Recensione: ONE MORE TIME WITH FEELING, un film di Andrew Dominik con Nick Cave. Liturgia in musica e parole

One More Time with Feeling 3D, un film di Andrew Dominik con Nick Cave 6 The Bad Seeds. Al cinema martedì 27 e mercoledì 28 settembre 2016, distribuzione Nexo Digital.
27670-one_more_time_with_feelingNick Cave rispreso e raccontato mentre registra il suo nuovo album Skeleton Tree. Ma quel che smbra un film su un musicista al lavoro si rivela man mano essere altro, una cerimonia laica. Dirige straordinariamente bene, e riproponendo la sua idea di cinema ieratico e liturgico, l’Andrew Dominik di L’assassinio di Jesse James. Bianco e nero in 3D. Voto 7

A memoria mia, ma potrei anche sbagliarmi, il primo film in 3D in bianco e nero (sì, certo, c’è qualche inserto a colori, ma si tratta di frammenti, coriandoli). Scelta non proprio consuetudinaria per questo che sembra uno dei molti film musicali e/o su un musicista, ed è invece qualcosa (parecchio) d’altro. Mi aspettavo un film simile a quello, smaccatamente autocelebrativo per quanto di impeccabile confezione e massima eleganza videoartistica, che Nick Cave si era fatto cucire addosso un tre anni fa, 20.000 giorni sulla terra (il computo dei giorni corrispondeva alla sua età di allora). Invece siamo su un altro versante, nonostante  l’intatto protagonismo di un Cave sempre-presente e più che mai accentratore, il suo occupare la scena lasciando solo spazi intestiziali agli altri. Solo che stavolta il parlar di se stesso, il farsi ruotare intorno tutta la narrazion, il narcisismo –  sempre che di narcisismo si possa ancora parlare quando come in questo caso si elabora un lutto –  è l’estensione di una ferita, di un Io martoriato e sofferente che merita tutto il nostro rispetto. E gustamente Andrew Dominik, il regista neozelandese del bellissimo, ieratico L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford nonché amico di lunga data dell’australiano Nick Cave, sceglie il bianco e nero, e più il nero del bianco, per quello che più che un film è una cerimonia, una liturgia, una comemorazione, per quanto velata e mai esplicitamente enunciata come tale. One More Time with Feeling procede lentissimamente, con la lentezza ipnotica del rito, come percorrendo passo dopo passo una spirale dalla sua periferia verso il centro e però depistandoci, nascondendoci la sua vera natura, facendoci credere per almeno due terzi di essere soltanto il pedinamento con macchina da presa della realizzaione e incisione in studio del nuovo album di Nick Cave (con i Bad Seeds) Skeleton Tree, L’albero-scheletro (ma già il titolo). Ballate belle e darkissime, meditative, con parole che cercano di dare espressione a uno smarrimento palese, a un senso di perdita di sé. Per la prima volta, dice Cave (che parla sapendo quel che dice, e dicendo cose parecchio acute e intelligenti, anche se spesso evasive, più dette per portarci lonano da quello che canta e sente che per farcelo capire), non ha composte canzoni-narrazioni con dentro una microstoria lineare, ha invece destrutturato, decostruito, avendo ormai perso la fede nella possibilità di restituire attraverso la musica e le parole la realtà. Canzoni destrutturate come riflesso di una realtà spezzata, frantumata, non più conoscibiile. Colpiscono l’estrema consapevolezza di Cave, e insieme la sua reticenza. Assistiamo all’autocoscienza di un artista arrivato a una biforcazione, a un tornante decisivo, ma il perché lo dobbiamo intuire da soli. Il perché è il figlio Arthur, che Nick Cave ha perso l’anno scorso. È lui il centro per quanto non detto, è a lui che conduce l’andamento spiraliforme e avvolgente del film, è il suo ricordo a farsi via via incombente fino ad assorbire in sé tutto il film e a rivelarlo per quello che è davvero, intimamente, ovvero una cerimonia laica dell’addio. Arthur aveva soltanto quindici anni quando, nel luglio 2015, precipitò da una scogliera nel Sussex. Come si va avanti dopo la morte di un figlio? Qui non si tratta di finzione, come nella Stanza del figlio di Nanni Moretti, questa signori è realtyà, come urla il pare nel finale pirandelliano dei Sei personaggi (“Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!”). Non si può che rispettare Cave e la sua scelta di tenersi, nel film, sempre sempre lateralmente rispetto al fatto, lasciando che siano altri, la moglie ad esempio, a parlarne esplicitamente. Nick Cave che il suo dolore ce lo presenta per allusioni ed ellissi e non detti, turbandoci attraverso parole e musiche. A poco a poco ci fa entrare nella cerimonia che pudicamente sta officiando finché ne restiamo coinvolti, e pure commossi. Questo è un film che ti afferra senz che tu te ne accorga e non ti lascia più andare. Con quella canzone, Deep Water, scritta da Cave per Maianne Faithfull che alla fine sentiamo in un demo con la voce di Arthur. Si esce dal cinema con il magone, ma anche con un dubbio che non si riesce a scacciare, un retropensiero molesto e sconveniente che si fa fatica a mandare via: ma sarà giusto mostrare, pur con qusta classe, con questo senso della misura, pur con questo pudore, e pur adottando un’infinità di altri filtri, il proprio dolore e farne un album e un film? Andrew Dominik asseconda Nick Cave senza mai sovrapporsi a lui con eccessi autorialistici, eppure questo film è anche profondamete suo, riproponendocelo come uno dei poochi registi di oggi attratti da un cinema severo, liturgico, ieratico alla Dreyer, nonostante certe apparenze contrarie (un altro è Nicolas Winding Refn).

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