Recensione: LA RAGAZZA SENZA NOME dei fratelli Dardenne. Al cinema il film più sottovalutato di Cannes 2016: da non perdere

396897393772La ragazza senza nome (La fille inconnue), un film di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Con Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet. Al cinema da giovedì 27 ottobre 2016.
a42ceede610b784b04e72db7108cb332Belgio, oggi. Una giovane dottoressa indaga sulla morte di una ragazza. A muoverla è il senso di colpa. Perché non aveva aperto a quella ragazza quando aveva suonato al suo ambulatorio chiedendo soccorso. Un mystery, una detective-story alla Dardenne, ovvero profondamente morale. Film accolto con freddezza e anche con qualche fischio all’ulimo festival diu Cannes. E invece all’altezza della filmografia (magnifica) dei due fratelli belgi. Che in occasione di questa uscita italiana hanno rimontato il film snellendolo con un taglio di sette minuti. Voto 7 e mezzo

I fratelli Dardene con Adèle Haenel alla prima del film a Cannes 2016

I fratelli Dardene con Adèle Haenel alla prima del film a Cannes 2016

395022Film malamente accolto allo scorso Cannes, con qualche fischio e parecchie malmostosità alle proiezioni stampa. Quasi una blasfemia quei fischi (immeritati, conviene dirlo subito), perché i fratelli Dardenne anche quando non sono al loro massimo, come in questo caso, restano sempre i Dardenne, vale a dire dei maestri, gente che ha reinventato a cavallo di millennio il cinema social-impegnato mettendo a punto prototipi e archetipi oggi applicati da cineasti di mezzo mondo. E perché a Cannes sono leggenda, due palme d’oro – la prima per Rosetta (1999: prevalendo con gran scandalo del benpensantismo critico su Tutto su mia madre di Almodovar, invece il tempo ha dimostrato come la giuria ci avesse visto giusto), la seconda per il capolavorissimo L’enfant (2005) – e un mucchio di altri premi. Eppure da un po’ non sono più così amati da signori e signore della stampa internazionale, soprattutto dai recensori giovani-giovinastri. Infrangere gli idoli del resto è pratica diffusa tra le folle e le masse, e le masse di giornalisti da Croisette non fanno mica eccezione. Il grande freddo verso Jean-Pierre e Luc Dardenne è cominciato proprio là a Cannes nel 2014, quando l’accoglienza al loro magnifico Due giorni, una notte fu al di sotto delle aspettative, e forse non gli si perdonò di aver imbarcato nell’impresa una diva come Marion Cotillard affidandole il ruolo di una poveracrista sull’orlo della disoccupazione (il moralismo antistar è un’arma letale che i critici purtroppo tengono sempre a portata di mano). Poi, quest’anno, i fischi di cui si diceva, anche se niente di paragonabile al massacro di Personal Shopper di Olivier Assayas e di The Neon Demon di Refn. Trovo invece che i D-Brothers si siano con molta intelligenza evoluti rispetto ai loro film duri e tosti dei primi anni, al loro cinema no frills modellato sull’oggettività, sulla Sachligkeit del documentario. La narrazione, che in loro è sempre stata forte benché spesso accuratamente celata sotto un’apparenza di cinema-verità, di realtà colta al volo, lo è nei loro lavori recenti ancora di più. Due giorni, una notte riusava lo schema di racconto di classici come La parola ai giurati (in entrambi i casi si tratta di convincere e portare dalla propria parte il maggior numero di persone possibili) per tracciare un apologo sulla non-occupazione in Europa e la caduta della solidarietà, adesso questo La ragazza senza nome che è, anche e classicamente, un mystery, un whodunit, solo con una giovane dottoressa a fare da detective. Naturalmente un modello piegato secondo la sensibilità dardenniana a esplorare e, ebbene sì, denunciare, nuovi e meno nuovi disagi, nuove crepe nella compattezza sociale. Con un occhio di riguardo a uno dei temi forti dell’oggi trasmutatosi nell’ossessione prima di quest’Europa paranoica, ovverossia l’immigrazione.Un thriller morale, dove il propellente è dato dal senso di colpa della protagonista, dal bisogno interiore di rimediare a una propria fatale mancanza. Siamo a Liegi, Belgio francofono, Vallonia. Jenny è un medico che noi diremmo di base, molto attenta ai suoi pazienti. Il medico che tutti vorremmo. Una sera mentre con il giovane assistente se ne sta andando, e a ambulatorio ormai chiuso, suonano. Jenny non apre, la sua giornata di lavoro è finita, e lei è sfinita. Ma la ragazza che chiedeva soccorso, un’africana, verrà poi trovata morta. Nessuno sembra conoscerla, nessuno chiede di lei, non se ne sa l’identità, verrà sepolta senza nome. Jenny si sente responsabile e, mossa dal senso di colpa, vuole almeno scoprire chi sia, perché su quella tomba un nome ci sia. C’è un qualcosa di Antigone in lei, e c’è il rimorso. Questo film, perfino sbeffeggiato a Cannes e liquidato come un qualsiasi gialluccio, è invece perfettamente dardenniano, all’altezza della magistrale carriera dei due belgi. Non conta tanto l’inchiesta, e nemmeno quanto verrà scoperto, conta la profonda moralità che spinge Jenny ad agire. Credo sia stato il film più sottovalutato e peggio compreso di tutto il concorso, tant’è che i Dardenne non si son portati a casa nemmeno un premio minore, il che è una (brutta) notizia. Sconfitti da un altro gran signore del cinema pro-umiliati e offesi, Ken Loach. Sarà anche per la fredda accoglienza al festival di maggio che i due fratelli hanno deciso per questa uscita italiana di rimontare La ragazza senza nome e tagliarne sette minuti. Basterà a convogliare in sala il pubblico del cosiddetto cinema di qualità? Stiamo a vedere. Un film dei Dardenne, anche quando non all’altezza dei loro capolavori, resta pur sempre roba di prima qualità da non perdere. Meravigliosa Adèle Haenel, oggi una delle migliori attrici oggi in circolazione. E poi, gli immancabli attori feticcio dei fratelli belgi: Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet.

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