Recensione: SPIRA MIRABILIS, un film di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. Scusi, dove sta l’immortalità?

29574-Spira_mirabilis_829576-Spira_mirabilis_2Spira Mirabilis, un film di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. Con Marina Vlady. Presentato in oncorso a Venezia 73.
27528-Spira_mirabilis_1Un documentario, assicurano i due autori, intorno al tema dell’immortalità. Ma non torna quasi niente in questo lambiccatissimo film. Cosa mai c’entrano i treni nella notte, le statue del Duomo di Milano, la nazione indiana dei Lakota, gli alberi segati in massa con l’immortalità? Qualcuno ce lo spieghi, per favore. Se i due registi si fossero limitati ad allestire un flusso visivo sarebbe stato meglio. E invece ahinoi s’è voluto concettualizzare. Peccato, perché alcune sequenze sono di bellezza davvero mirabile, e lo sguardo di D’Anolfi-Parenti non si discute. Voto 5 e mezzo
29564-Spira_mirabilis_1129566-Spira_mirabilis_3Dopo anni di cinema ultraindipendente e orgogliosamente personale, la coppia documentarista milanese, e anche visual-sperimentalista, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti comincia a farsi largo anche nel circuito dei festival maggiori e ad acquisire visibilità. Questo loro ultimo Spira Mirabilis, dopo la presentazione in concorso qualche settimana fa al festival di Venezia esce adesso nei cinema italiani. Nel 2013 s’era visto alla Berlinale il loro impegnato e assai suggestivo Materia oscura, in cui la denuncia dai toni perfino militanti si accompagnava grazie a Dio a un’alta consapevolezza di stile. Poi han portato l’anno scorso a Locarno il molto bello L’infinita fabbrica del Duomo, proiettato nel luglio 2016 addirittura all’interno della cattedrale milanese trasformata in sala. Una consacrazione, in ogni senso. Due film notevoli, soprattutto il secondo, in cui D’Anolfi-Parenti son riusciti a costruire una narrazione con sole immagini, partiture visive in cui i confini tra cinema, videoarte e performance artistica si fanno sottili e assai porosi. Ma stavolta no, stavolta inciampano. Spira Mirabilis, forse il loro progetto più ambizioso, è un passo falso nella loro carriera. Pretenziosissimo fino all’insopportabiltà, un film che a ogni fotogramma dichiara e declama la propria altitudine artistica e la propria aristocratica autorialità. Ecco, per dirla con le vecchie zie anziché in critichese, Spira Mirabilis (che già il titolo) semplicemente non si capisce cosa sia, cosa racconti (sempre che qualcosa voglia raccontare), dove vada a parare. In un’intervista rilasciata prima di Venezia al Corriere della sera la coppia registica rivelava di aver voluto costruire un film intorno al tema dell’immortalità. Cosa che vien ribadita nel pressbook, in cui si precisa pure di cinque parti strutturanti Spira Mirabilis con altrettanti protagonisti, parti riconducibili a cinque elementi: terra, aria, acqua, fuoco, etere (ma non eran quattro gli elementi? mah). Un film sull’immortalità? ma scherziamo? cosa c’entrano mai con l’immortalità quegli alberi abbattuti che vediamo all’inizio, quel treno che corre nella notte su un ponte, quell’officina in cui si costruiscono strani oggetti metallici che poi si riveleranno strumenti musicali a uso di nati precoci custoditi in incubatrice? Sì, certo, ogni tanto sentiamo la voce della gloriosa Marina Vlady leggere un brano di Borges in cui si parta di immortali, brano che però si rivela poi un discorso sulla mortalità, la finitudine, il nostro limite di umani. Insomma, si inventa con una buona dose di arbitrarietà e pretestuosità un presunto concept sotto cui assemblare materiali parecchio disparati e incongrui. Tanto la categoria di immortalità è così vaga e onnicomprensiva e opinabile che ci si può ficcare dentro tutto quello che si vuole e si può. Di pertinente c’è solo la ricerca dello scienziato canterino giapponese sulla medusa scarlatta, specie secondo lui immortale e che, col passare del tempo, anziché invecchiare, ringiovanisce. Il tizio, peraltro simpaticissimo e di sicuro competente, è talmente matto da aver anche scritto una canzoncina sulle sue adorate meduse del miracolo e cantarla in un programma tv. Ma allora perché non limitarsi, magari con un corto, al signor Shin Kubota? Perché aggiungere i nativi-americani Lakota e le loro rivendicazioni nazionali? E scusate, perché riusare – cosa assai fastidiosa per chi l’avesse visto – alcune parti di L’infinita fabbrica del Duomo, o forse alcuni scarti? Forse perché il marmo è immortale? Perché le cattedrali sono immortali? (cattedrale di pietra e sassi, cantava già Fausto Leali del Duomo di Milano in anni lontanissimi, e siam rimasti lì mi pare). No, grazie. Sarebbe stato meglio se il film si fosse presentato come pura partitura visiva, come assemblaggio di immagini, come flusso ipnotico senza ambire al Discorso, lasciando allo spettatore di cogliere eventuali assonanze segrete, disegni e intenzioni nascoste. Che è poi quanto fanno molti videoartisti. A infastidire in Spira Mirabilis è la filosofia più da salotto che da boudoir. Peccato, perché molte sequenze sono davvero mirabili, con immagini in cui lo sguardo al lavoro dei due autori sa aprirci a scoperte e sorprese. In primis, le sequenze sulle micromeduse allevate in uno sgangherato laboratorio di biologia marina dallo scienziato mattocco giapponese. E ancora i corpi mutilati e le facce sgretolate dei santi di marmo delle guglie del Duomo. Se solo D’Anolfi e Parenti avessero fatto un passo indietro. Se solo non ci avessero detto di immortalità e cinque elementi. Se solo avessero mantenuto il loro flusso visivo entro l’ora e mezza (e invece siamo alle due ore e qualcosa). Se.

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