Recensione: AMERICAN PASTORAL, un film di Ewan McGregor. Un’illustrazione diligente, nente di più

ap_d32_11960American Pastoral, un film di Ewan McGregor. Con Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, Uzo Aduba, Molly Parker.
ap_d27_10794rap_d10_04211ccIl gran romanzo di Philip Roth diventa, nella prima regia di Ewan McGregor, un film qualunque senza aura né complessità. Piallati via abissi e vertigini, restano la storia, i fatti nudi e crudi. Ma non basta. La parabola dell’ebreo Swede che, nuovo Giobbe, passa da una sventura all’altro rincorrendo la figlia perduta, solo raramente ce la fa a coinvolgerci, smarrendosi nel calligrafismo da period movie. E McGregor è clamorosamente miscast. Voto 5+
ap_d29_11405Ma per Philip Roth cosa sarà stato peggio: il mancato Nobel (andato anziché a lui, eterno candidato, a Bob Dylan, il che sta a significare che la casella scrittori statunitensi chissà quando si libererà di nuovo) o questa trasposizione in film del suo super-romanzo Pastorale americana? Andando oltre la battuta: American Pastoral (ma perché lasciare il titolo inglese?) – esordio alla regia di un Ewan McGregor che visibilmente molto si impegna – non è mica così orrendo, è solo anonimo, anodino, qualunque. Inodore e insapore. Un’illustrazione calligrafica, esteriore, tutt’al più diligente da parte di un secchione che s’è letto e studiato il romanzo originale, senza però individuarne il baricentro e riuscire a trasportarne l’anima, e gli abissi e le vertigini, dentro il suo film. È che i period movie sono sempre una brutta bestia, devi stare attento ai costumi, ai decori, alle poltrone e alle chicchere, agli interni e agli esterni, sicché finisci col perdere di vista quel che all’immagine e alla confezione leccata sta dietro, l’essenza di una storia, il senso di un personaggio. Bisogna essere Luchino Visconti o Stanley Kubrick, o almeno certo James Ivory, per dribblare simili pastoie e non cadere nel presepe d’epoca, e in tutta evidenza Ewan McGregor, che si ritaglia anche il ruolo protagonista, non lo è. Un suo senso del racconto, magari convenzionale, McGregor ce l’ha, solo che è come quegli studenti che al saggio di fine corso, pur essendo preparati, stanno troppo controllati e ingessati per paura di sbagliare. Si fosse lasciato andare e avesse badato meno agli abitucci e al quadro d’epoca, ci avrebbero guadagnato lui e il film. Il guaio è che della complessità del romanzo di Philip Roth, della sua implacabile anatomia del Sogno Americano (o meglio, della versione ebraica di quel sogno), resta quasi niente,  solo la trama nuda e cruda, i fatti che si srotolano davanti ai nostri occhi quasi meccanicamente verso una conclusione peraltro prevedibile. Con personaggi che paiono aver perso ogni aura, ogni spessore e ricchezza di significato. Di quel che ci sta in mezzo, o sotto, o sopra, o intorno – il tema così philip-rothiano dell’integrazione/disintegrazione dell’ebreo nell’America di matrice wasp; l’esplorazione per niente ovvia della faccia oscura di quelli che sono passati alla storia e alla memoria condivisa come i favolosi anni Sessanta; il senso di perdita di una tradizione, di un cultura, di un mondo – percepiamo solo qualche eco, o poco più. Ewan McGregor si impegna sì, ma senza osare, senza infrangere il muro delle varie corettezze, troppo preoccupato di sbagliare e tradire il romanzo, e, così facendo, essiccandolo. E però, che storia magnifica, di cui nonostante tutto il tracciato resiste ancora visibile.
Newark, New Jersey, la piccola patria dello stesso Philip Roth e epicentro di tante sue narrazioni, luogo di insediamento di una forte comunità ebraica perlopiù askenazita. La guerra è appena passata, si gode il tempo della pace con il suo carico di promesse. Seymour Levov è il ragazzo più figo di tutti, figlio di un guantaio ebreo benestante, biondo, occhiceruleo, di bellezza classica assai nordica, campione sportivo della sua scuola, invidiato dai compagni, adorato dalle compagne, insomma un vincente, e smentita vivente dei più vieti stereotipi fisiognomici sugli ebrei, tant’è che lo chiamano Swede, lo Svedese. Siccome la perfezione chiama la perfezione, e la bellezza esige la bellezza, si innamora della più smagliante ragazza su piazza (Jennifer Connelly, difatti), Dawn Dwyer, già Miss New Jersey, e fa niente se lei ebrea non è, riuscirà a vincere le riserve del padre e a impalmarla. Felicità godimento pienezza, come potrebbe essere altrimenti? Nasce una bambina, Merry, bella e naturalmente bionda, ma ecco lo sfregio in agguato, la macchia su tanta immacolata e quasi insostenibile armonia. Quella bambina balbetta, come se tra sé e il mondo ci fosse uno spazio non colmabile con le parole, un muro non valicabile. Capiamo da quel segno disseminato da Roth che il Sogno di Swede e di Dawn è destinato a esplodere. Diventata adolescente assai inquieta in quegli anni di ribaltoni e contestazioni, Merry finisce nel giro di certi estremisti leftist che teorizzano e praticano il sabotaggio tramite bombe e attentati dello sporco sistema capitalistico, qualcosa tipo Weathermen, o Esercito Simbionese. Rammentando utilmente a tutti noi una cosa perlopiù dimenticata e fors’anche mai abbastanza percepita in Europa, ovvero che la lotta armata al capitalismo non fu un parto del nostro continente ma degli Stati Uniti e che noi la importammo e copiammo, poiché prima della RAF tedesca o delle nostre Brigate Rosse ci furono quei gruppi e gruppuscoli che con centinaia di azioni seminarono un bel po’ di vittime. Merry disgraziatamente ammazza in un attentato scemo e inutile un povero postino, ed è costretta a scappare per sfuggire all’Fbi, a entrare in clandestinità. Il padre, che la ama e l’ha amata di un amore totale e cieco (fino a sfiorare, ci suggerisce una scena, l’incesto, ed è uno dei rari momenti in cui il regista McGregor ci fa balenare un oltre), non vuole accettare l’evidenza, si ostina a credere nell’innocenza della figlia al di là di ogni ragionevolezza, continuerà a cercarla per anni e anni, in un’ossessione che finirà col rovinare lui stesso, la sua vita, quella della moglie, l’azienda. Mentre la figlia sciagurata intanto passa dalla lotta armata anticapitalista al più integrale giainismo animalista rispettoso pure di mosche e zanzare, e però sempre con lo stesso fanatismo. Parabola esemplarissima sulla dissoluzione del Sogno Americano, o sulla sua strutturale, genetica impossibilità, American Pastoral ha almeno un merito, quello di rifarci venir voglia di prendere in mano il romanzo di Philip Roth, per confrontarsi ancora e ancora con la sua scrittura e la sua vertiginosa capacità di inventare e raccontare. American Pastoral, il film e il libro, ci inocula pure parecchie angosce, e dubbi, e inquietanti interrogativi. Tipo: non è che le disgrazie di Swede nuovo Giobbe (e senza salvezza finale) siano il prezzo da lui pagato per il peccato primo e originale di essere voluto fuoruscire dalla sua cultura di appartenenza sposando la non ebrea Dawn? L’integrazione, l’assimilazione, sono soltanto un’illusoria scorciatoia perché non si può essere mai altro da se stessi, mai? Nonostante l’anestetizzazione operata da McGregor, American Pastoral qualche corposa riflessione la induce, e nonostante altri evidentissimi limiti, come un Ewan McGregor clamorosamente miscast quale Seymour ‘Swede’ Levov. Belloccio e caruccio com’è e com’è sempre stato, non ce la fa però a essere il Bello Assoluto, lo Strafico come il ruolo richiede. Ci sarebbe voluto il Robert Redford dei primi anni Settanta, quello per intenderci di Come eravamo (anche quelmfilm una storia di una coppia divisa tra ebraismo e non ebraismo), ma dove trovarlo oggi uno così?

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