente alla ricchezza, dollari da vertigine conquistati con commesse, e scommesse, sempre più rischiose. Follia, hybris, delirio, soprattutto da parte dell’incontinente e cinicissimo Efraim. Fino all’inevitabile fin de partie. Una storia ispirata a fatti veri e vere persone raccontati in un’inchiesta di Rolling Stone (quello americano), esattamente come vera storia era quello dell’affine The Wolf of Wall Street, solo che qui al posto dell’immensità registica di Scorsese c’è la presenza assai professionale ma non di pari livello di Todd Phllips, regista della trilogia Una notte da leoni (bene il primo, gli altri così così). Phillips non riesce mai a estrarre dalla parabola di Efraim e David, come riusciva invece a Scorsese, un racconto morale, o amorale, lui la butta sul genere che sa fare, la commediaccia assai raunchy, con dentro turpiloquio in quantità esagerata, uso massivo di droghe, gran commercio sessuale con puttane, e tutte le altre puttanate da ragazzi che si ritrovan per le mani troppi soldi. Molto si ride, ma senza che il film mai si decida tra la modalità comedy e quella diciamo così di denuncia. Che cosa si vuol denunciare poi e additare al pubblico ludibrio? Ma natualmente la guerra in Iraq e Afghanistan. Il presunto imperialismo di Bush. L’orrore del traffico d’armi e delle mani sporche di sangue degli war dogs (noi diremmo: gli squali, i profittatori). Trafficanti vorrebbe, ed è impresa difficile, suscitare la nostra indignazione e nello stesso tempo farci stare dalla parte dei suoi due ragazzacci che nella melma ci sguazzano. Anche se qualche distinguo all’interno del duo bisogna pur farlo: tra l’anima nera, il vero villain, il plagiatore Efraim (un grandiosissimo Jonah Hill, maligno irresisistibile) e il bravo ragazzo deviato dalle cattive compagnie David. La classica coppia incube-succube dove però il secondo non è mai davvero innocente e sempre un bel po’ complice. Questo film, come l’apparentemente buon David, si rotola e grufola nel fango compiacendosi parecchio nella rappresentazione di vizi e dissipazioni e nello stesso tempo virtuosamente li condanna. Lo chiamiamo cerchiobottismo, e anche dei meno sopportabili? Che poi il tono della farsaccia e della commedia cinica poco si confà quando di mezzo ci son guerre più o meno asimmetriche, attentati, terrorismi, qaedismi, kamikaze esplosivi e quant’altro, che per riuscire in un simile esercizio di virtuosismo bisogerebbe essere almeno Billy Wilder o il Robert Altman di MASH, e Todd Phillips non è né l’uno né l’altro, solo un buon confezionatore di cinema di giovinastri per giovinastri. Insomma, un film che non riesce a maneggiare la complessità della materia di cui è composto. Con cadute quasi razziste. Vogliamo parlare di come son dipinti gli arabi durante l’impresa dei due coglioni che si trovano a dover trasportare un carico di Beretta dalla Giordania a Baghdad passando per il territorio controllato dai qaedisti (ancora non c’era l’Isis, ma c’eravamo quasi)? Coglioni, perché se ti butti nel business del traffico d’armi devi almeno sapere come vs il mondo, e cosa siano le guerre in corso e chi siano le parti in gioco (comunque noi italiani con l’eccellenza del prodotto Beretta facciam la figura di fabbricanti sopraffini del settore). Efraim, la mente dell’affare – David è un esecutore, per quanto diligente e capace – è un vero bucaniere, un genio del male, peccato che la sua ignoranza, insieme all’arroganza, a un certo punto lo perda. Quando ha per le mani l’occasione della vita, rifornire l’esercito americano stanziato in Afghanistan di una quantità enorme di proiettili per gli AK-47, più famosi come kalashnikov, si butta nell’affare comprando le munizioni a prezzi ridicoli nei depositi dismessi dell’esercito albanese. Si sente un dio, pensa di aver svoltato, ma inciamperà su un dettaglio. E l’inciampo deriva proprio, oltre che dalla sua eccessiva sicurezza, dalla sua ignoranza da capra. Si vanta di non sapere nemmeno dove sia l’Albania, figuriamoci se sa che Tirana nei suoi decenni comunisti non era un paese satellite dell’Unione Sovietica, ma ruotava nell’orbita Cina, e sarà questo a rovinarlo. Ben gli sta, mentre un po’ spiace per quel bravo ragazzo di David. In fondo, Efraim è un coglione che si crede un furbo, un’ambivalenza che si riflette nel film, indeciso se rendercelo simpatico o repulsivo. Jonah Hill di suo ci mette un talento strabordante, anche troppo, trasformando Efraim in un gigantesco figlio di puttana che però a un certo punto travalica il proprio contesto narrativo e distrugge ogni parvenza di commedia. C’è troppa roba, e troppo complicata per un filmaccio da platee popcorn. Trafficanti sprofonda alla fine sotto il proprio peso, senza mai trovare in corso d’opera un punto d’equilibrio e la giusta tonalità. Sprecando anche l’occasione di puntare davvero sul personaggio di Efraim e la sua mostruosità morale, di farne il proprio centro oscuro e minaccioso. Si deve far ridere, e a questo tutto si sacrifica, anche le sfumature di una relazione compessa e contorta come quella tra Efraim e David. Peccato. Coproduce Bradley Cooper, che si ritaglia anche una parte secondaria ma di peso.

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