Il film imperdibile stasera in tv: SKYFALL (ven. 28 ott. 2016, tv in chiaro)

Skyfall, un film di Sam Mendes. Rai 2, ore 21,10.skyfall0109-700x466Skyfall, regia di Sam Mendes. Con Daniel Craig, Judi Dench, Javier Bardem, Ralph Fiennes, Naomie Harris, Albert Finney, Bérénice Marlohe, Ben Whishaw.
Cinema che riflette su di sè, metacinema. Questo James Bond numero 23 è puro meta-Bond. Cinema allo specchio, cinema della vertigine. Film che ridisegna il suo protagonista, lo complessifica e drammatizza. Film dominato da parecchie ossessioni: quella del declino e dell’invecchiamento, quella dell’eroe stanco e fragile. Soprattutto, dall’ossessione edipica della Grande Madre, che poi è M-Judi Dench, dispensatrice di vita e morte, creatrice di figli e figliastri. Vero, questo Bond sembra parecchio il Batman di Nolan, ma incredibilmente somiglia anche a un melodramma hollywoodiano anni Cinquanta. Comunque assai diverso dallo 007 che abbiamo conosciuto. Qualche perplessità la suscita, non saprei dire se sia davvero il miglior Bond di sempre come ha scritto tanta stampa anglofona, però il film è magnifico, non ce n’è. Voto 8
(Questa recensione è stata scritta all’uscita del film)
50 anni di James Bond. Episodio numero 23 del franchise. Con numeri così bisogna fare i conti con se stessi e il proprio passato, il proprio essere icona planetaria e popolare come poche altre, ed è esattamente quanto fa questo Skyfall, anche troppo, anche troppo seriosamente. Intendiamoci, questo è un film magnifico per la scrittura e per come rivolta e complessifica il suo eroe, per come lo ridisegna e per come gli dà profondità, per l’autoconsapevolezza con cui si inoltra nella propria leggenda e per l’abilità e il coraggio nello smontarne il meccanismo, e però si resta alla fine con una vaga perplessità. È da quando ho visto il film, ed è ormai una settimana, che mi chiedo il perché, e non riesco a rispondermi. Forse perché questo Bond infragilito, cupo fino a sfiorare la darkitudine, invecchiato o almeno considerato tale da parte di colleghi e superiori, non è il Bond trionfante che avevamo conosciuto. Lontano da quello fissato come paradigma da Sean Connery, lontano anche dal se stesso di Casino Royale, che pure è un Bond/Craig sobrio, già vagamente malinconico, virile senza iattanza, molto più fedele alle pagine di Ian Fleming di quanto non lo fosse lo smargiasso, brillante, ultrapop Connery. Questo è un agente 007 che avrà anche la licenza di uccidere, ma che se la porta dietro come un macigno, talvolta come una maledizione, afflitto dalle proprie responsabilità (dalle proprie colpe?), roso da un’oscura malattia. Un eroe tormentato e perplesso, anche se nel momento della verità ritrova ogni certezza nella propria missione, nel proprio essere, nella propria identità, ma forse perché, semplicemente, non gli è possibile altrimenti.
Ecco, in Skyfall si perde (per sempre?) quella meravigliosa bidimensionalità del Bond come l’avevamo sempre conosciuto e amato, il suo essere pura apparenza e superficie, il suo mostrarci solo l’esterno senza mai farci penetrare dentro, character de-psicologizzato che prendeva vita e senso soprattutto nell’azione. Invece stavolta è personaggio umano, molto e troppo umano, al centro di traiettorie esistenziali difficili, dinamiche psichiche, campi di forza emotivi come mai prima. Non so, continuo a non capire se sia meglio o no, certo è altra cosa, un altro Bond. La spiegazione che troviamo dappertutto in rete di un simile, radicale cambiamento è: questo Bond è ispirato scopertamente al Batman-Cavaliere Oscuro della trilogia di Nolan, il tono dark è lo stesso, uguali alcuni dati narrativi (la debolezza fisica al limite della consunzione e dell’invalidità, l’essere orfano). Perfino Sam Mendes – il regista oscarizzato di American Beauty che qui si butta temerariamente nel cinema più popolare che c’è riuscendoci assai bene – ha, in un’intervista di qualche tempo fa, avallato l’ipotesi ricordando come la trilogia nolaniana abbia radicalmente ridisegnato il blockbuster e fissato un nuovo modello di riferimento. Può darsi sia così. Può darsi che l’immane successo commerciale dei tre Dark Knight abbia indotto la produttrice Barbara Broccoli e il team di sceneggiatori (tra cui c’è il John Logan dello scorsesiano The Aviator) a un’analoga opera di darkizzazione di Bond. In effetti, anche gli scenari, soprattutto quelli londinesi, ricordano il grigiore e il senso di claustrofobia e minaccia emanati dalla Gotham City nolaniana, ma credo che le analogie siano più esteriori che di sostanza, e che Skyfall vada visto soprattutto come operazione autoriferita, come re-visione e riflessione sulla tradizione bondistica, sorta di autoaggiustamento, autoadeguamento innescati dal proprio interno. Tant’è che i riferimenti al proprio passato sono infiniti. Lo stesso asse narrativo portante, la caccia spietata del villain Silva (Javier Bardem) a M (Judi Dench), nasce da uno smacco, uno scacco, una frustrazione, una sconfitta psicologica subita molto tempo addietro da Silva ad opera della boss del MI6, l’onnipotente e anche spietata signora dei servizi. Il passato di Bond è negato, ridicolizzato e insieme dissepolto e rivalorizzato in una sorta di ambivalente denigrazione-autocelebrazione. Ridicolizzato quando il ragazzotto Q, il nuovo rsponsabile alle tecnologie dei servizi britannici, consegna a Bond un semplice kit pistola+radio ricordandogli che non è più tempo di “stilografiche che sparano”. Dissepolto quando Bond si presenta alla sfida finale, al supremo momento della verità con il nemico Silva, con la sua vecchia Aston Martin tirata fori da chissà quale oscuro e polveroso garage e che però risulterà arma decisiva per la vittoria. Tutto sembra partire nel più classico dei modi del più classico Bond. Un pirata informatico si è impossessato della lista degli agenti segreti Nato sotto copertura nei più diversi campi nemici e minaccia di sputtanarli mettendoli in rete (e comincia con qualche nome, tanto per far capire che non scherza, e i poveretti verranno subito sgozzati da fanatici jihadisti). Non solo: si fa beffe di ogni difesa dei sistemi informatici dei servizi britannici arrivando a minacciare direttamente via computer la capa M. La quale sguinzaglia il suo migliore agente, cioè James Bond, sulle tracce del nemico. Si apre con 007 a Istanbul alle prese con un killer manovrato dal suddetto villain, inseguimento prima in moto e poi in treno, in una sequenza che a me non è parsa così originale e non così congeniale a un regista di persone e anime e psicologie come Sam Mendes (però Alberto Farina, che ringrazio, in un commento a un mio precedente post mi faceva notare la maestria del regista nell’orchestrazione della scena girata con pochi stunt e senza ricorrere poi massicciamente all’editing), sequenza alla fine della quale viene ferito – da fuoco amico! – e non sappiamo se mortalmente o meno. Invece verrà salvato dalle acque in cui era precipitato moribondo da una Nausicaa (o da una figlia del Faraone) turca che lo rimetterà in sesto e ce lo riconsegnerà. Torna a Londra, torna in servizio nonostante la pessima prova fornita nei test psicofisici (ed è un altro segno dell’infragilimento del personaggio), segue le tracce del nemico in Cina, prima a Shanghai, poi nella città-bisca ed ex colonia portoghese di Macao. Fino allo scontro finale, che ha il sapore dell’ordalia, con un colpo di scena colossale che cambierà i futuri Bond-movies. Su tutto aleggia un senso di declino, di decadenza, di invecchiamento. Come è stato fatto notare (vedi ad esempio pezzo di Mereghetti sul Corriere della sera), Skyfall mette in scena e drammatizza quello che è uno dei temi che ossessivamente percorrono l’Europa di oggi, l’Italia in particolare, e l’Occidente tutto, ovverossia la sfasatura-frattura tra generazioni, la (presunta) dittatura dei vecchi sui giovani, l’ansia da parte dei giovani di rottamare i vecchi (però, che orrida cosa, e pericolosa molto, usare la parola rottamazione a proposito di umani). Lo scambio di battute tra il giovane, arrogante Q e il meno giovane Bond (ma si potrà definire vecchio Daniel Craig che di anni ne ha 44 e che è in una forma fisica strepitosa oltretutto valorizzata dai completi assai sexy disegnatigli addosso da Tom Ford?) è già celebre. “L’età non è garanzia di efficienza”, spara Q. “E la giovinezza non è garanzia di innovazione” ribatte Bond. Parole sante. Zero a zero. Ma l’opposizione declino-ascesa è applicata anche a vecchia Europa e nuove potenze asiatiche. Londra, unica location vecchiocontinentale del film, è lugubre e come fissata nel suo passato, spenta, oscura. Le mille luci, le città che futuristicamente salgono, stanno in Asia, sono Shanghai e Macao, scintillanti e letali, palcoscenico sontuoso e sberluccicante di nuove ricchezze, nuovi protagonisti, nuove avventure, nuovi pericoli. E però il villain Silva se ne sta su un’isola fortezza, citazione di quelle passate dei vari dottor No e simili, al largo di una qualche costa asiatica, che è solo macerie, altro che mille luci, un’isola i cui abitanti lui ha costretto a fuggire e ora ridotta a scheletro abitativo, Grozny bombardata, rudere urbano, rovina moderna, suo rifugio e architettonica proiezione della sua destrutturata, contorta, malata, bacata psiche. Ma non se la passa meglio l’MI6 londinese, costretto dopo l’attentato di Silva ai suoi headquarters, a rifugiarsi nel sottosuolo, in quei sotterranei che servirono a Churchill e al suo governo come riparo durante gli attacchi aerei tedeschi nella seconda guerra mondiale. Questo Skyfall in molti momenti sembra come risucchiato all’indietro nel suo passato, nella storia, un passato pre-tecnologico che si identifica nei labirintici cunicoli del rifugio di Churchill, ma che è anche la casa paterna e materna in cui James Bond alla fine si rintana per la sfida finale con Silva, casa sperduta nelle brughiere scozzesi con tanto di passaggio segreto come in un romanzo gotico Ottocento. Anche questo fa parte della riduzione dal super eroico al non eroico, al semplicemnete umano, che è un altro tratto del film. Il quale trova il suo centro in una dinamica che più freudianamanete edipica non si potrebbe. Il nocciolo drammaturgico, quello che poi scatena l’azione, è la rivalsa di Silva nei confronti di M, la madre-matriarca, in questo film figura monumentalizzata e quasi deificata, tanto che si ha l’impressione che sia lei, Judi Dench, la vera protagonista del film, mica Bond. Dunque, M ai tempi della riunificazione di Hong Kong con la Cina sacrificò Silva, allora uno dei suoi agenti più pomettenti, e lo diede in pasto ai cinesi. Lui non gliel’ha mai perdonata, e da allora non ha fatto altro che coltivare il sogno della vendetta. “Madre, perché mi hai abbandonato? Madre, perché mi hai tradito?”, sembra urlare Silva alla gelida M. La quale a suo tempo non solo mollò lui, ma privilegiò James Bond come suo pupillo. Sicché questo Skyfall si configura come uno di quei melodrammi holywoodiani anni Cinquanta con figli buoni e figli cattivi, genitori che scelgono ora l’uno ora l’altro suscitando le devastanti rabbia dell’escluso. Qui siamo dalle parti di La valle dell’Eden, e perfino di Improvvisamente l’estate scorsa, ed è la più esplosiva sorpresa che ci riserva questo capitolo numero 23. Anche la palese omosessualità di Silva, che in una scena già stracultistisca accarezza le gambe di Bond immobilizzato e legato, si rifà a quei remoti modelli cinematografici. Tutta la parte finale nella casa di famiglia è melodramma, e quel che segue (e non si può svelare) ancora di più. La vera battuta memorabile del film la pronuncia M, allorchè alludendo alla infelice storia familiare di James Bond dice: “Gli orfani sono sempre stati le reclute migliori”, e siamo addirittura a Dickens. Qualcuno su qualche sito inglese (non ricordo quale, sorry) ha scritto che la vera Bond Girl stavolta è M, è Judi Dench. Vero, le altre figure femminili sono sbiadite, la pur bellissima franco-cambogiana Bérénice Marlohe – di una bellezza altera che ricorda quella di Eleonora Rossi Drago – sparisce quasi subito di scena. Perché l’unica donna che qui importa è lei, M, M come madre e matriarca e matrigna, la figura che dispensa amore e rifiuto, che crea figli e figliastri, e che è il centro e l’obiettivo di ogni azione di questo film. Skyfall è il film che scava nella virilità di Bond, la connette al femminile e al materno, la infragilisce e la ridiscute, per poi ridefinirla e riconsegnarcela, forse ammaccata, ma riparata e di nuovo vincente. A Silva, che gli chiede quale sia la sua passione, Bond risponde: “La resurrezione”. Ben detto, Bond. Ti aspettiamo alla prossima avventura, nonostante i tanti rottamatori e nemici di cui Skyfall è disseminato. Non praevalebunt.

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