Recensione: IN THE LAST DAYS OF THE CITY di Tamer El Said. Viene dall’Egitto uno dei migliori film di questo 2016

a12622142_797336970378200_7947099490996292884_offb470e7c576e5c6e9021211f5c3ed89In the Last Days of the City (Akher Ayam al Madina), un film di Tamer El Said. Con Khalid Abdalla, Maryam Saleh, Hanan Yousef, Laila Samy, Bassem Fayad, Basim Hajar, Hayder Helo, Mohamed Gaber, Islam Kamal. Egitto 2016. Presentato alla Berlinale 2016, al Pesaro Film Festival 2016 e a Milano nella rassegna Le vie del cinema.
a-12694550_807019956076568_2083489249433018962_oIl Cairo, anno 2009, al tramonto dell’era Mubarak, prima di Piazza Tahrir. Il giovane filmmaker Khalid, gravato da problemi personali, cerca di concludere senza riuscirci il film che sta girando. E intanto anche il progetto con altri amici cineasti di Baghdad e Beirut di un lavoro collettivo sul mondo arabo fatica a realizzarsi. Tra documentarismo e fictionalizzazione, in una voluta confusione che è oggi il segno di molto cinema giovane, un film apparentemente reticente e elusivo che invece molto riesce a dirci sull’anima dell’Egitto contemporaneo. Scoppiato come un caso alla Berlinale, approdato poi a Pesaro e a Milano. Una delle sorprese dell’anno. Voto 8+
1eff026818735f599772047799ddca6dUn film egiziano esploso come un caso alla Berlinale dello scorso febbraio, dov’era in programma nella sezione Forum, la più aperta al cinema di esplorazione. Peccato che allora me lo sia perso, travolto come al solito dalla marea montante dei troppi titoli proiettati, oltre trecento (contando anche i corti). Finalmente, dopo lunghe attese e qualche vano inseguimento, sono riuscito a intercettarlo un paio di settimane fa a Milano nella rassegna Le vie del cinema dov’è approdato, insieme al francese Les Ogres (delusione!), in rappresentanza della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro (stava in concorso). E devo dire che tutto il buono scritto dai vari critici ai vari festival è stato confermato dalla visione. Trattasi davvero di film bello e importante, una delle sorprese di questo 2016, e tra le cose migliori. Anno buono per il cinema made in Egitto, di cui s’è visto, oltre a questo Negli ultimi giorni della città, altri due titoli notevoli presentati a Locarno, uno del veterano Yousri Nasrallah, Brooks, Meadows and Lovely Faces, l’altro di un nuovo autore, Mohammed Hammad (Akhdar Yabes – Withered Green). Ottimi segnali, anche se è troppo presto per parlare di ritrovata forza del cinema cairota, della Hollywood sul Nilo, sulla scena internazionale più competitiva, quella dei festival d’alta gamma. Ma è tutto il cinema arabo a essersi distinto in questo 2016, vedi lo spiazzante tunisino The Last of Us presentato a Venezia alla Settimana della critica e poi vincitore del Premio opera prima De Laurentiis, e il siriano The War Show, pure a Venezia, a sua volta vincitore delle Giornate degli autori. Del gruppo, In the Last Days of the City resta il più convincente, e il più elusivo, il più enigmatico, anche il più libero e disancorato da una struttura di racconto consolidata, il più immerso e allineato alle correnti internazionali del cinema che guarda oltre e altrove. Come in decine di cose giovani che si son viste negli ultimi anni, anche qui i modi del documentario si mischiano inestricabilmente al cinema di finzione, fino a dissolvere ogni distinzione di linguaggio, ogni confine tra i due. Metacinema dei più classici anche, dove si racconta di un regista del Cairo diviso tra l’ansia di finire il film che sta girando da molto, troppo tempo e faccende private che gli gravano addosso. Il trentenne Khalid si dibatte nel solito labirinto, o nella solita stanza degli specchi, del creativo in crisi, accumulando materiale su materiale girato qua e là nella città-mondo che è la sua adorata città-madre, senza decidersi a dargli una forma, a costruire una narrazione, a dare uno stop alle riprese, mentre l’amico montatore esasperato lo pungola, lo rimprovera, perfino lo minaccia perché finalmente si decida a una qualsiasi decisione. Intanto la ragazza che ha amato sta per lasciare per sempre l’Egitto, e la madre malata in ospedale si avvia verso la fine. C’è un senso di disfacimento intorno al filmmaker Khalid, alter ego probabilmente dello stesso regista (lo interpreta un attore elegante e sommesso, Khalid Abdalla, lontanissimo dal cliché dell’arabo fiammeggiante e istintuale), c’è dentro di lui una malattia dell’anima che sembra materializzarsi e trovare uno specchio nel degrado inarrestabile del Cairo, dei suoi quartieri un tempo eleganti del centro già europeo-coloniale, delle sue strade polverose e sconnesse. Muri che si sgretolano, case che crollano, appartamenti meravigliosi ora insozzati da galline scorrazzanti, ascensori di remota grandeur primo-novecentesca ingombri di proclami islamisti. Siamo nel 2009 (la lavorazione del film è cominciata allora, ed è durata fino al 2015, facendo di In the Last Days of the City una di quelle opere senza fine, smisurate, mostri che crescono su se stessi rischiando di inghiottire tutto intorno a sé, a partire dal suo autore. Che ha girato qualcosa come 240 ore di materiale, poi ridotto alle due della versione definitiva), siamo nella fase finale del regno di Mubarak. Poi, nel gennaio 2011, cominceranno le rivoluzioni che sappiamo, e niente in Egitto sarà più come prima, e non solo in Egitto. Ed è la scelta di fissare, bloccare il film alla vigilia di quei fatti a conferirgli un’aura speciale di dissoluzione, di crepuscolo. Gli ultimi giorni del Cairo come Gli ultimi giorni di Pompei, prima dell’eruzione che tutto seppellirà. Il cineasta Khalid sembra muoversi nella città, e nei propri labirinti personali, in uno sorta di sonnambulismo, come un medium, presagendo ciò che sarà, e cercando disperatamente di afferrare e mettere in cinema quello che è, e non sarà più. Come ha notato Monica Manni nella sua recensione su Forma Cinema, questo è un film di immagini riflesse, di una città, di un mondo in dissoluzione che si rispecchia nei vetri delle macchine, perfino in sfere decorative, nelle superfici lucide, nelle vetrine, un film che si dissolve in rifrazioni, fino a diventare (questo lo aggiungo io) un fantasma di se stesso, un’immagine divisa, scomposta nelle sue parti. Come fantasmatici sono coloro che percorrono tutto il film, il protagonista, la madre malata, la ex che sta per andarsene, la teatrante venuta da Alessandria e sopravvissuta al disfacimento del suo passato, della sua casa (la vediamo per un attimo nella città natale amata e temuta, su uno dei tipici tram alessandrini, e forse è sua la casa ma forse no – perché questo non è un film di messaggi espliciti, semmai di allusioni e evocazioni – che vediamo sventrata e come stuprata dai picconi di una squadra di demolitori, condannata a esporre le proprie viuscere, i propri oggetti, la propria intimità). Un critico scrisse quand’ero ragazzo – non ricordo chi, forse Pietro Bianchi, forse Tullio Kezich – che un grande film lo distingui per la sua temperatura interna costante, per il suo microclima, ed è questo il caso. In The Last Days of the City ha il tono sommesso ma distinguibile dell’elegia e della nostalgia, però sgamata, senza più illusioni. Deborah Young sull’Hollywood Reporter l’ha apparentato per il suo sostare nel passato al meraviglioso Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci, ricordando la frase di Talleyrand, un sopravvissuto a tutte le rivoluzioni, messa a epigrafe del suo film dal regista di Parma: “Chi non ha vissuto prima della rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere”. Ma, si potrebbe aggiungere, anche i dolori del vivere. Il filmmaker Khalid si aggira per la sua città-madre e forse matrigna ferito dentro, eppure con il desiderio intatto di assaporarne l’infinita varietà. Quando la macchina da presa – continuamente mobile, e volutamente sconnessa nel suo muoversi – inquadra il tavolo da lavoro del protagonista intravediamo, ma è una frazione di secondo appena, una foto di Marcello Mastroianni in Otto e mezzo e il logo del film, e allora capiamo. Capiamo che anche questo è un omaggio a quel lontanissimo eppure sempre vitale e sempre presente capolavoro, che anche questa è, fellininamente, la storia di un cineasta che non ce la fa a finire il suo film, avviluppato in un languore che è in realtà una sofferenza anestetizzata. E intuiamo, in questo film parco di dettagli esplicativi e che tende a farsi puro flusso di immagini e di associazioni visuali e mentali, l’ambizione del protagonista Khalid, al di là del suo apparente solipsismo, di usare il cinema per testimoniare il reale, e le trasformazioni di un mondo in caotico movimento come quello arabo. Fors’anche l’ambizione-illusione di usarlo, il cinema, per trasformare la realtà. Chiama a collaborare tre amici per un progetto collettivo, ognuno di loro racconterà con la macchina da presa la propria città. Bassem vive a Baghdad, nella Baghdad del dopoguerra in preda a convulsioni senza fine, non ha mai voluto andarsene nonostante i pericoli, e quello che vorrebbe catturare è il lavoro di un calligrafo ultraottantenne, eternizzandone attraverso il cinema l’arte e la sapienza. Tarek, suo amico di lunga data, ha invece fatto la scelta opposta, se n’è andato in esilio, a Berlino, scettico sulla possibilità dell’Iraq di tornare a una qualsiasi normalità. E poi Bassem, cresciuto durante la guerra civile a Beirut, e che ora vorrebbe filmare il nuovo Libano ma non ce la fa, ritornando ossessivamente a vagare tra le rovine della guerra, come cristallizzato in quel passato. Ma anche questo progetto, di cui vediamo solo frammenti, non riuscirà a sedimentarsi, incespicando nelle perplessità dei suoi autori e negli ostacoli posti dalla realtà. Fino all’ultima scena, che decreta non solo la fine del film, ma quella di un’era (e di un’illusione di cambiamento, di un’amicizia, di una solidarietà generazionale, di una possibile storia collettiva). Molto, dopo quel 2009, succederà al Cairo e in altre piazze arabe, ma l’autore ha deciso di confinare In the Last days of the City nel mondo di ieri, per dirla con Stefan Zweig, tutt’al più disseminando qua e là indizi, segni di quello che verrà (le manifestazioni islamiste anti-Mubarak per le strade, ben prima di piazza Tahrir). Non so se sia davvero il capolavoro di cui molti han parlato, gli nuocciono sulla via dell’effettiva grandezza certe derive sentimentali (tutta la parte con la ex , ad esempio, non è all’altezza del resto), ma di sicuro il film di Tamer El Said riesce ad essere lo specchio più elusivo e insieme fedele di quello che sono diventati l’Egitto e il mondo arabo nella tarda modernità. Un film necessario per quanto ci mostra e per come lo fa, per il linguagio e lo stile adottati. E chissà se la rassegnazione che In the Lsst Days of the City sprigiona da ogni inquadratura è anche quella di un paese, di un mondo, di una cultura o solo del suo protagonista. Ma questo è troppo presto per capirlo.

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