Recensione: ‘THE SPACE IN BETWEEN: Marina Abramović and Brazil’. La signora delle performance tra curanderi e culti selvaggi

The Space in Between, Marina Abramović and Brazil. Regia di Marco Del Fiol. Con Marina Abamovich. Al cinema il 3, 4 e 5 ottobre 2016. Distribuito da Nexo Digital e I Wonder in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

Courtesy of SXSW Festival

Courtesy of SXSW Festival

Che delusione questo film in cui la performer Marina Abramović, artista tra le più riverite globalmente, si mostra nel suo viaggio tra curanderi e vari sciamani brasiliani. Con un approccio che ahinoi non va oltre il solito pensiero debole new age e la stupefazione da turista dell’esotico. Voto 4
schermata-2016-10-05-alle-16-23-24Sì, certo, abbiamo passato un’ora e mezza in compagnia della Grande Artista, della Venerata Signora della Performance stavolta in giro per il Brasile tra curanderi e curandere, signore ultracentenarie, terapie selvagge, miniere di cristalli magici e culti sincretistici di vario tipo, in quella che vorrebbe essere una grande opera e un’opera consegnata ai posteri sull’immersione-confusione del sé nella natura. Ma non è stata l’esperienza nel sublime che ci si aspettava, e che subliminalmente ci era stata promessa. A me questo The Space in Between è sembrata una kitscheria anche parecchio imbarazzante, recuperabile tutt’al più come guilty pleasure per qualche sghignazzo con gli amici, niente di serio né tantomeno di grande. Perché, signori, non è che ogni volta ci dobbiamo inchinare al genio, a ogni astuta trovata della signora Marina Abramović, serba di nascita, oggi artista globale operante dalla sua base americana (mi pare, ma potrei sbagliarmi, nello stato di New York). Per carità, lo sappiamo, quella che si dice un’icona dell’arte contemporanea, adorata di qui e di là, ripettata come una madonna pellegrina della performance e dei suoi dintorni, come la body art. Che poi vuol dire eventi con al centro, sempre e immancabilmente, lei, lei e ancora lei, la sua persona, il suo corpo preferibilmente sbiottato, esposto allo sguardo dello spettatore e sbattuto in condizioni estreme. Benché non più nei suoi anni di massima sontuosità carnale, la signora Abramović anche in questo viaggio tra guaritori e neosciamani brasileiri non perde occasione di mettersi a nudo, di esporsi a noi tra le foglie, nel fango ovviamente terapeutico, tra le acque di una cascata, Dea dell’Arte e della Natura, inconfondibile con i suoi capelli corvini e la trecciona. Il guaio di questo The Space in Between è che il pensiero, se non la performance, non va molto oltre le ovvietà new age sull’energia cosmica, la forza interiore che tutto può e tutto vince, la comunione con il paesaggio, che ogni sciampista si scambia con le colleghe durante l’intervallo di colazione. Di una colazione ovviamente vegana. Si comincia con Abramović di bianco vestita, come gli altri ospiti-pazienti, assistere in estasi alle imprese di un curandero che con allarmanti coltellacci da cucina squarcia pance, tagliuzza globi occulari, fa sgorgare sangue da poveri corpi malati. Raccapricciante. “Come guidato da un forza invisibile”, è – più o meno – il commento della nostra signora delle arti, da cui vista la fama si vorrebbe invece un filo di discernimento, qualche distinguo in più, l’esercizio del dubbio. Macché, genuflessa. Come in tutte le tappe successive. Perfino quando una tizia nella foresta la ricopre di terra e fango passandole poi un uovo addosso “per catturare le energie negative”. “E adesso Marina rompi l’uovo per disperderle, quelle energie negative”, ed ecco Marina che si sforza, digrigna i denti e stringe e stringe ma niente, non ce la fa a rompere l’uovo. Che a quel punto non  si sa più se ridere o arrabbiarsi, e si rimpiangono perfino le truculenze e le stramberie di Mondo cane di Gualtiero Jaopetti, che almeno ‘sta roba la sfotteva e si guardava bene dal prenderla sul serio. Non c’è nemmeno uno sguardo altro in grado di riscattare una materia così consunta, non c’è lo stile che ci si aspetterebbe dall’Artista, non ci sono invenzione estetiche, se mai estatiche, di una contemplazione stupefatta da turista dell’esotico. Che delusione. Marina Abramović cerca di tracciare parallelismi tra le sue performance precedenti e simili esperienze con curanderi e altri santoni, il che potrebbe essere anche interessante, peccato si areni nella banalità: “c’è qualcosa in  comune, ed è la trasformazione”, sussurra compunta (cito a memoria).  Vogliamo poi parlare di quando si mangia un fungo amazzonico allucinogeno che sembra di stare in una goffa copia dell’altrimenti affascinante El abrazo de la serpiente o in qualche racconto sballatone? Più che nell’esplorazione di sé, eccola tutta presa in ricordini personali di una storia d’amore finita male con lui che se ne scappa via con un’altra. Ah, signora Abramovć, quanto spreco di sciamanerie per nulla. Si salvano qua e là delle sequenze in cui la voce narrante finalmente si placa e l’io-io-io lascia il posto all’osservazione dell’altro. Come le riprese della strana processione di uno strano culto in cui si mescolano induismi, memorie animistiche africane, tracce di cristianesimo tropicale. Stupefacente. Solo che Marina Abramović è troppo centrata su di sé per fare del suo viaggio brasiliano un documento antropologico. Il suo è un film che vanifica nel narcisismo ogni possibile comprensione di altre storie e altri mondi. Tant’è che – come volevasi dimostrare – si finisce con un evento-arte, con l’immancabile performance collettiva organizzata a San Paolo con cristalli presunti benefici irradianti chissà quale energia. Evento naturalmente firmato Marina Abramović, e il cerchio si chiude.

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