Recensione: IL SOGNO DI FRANCESCO, un film di Fely-Louvet. Elio Germano è un San Francesco convincente solo a metà

sognofrancesco_03il-sogno-di-francescoIl sogno di Francesco, un film di Renaud Fely e Arnaud Louvet. Con Elio Germano, Jérémie Renier, Yannick Renier, Eric Caravaca, Stefano Cassetti, Alba Rohrwacher, Olivier Gourmet. Francia. Distribuito da Parthenos.
il-sogno-di-francesco_ccarole-bethuel_3Ancora un film su San Francesco? Dopo Cavani, Rossellini, Zeffirelli? Ci provano stavolta due registi francesi, focalizzandosi sui conflitti interni al gruppo di compagni di Francesco, e di Francesco con la Chiesa di Innocenzo III. Si applica la lezione rigorista di autori come Bresson, ma senza molta determinazione, restando a metà del guado tra cinema alto-autoriale e quello votato al grande pubblico. E però, film con parecchi bei momenti e tutt’altro che da buttare. Elio Germano è un Francesco che fatica a stare nella gabbia minimalista e di mezzi toni imposta dai registi. Voto 6 e mezzo
sognofrancesco_16Ma quanti film di una qualche ambizione autoriale, quelli che eoni fa venivano detti di qualità, sono usciti in quest’ultimo mese a contendersi le poche sale disponibili e subito spariti? Il massacro del post-Venezia. Perché una massa pulviscolare di cose passate al Lido in sezioni più o meno di peso è stata poi messa in circolo da distributori indipendenti convinti di poter sfruttare l’effetto Mostra del cinema. Invece no, si è creato solo l’ingorgo, anche perché altri film di nicchia, come questo Il sogno di Francesco, si sono aggiunti alla gran quantità transitata da Venezia. Ma è inutile prendersela con la distribuzione, che fa quel che può, e che già dà prova di coraggio prendendo in carico titoli difficili da piazzare. Solo: non sarebbe il caso di aspettare mesi meno affollati, anche se a più bassa frequenza nelle sale? Tanto, le folle non andranno mai a vedersi i piccoli  film di nicchia e d’autore, oggetti fragili che non val la pena esporre a masse voraci di supereroistici e cartoni ma solo a chi ne è almeno vagamente interessato. E si arriva al problema dei problemi: il pubblico che non c’è più, o è sempre più ridotto, per questo tipo di cinema (e le ragioni le conosciamo: disaffezione dei giovani verso un cinema che non sia quello del grande spettacolo, trasmigrazione del consumo sul web tramite streaming pirata, convinzione sempre dei giovani che il biglietto costi troppo: non è vero, ma questo è il sentire diffuso nella generazione viziata dal low-cost e dall’internet aggratis, che poi non ha molti soldi ed è attentissima a come spenderli, e il cinema non è certo una priorità. E ancora: perduto appeal delle sale tradizionali, percepite non senza ragione come templi polverosi di un rito vetusto e luoghi inospitali, una caduta verticale nelle nuove generazioni di quella cultura generale che ti mette in grado di seguire e decodificare linguaggi più complessi e meno basici di quelli dei blockbuster e, ebbene sì, delle sopravvalutate serie televisive). Ma torniamo a Il sogno di Francesco. Se nel titolo si strizza l’occhio al popolare pontefice in carica, nel film si parla del Francesco primigenio, il ragazzo che lasciò gli agi della casa paterna di Assisi per farsi ultimo tra gli ultimi. Una figura potente che ha attraversato indenne i secoli, e che riemerge a intervalli più o meno regolari nel cinema, piegata di volta in volta a intercettare lo Zeitgeist del momento. Il Francesco di Liliana Cavani (almeno il primo, the original, quello con un meraviglioso Lou Castel) nei suoi modi à la Pasolini occhieggiava ai poverismi e terzomondismi di quella fase contestativo-sessantottarda, il di poco successivo Fratello sole, soralla luna di Franco Zeffirelli trasformava il suo protagonista in un hippy pre-ecologista, in consonanza con quel tempo. E Francesco giullare di Dio di un Rossellini primi anni Cinquanta, con la sua religiosità popolare e semplice, si configurava come sotterraneo contraltare alla pompa e al ritualismo del pontificato di Pio XII. Ma perché oggi due registi francesi decidono di produrre l’ennesimo film su Francesco? Davvero si fatica a capire il senso di questo Il sogno di Francesco, i legami con l’oggi mi paiono alquanto vaghi e volatili, e interpretare la sua polemica anti-poteri forti (la Chiesa del tempo) come una critica velata e cifrata alle attuali élite mi pare francamente una forzatura. Un oggetto filmico elusivo, sfuggente, quasi indecifrabile, come fuori posto e non collocabile nell’attuale panorama cinematografico. Spiazzante. Il che, naturalmente, ne fa un qualcosa di intimamente diverso, altro, dunque interessante, dunque da vedere a prescindere. Un film alieno, e di questi tempi di omologazione spinta non è cosa da niente. I due registi per la prima volta lavorano insieme, ognuno con alle spalle esperienze assai interessanti, collaborazioni e assistentati con gente come Jacques Doillon, Maurice Pialat, Pascale Ferran, Alain Guiraudie, Wang Bing, Sébastien Lifshitz, tutti nomi, tra ieri, l’altro ieri e oggi, riconducibili a un cinema nobile, mai medio, mai omologato, sempre audace anche quando irrisolto. Credenziali di peso, che inducono a seguire Il sogno di Francesco con attenzione. Solo che il film fatica molto a rivelarsi e farsi penetrare, anche perché sabotato da un titolo italiano generico e infelice, mentre qualche indicazione di percorso in più l’avrebbe data la traduzione letterale dell’originale L’ami: François d’Assise et ses frères, L’amico: Francesco d’Assisi e i suoi fratelli. Siamo difatti in un passaggio cruciale e potenzialmente distruttivo della storia del santo e di coloro che hano deciso di seguirlo nell’autoesilio dal mondo e dai suoi agi: siamo in quel 1209 che vede la Regola francescana respinta una prima volta da papa Innocenzo III, con un Francesco che, senza il riconoscimento da parte della Chiesa del proprio ordine, rischia di diventare un reietto, un paria, anche un potenziale eretico. Quel che il film abbastanza confusamente mette in scena, miscelandolo a sottotrame che rischiano di fuorviarci, è il dissidio che in quel momento si apre all’interno della comunità, più precisamente tra Francesco che non vorrebbe cambiare la sua Regola e il più ambizioso e diplomatico dei suoi compagni, Elia da Cortona, che invece spinge per riscriverla e ammorbidirla onde ottenere finalmente l’imprimatur papale. Assicurando così all’ordine francescano un futuro. È l’eterno conflitto di ogni movimento politico o religioso tra purezza assoluta e compromissione con il potere, tra fondamentalismo e pragmatica flessibilità. Il film segue i due amici-nemici, indagandone il difficile, oscillante rapporto, fino al quasi punto di rottura. Intorno, i fratelli si schierano con l’uno o con l’altro, spaccandosi tra intransigenti e no. la Regola verrà riscritta, ripresentata al papa, con l’esito che la storia ci ha consegnato. Dunque, sono due i piani su cui si costruisce e definisce Il sogno di Francesco, quello chiamiamolo così politico, e quello dell’attrazione e repulsione tra Francesco e Elia, in una relazione tormentata tra opposti che ricorda quella tra Salieri e Mozart (così dicono gli autori) e (aggiungo io) quella tra Rocco e il fratello Simone in Rocco e i suoi fratelli di Visconti, cui il titolo francese sembra alludere. Ma non aspettatevi dalla coppia registica Fely-Louvet un racconto fortemente contrastato e drammatizzato. Anche i confilitti tra Francesco e Elia restano a bassa intensità, perfino quando c’è di mezzo un tentato suicidio. I due autori preferiscono a una rappresentazione esplicita e robusta l’austerità oratoriale che si rifà parecchio alla lezione bressoniana e, stando in un campo cinematografico più recente e laico, al poverismo del cinema dei Dardenne. Cui inevitabilmente si pensa per la presenza in Il sogno di Francesco di due attori-feticcio dei fratelli belgi, Jérémie Renier – che è Elia, ed è il più bravo di tutti – e Olivier Gourmet quale cardinale filofrancescano. La macchina da presa segue senza intervenire troppo il girovagare di Francesco e dei suoi fratelli tra campagne incolte, boschi, borghi medievali e rifugi precari, ponendosi con uno stile senza fronzoli e bellurie al livello della povertà del suo protagonista. Alcune sequenze sono assai belle, come il tribunale pontificio riunito a giudicare la Regola, o le preghiere collettive nel buio appena rischiarato da torce e candele. Ma stranamente i due registi non sono così radicali da imprimere al loro film un segno deciso, distintivo, mantenendosi un bel po’ al di qua di un risultato importante. E restando incerti tra il rigore estremo e un più piatto e accomodante illustrativismo, ispirandosi sì a Bresson e ai Dardenne, e anche a certo Pasolini, ma senza applicarne fino in fondo la lezione. Con un occhio all’autorialità alta e un altro al cinema mainsteram e alle platee da accontentare (il film uscirà in Francia sotto Natale), Il sogno di Francesco rischia di non convincere nessuno. Però certi momenti, e certi pezzi di Italia dugentesca resteranno, e lasciano ben sperare sul futuro dei due registi. Gli attori sono in gran parte a posto, compresa Alba Rohrwacher come Chiara, figurativamente perfetta, come uscita da un affresco di allora. Il dardenniano Jérémie Renier batte tutti, compreso Elio Germano quale Francesco, il quale fatica molto ad adeguarsi ai mezzitoni imposti dagli autori. Lui è attore di istinti e viscere e fiammeggianti nevrosi, qui, pur visivamente notevole, sembra fuori parte, come ingabbiato. Stefano Cassetti, italiano scoperto attore in Francia, è il fratello più fondamentalista del gruppo, ha una faccia molto francescana ed è uno che si vorrebbe vedere più spesso al cinema.

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