Recensione: INDIVISIBILI, un film di Edoardo De Angelis. Due gemelle tra il thriller alla De Palma e il saggio antropologico

025072016134932_media1Indivisibili, un film di Edoardo De Angelis. Con Angela e Marianna Fontana, Antonia Truppo, Massimiliano Rossi, Peppe Servillo, Tony Laudadio, Marco Mario De Notaris, Gaetano Bruno, Gianfranco Gallo.
12196220_995971817092150_8523523493343785704_nFilm audace rispetto alla media del nostro cinema, ma non così risolto. Con dentro troppi strati: il romanzo criminal-campano alla Gomorra, il cinema antropologico, lo psycho-thriller alla De Palma. Un film che oscilla e sbanda senza mai trovare davvero una strada. E però con momenti notevoli e una folgorante idea di partenza, quella di due gemelle siamesi cantanti neomelodiche. Voto: 6 e mezzo
12195915_995505367138795_2532831255481907599_nUno dei tanti (troppi) film italiani disseminati nelle varie sezioni e rassegne al recente Venezia Film Festival, e secondo molti il migliore. Forse Indivisibili lo è davvero, però tenendo conto di una qualità media non proprio esaltante. Tante le cose dignitose viste al Lido, ennesimo indizio di come qualcosa si stia muovendo nel corpo apparentemente immobile e senile del nostro cinema, e però raramente cose davvero risolte, compiute, e importanti. Temo che anche Indivisibili così importante non sia, nonostante i molti consensi raccolti, e nonostante il tifo di media cartacei e digitali perché fosse scelto come nostro candidato all’Oscar per il miglior film in lingua straniera. La commissione preposta gli ha invece preferito, per un solo voto di scarto, Fuocoammare, e a me pare una scelta sensata. Il documentario di Gianfranco Rosi, per quanto non così convincente nel mescolare storie di migranti e storie di gente di Lampedusa, usa modi e linguaggi più accessibili globalmente, tratta un tema di interesse universale, mentre Indivisibili è sì un buon prodotto, ma local-nazionale e di difficile esportazione. Il suo lato migliore resta la folgorante idea narrativa di partenza, quella di due gemelle siamesi diciottenni piccole dive della scena campana neomelodica destinate a entrare in rotta di collisione tra di loro, ma anche con la famiglia e il resto del mondo intorno. Per un po’ si ha l’impressione di un altro prodotto del genere gomorristico. Con la Campania Infelix (qui siamo sulla Domitiana, a Castel Volturno) a fare da contenitore degradato della solita umanità reietta in eterno sbattimento darwiniano per la sopravvivenza. Tutto già visto, tutto fissato in cliché di pronto riuso e consumo. Con tic linguistici subito riconoscibili, e perfino con manierismi attoriali replicati quasi in automatico. Quando vediamo Viola e Dasy esibirsi in matrimoni, prime comunioni e quant’altro – le due sorelle son bravissime e giustamente molto richieste – sembra di stare nella prima parte, quella buona, di Reality di Matteo Garrone, mentre la volgarità degli invitati, degli altri canterini, dei boss e semiboss, riproduce quanto abbiamo visto al cinema e nella serialità a partire dal Gomorra fondativo (ancora Garrone). E però man mano Indivisibili aggiunge agli stereotipi del suo genere di riferimento elementi diversi, perfino incongrui a quel genere, che lo portano su altri lidi, verso un altro cinema, anche se si fatica a capire quale. C’è il filone freak-in-mostra ridotti ad attrazione da circo ed esposti al pubblico voyeurismo, secondo una genealogia che va da Freaks di Todd Browning e La donna scimmia di Marco Ferreri (e proprio Marco Ferreri vien chiamato un personaggio collaterale, tanto per farci capire) a Elephant Man di David Lynch a Venere nera di Abdellatif Kéchice: i diversi offerti allo sguardo vorace, all’occhio selvaggio e cannibalico dello spettatore. Viola e Dasy son sfruttate dal padre-padrone, impresario e anche compositore delle loro canzoni, esattamente come il Tognazzi della Donna scimmia lucrava sull’infelice Annie Girardot. Basterebbe e avanzerebbe, ma il regista aggiunge parecchio altro, percorrendo anche una pista riconducibile ai classici studi antropologici di Ernesto De Martino sulla religiosità popolare e il pensiero magico del nostro Sud intriso di elementi animistici e precristiani (curiosamente, a Venezia si è visto un altro film di derivazione demartiniana, il vincitore di Orizzonti Liberami). Ed ecco Viola e Dasy trasmutate dalla folla, a causa della loro eccezionalità fisica interpretata come segno divino, in talismani, in idoli, in figure taumaturgiche. Con quella processione in sottofinale con al centro le due sorelle santificate e osannate in un liturgia sincretistica di cristianesimo e culti africani importati dagli immigrati. Ma c’è un’altra traiettoria in questo film così stratificato e complesso, anche troppo, ed è quella dello psycho-horror tra il De Palma di Le due sorelle e il thailandese Alone, con le gemelle indivisibili però divise tra amore e disamore, tra ansia di diventare singole e pulsione conservativa a restare una sola entità. Viola e Dasy sono uguali nell’aspetto quanto diverse dentro. Una vorrebbe sottoporsi all’intervento che le separerebbe, l’altra vorrebbe continuare da indivisibile, una aspira a farsi la sua vita, l’altra a condividerla per sempre con la gemella, finché le tensioni interne alla coppia porteranno al punto di rottura. Edoardo De Angelis produce un film di piccolo budget, ma pensa e fa cinema in grande, esplorando con coraggio strade poco battute dal nostro cinema. Osando una storia in cui si passa dal neo-neorealismo semicriminale tra Gomorra e Suburra a un cinema visionario-antropologico di totem sacri e connessi tabù. Il guaio è che i registri tanto diversi faticano a trovare l’amalgama. Strati distinti che non si fanno mai indivisibili. Un po’ romanzo criminale, un po’ thriller psicologico e critica della società-spettacolo in salsa neomelodica, un po’ indagine antropologica, Indivisibili oscilla senza mai trovare la sua strada, nonostante più di un sequenza azzeccata (e però ci sono anche cose tremende, come l’orgia sulla barca tra veterofellinismi e neosorrentinismi, con tanto di nani e zoccolume cocainizzato). Ma non è il caso di lamentarsi troppo, visto il buono che ci sta dentro. Alcune canzoni sono composte da Enzo Avitabile (e son le migliori), altre di pura scuola neomelodica, e anche qui il film rivela la sua natura doppia, irrisolta, oscillante.

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3 risposte a Recensione: INDIVISIBILI, un film di Edoardo De Angelis. Due gemelle tra il thriller alla De Palma e il saggio antropologico

  1. d’accordo con te, è un film ricco, come sceneggiatura, riferimenti, per l’occhio di chi guarda, poi magari non tutto si tiene, ma è un film che merita molto.

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