Recensione: DOMANI, un film di Mélanie Laurent e Cyril Dion. Ci salveranno gli orti in città e le monete di quartiere? Temo di no

017090518236Domani, un  film di Mélanie Laurent e Cyril Dion. Francia.
516517333855Arriva dalla Francia un documentario ecologista che evita il catastrofismo per andare a vedere “cosa concretamente si può fare e già si sta facendo”. Ottime intenzioni, risultati discutibili. Ecco sfilare sotto i nostri occhi orti in città, esperimenti agricoli senza diavolerie chimiche, energie assai alternative, monete di quartiere e via dilagando con il culto del minuscolo, del localistico, dell’autarchico. Ma francamente si fatica a credere che il futuro possa nascere da simili esperimenti. L’esempio di come l’ambientalismo sia la nuova benché non dichiarata religione dell’Occidente. Voto 4
583375Sarà meglio che lo dica subito: non sono un ecologista fondamentalista e se è per questo neanche moderato, non credo alle fole del chilometro zero, non penso che le pale eoliche o le biomasse salveranno il mondo dal global warming, anzi per dirla tutta non credo neanche agli allarmismi paranoici e complottardi sul global warming, ancora meno credo che si possa risolvere il fabbisogno alimentare globale con gli orti sul terrazzo o in città, o con la biodinamica o comunque si chiami quella cosa che dice no a fertilizzanti, ogm, biotecnologie et similia. Credo che certe faccende come la salute del pianeta e di chi ci abita, o come la domanda crescente di energia, siano troppo serie perché le si affronti con lo stupidario hipster e i sogni di decrescita (anche se poi, ammettendo le mie contraddizioni di essere assai imperfetto, finisco con l’amare parecchio i ristorantini dove la food culture hipster e la retorica del cibo lento inventano squisitissimi dolcetti, recuperano latti di mandorla di qualche ballio siculo, mettono insieme insalatine di fantasiosi ingredienti; che, devo dire, è una fascinazione perlopiù estetica e di gusto che prescinde da ogni adesione ideologica). Sicché di fronte a Domani, documentario francese messo insieme da due lavoratori dello spettacolo ansiosi di dare il proprio contributo alla buona novella ambientalista –  lei è la Mélanie Laurent attrice tarantiniana in Inglorious Basterds e poi anche regista, lui è Cyril Dion, autore e regista (così dice il pressbook, parlando pure di altre sue attività su cui varrebbe la pena sapere di più, come un Congresso degli imam e dei rabbini per la pace) – ho faticato a trattenere il fastidio, la noia, e l’incazzatura. Riconosco agli autori le ottime intenzioni e il sincero impegno, e però che tortura star dietro a questo loro documentario che peraltro in Francia ha riscosso un successo che nessuno, nemmeno loro due, si aspettava, realizzando discreti incassi e innescando come usa dire dibattiti e discussioni. Laurent e Dion hanno perlomeno avuto l’accortezza di non aduggiarci e paranoicizzarci col solito catastrofismo, preferendo buttarla sul positivo e il propositivo, andando in giro per il mondo – dall’Islanda all’India passando per California, Francia, Danimarca, Finlandia, Gran Bretagna ecc. – a scoprire piccole esperienze locali che prefigurerebbero secondo loro un domani possibile, ecosostenibile, equosolidale, natura-compatibile ecc. Con il sottinteso, così m’è parso, che se si applicassero quegli esperimenti pilota su vasta scala faremmo un bel passo in là (anche se è un là assai nebuloso e indefinito). Va detto che i due autori così nobilmente impegnati a testimoniare i segni profetici, le cellule staminali del Mondo Che Verrà con la loro videocamera, e antidivisticamente vestiti in abiti neofrancescani e berrettoni di lana grezza, sono anche piuttosto simpatici. Come qualche volta (non sempre) simpatici sono coloro che vanno a stanare e intervistare. Gente che fa cose su vari fronti, fronti didascalicamente elencati e mappati nel film sotto le seguenti voci: Agricoltura, Energia, Economia, Democrazia, Istruzione. Come si può vedere, vaste programme. Ora, finché si sta nei primi due campi il fastidio indotto in me spettatore resta tuttosommato sopportabile. Son perfino simpatiche le signore inglesi che nel loro villaggio han deciso di trasformare aiuole e altri fazzoletti di terreno pubblico in mini-orti e frutteti, e si stanno ad ascoltare volentieri anche coloro che a Detroit hanno messo a coltura molte aree dismesse di quella che fu la capitale dell’industria automobilistica – ah, la Motown! – e adesso epicentro delle rovine industriali. Sempre meglio di macerie e ferraglie, come no. Certo, quando Domani tende a ideologizzare, a generalizzare, a universalizzare e comincia a tromboneggiare, vien voglia di darsi alla fuga, e se si resiste è solo per via del super-io cinefilo che impone di stare in sala fino alla fine. I guai veri arrivano quando si affrontano temi più pesanti e seri come Economia e Democrazia, arrivando a magnificare cose come le monete di quartiere o di villaggio che tutt’al più servono per la compravendita di pomodori e cavoli, ma che mai potrebbero applicarsi a mercati più larghi e mai potrebbero sostituire le monete nazionali o sovranazionali. Ma vogliamo scherzare? Ancora più discutibili e rabbrividenti son certi esempi riportati dai due autori nel capitolo Democrazia. Vero, la democrazia rappresentativa così come la conosciamo si sta rivelando insufficiente e sta mostrando crepe evidenti in tutto l’Occidente (la sua crisi è oggi uno dei temi più dibattuti dal pensiero politico), ma certi correttivi suggeriti da Domani fanno gelare il sangue e son peggio del male che pretendono di guarire. Mi riferisco a quel tale, intervistato non ricordo dove, che propone il sorteggio come alternativa al voto, e non un dubbio, non un’obiezione a tale delirio viene avanzata da parte degli autori. Domani mostra qua e là in controluce, o come in un negativo fotografico, e senza volerlo, come le migliori intenzioni di cambiamento sociale possano rovesciarsi in incubi e apocalissi (la storia del Novecento non ha insgnato niente?). Non c’è nemmeno molta coerenza tra i vari pezzi che il film ci mostra, impossibile individuare un filo tra esperienze così diverse e lontane. Sicché il collante è solo un generico alternativismo: troppo poco. Il combinato maldisposto ma oggi sempre più vincente di visioni verdi, pulsioni antiélite, ricerca di nuove forme partecipative senza più filtri (la cosiddetta disintermediazione), appare clamorosamente in questo film per quello che è, una ideologia – nel senso di distorsione del dato di realtà, di falsa coscienza diffusa -, la non dichiarata religione di una civiltà che si pretende orgogliosamnte laica e che non si rende conto invece di essere precipitata in un nuovo pensiero magico. Ma anche più allarmante è la voglia generalizzata e sempre più potente che emerge da questo film a restringersi in minuscole eperienze localistiche, a chiudersi all’interno delle proprie comunità di appartenenza, ad alzare barriere simboliche e non solo simboliche verso l’esterno e l’estraneo. Il chilometro zero, la filiera agroalimentare ridotta, la distanza annullata tra produttore e consumatore, l’enfasi sulla dimensione umana del piccolo borgo contrapposta alla disumanizzazione della società aperta, cosmopolita e liberoscambista, prefigurano una realtà di gruppi isolati, separati, autosufficienti, autarchici fino all’autismo. Con fosche similitudini con il mondo altofeudale dei castelli arroccati sorto dal crollo dell’impero romano. Domani è il referto inconsapevole di questa deriva, ed è il solo motivo per andarlo a vedere.

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