film-recensione: IN GUERRA PER AMORE di Pif è una pesante, arcigna lezione di Storia travestita da commedia garbata

foto-in-guerra-per-amore-14-lowfoto-in-guerra-per-amore-7-lowIn guerra per amore, un film di Pierfrancesco Diliberto “Pif”. Con Pif, Miriam Leone, Andrea Di Stefano, Vincent Riotta, Maurizio Marchetti, Sergio Vespertino, Stella Egitto.
foto-in-guerra-per-amore-26-lowArturo ha solo un chance per sposare Flora, promessa suo malgrado a un altro: lasciare New York, tornare in Sicilia e chiedere la mano al padre di lei. Ma c’è un inciampo: la guerra in corso, la seconda guerra mondiale. Sicché si arruola con gli Americani e sbarca in Sicilia. Ma la romantic comedy è solo il pretesto, la narrazione-civetta, con cui Pif ci porta a quello che vuole davvero raccontarci: l’arrivo degli alleati in Sicilia e il (presunto) pactum sceleris con la mafia. Un film-bigino pesantissimo, schematico e ultraideologico. Pif conferma purtroppo i limiti mostrati in La mafia uccide solo d’estate. Brillano solo la sua sicilianitudine, l’uso dei meravigliosi caratteristi, l’ambizione a pensare in grande. Voto 4+
foto-in-guerra-per-amore-9-lowDopo il successo abbastanza inaspettato, almeno in quelle dimensioni, di La mafia uccide solo d’estate, Pif arriva all’opera seconda, e ci arriva da autore riverito, riconosciuto e anche con parecchie ambizioni in più, anche con un budget a disposizione assai più corposo (s’è parlato di 6 milioni di euro, che per il nostro cinema mediamente asfittico è proprio una spesa). Solo che le fragilità evidentissime già nel precedente e sopravvalutato film qui non solo non vengono risolte, ma si ripresentano tali e quali, anzi moltiplicate, zavorrando senza rimedio questo In guerra per amore (ma non si poteva trovare un titolo meno sdato?). Con la sua aria apparentemente svagata, con il suo recitare puntiforme e fintamente pigro alla Massimo Troisi, Pif ci depista, abbassa le nostre difese e intanto colpisce duro procedendo implacabile, sequenza dopo sequenza, con il suo film ferrigno, pesante come un macigno, dimostrativo, rigidissimamente costruito intorno a una tesi, un film ideologico e perfino veteromilitante, a struttura chiusa, senza zone di penombra e ambiguità, da cui ogni dubbio è espunto. Un teorema in forma di film. Cinema di propaganda, si sarebbe detto in altri tenpi, e adesso non ci sono parole altrettanto efficaci per dirlo. Anche perché se propaganda è, non si capisce al servizio di quale causa e di chi, se non di se stesso e delle proprie convinzioni.
Pif sale in cattedra e ci impartisce una lezione di storia. Anzi di Storia. Dove, come nel suo primo film, c’entrano la mafia e la Sicilia (e l’Italia tutta, vista come estensione della Sicilia). Con il pretesto di una storiuccia sentimentale tra la New York anni Quaranta degli emigrati e la Sicilia, qui si racconta e si rappresenta una fase cruciale della storia dell’isola, e del nostro Sud, quella che cominciò il 10 luglio 1943 con lo sbarco degli alleati, con forte prevalenza americana, sulla costa sud e sud-est. Operazione Husky, la chiamarono, e così è finita nei testi di storia e negli archivi. Ora, Pif costruisce l’intero suo film per darci la sua versione: ovvero che gli Americani (i politici? i comandi militari?) stabilirono prima dell’assalto al Sud italiano un accordo con i boss di Cosa nostra negli Stati Uniti, Lucky Luciano in testa. Voi attraverso i vostri picciotti in Sicilia predisponete il terreno favorevole al nostro sbarco, noi ricambieremo il favore affidando ai mafiosi la gestione della cosa pubblica post-sbarco. Pactum sceleris, da cui sarebbe derivato il superpotere economico e politico della mafia nella successiva Italia repubblicana. In guerra per amore ci mostra, e dimostra didascalicamente, quanto successe (almeno nella versione di Pif, e non solo di lui): l’aviazione alleata bombarda, dal mare arrivano le truppe che par già la Normandia, i caporioni mafiosi aprono le porte delle città sotto il loro controllo, e non dell’esercito, non delle istituzioni dell’Italia fascista. La resa è totale e immediata, quasi senza vittime, quasi un’invasione pacifica da parte degli alleati. I quali ringrazieranno nominando a sindaco boss come Calogero Vizzini, liberando dalla galera i picciotti e lasciando dentro gli antifascisti veri, i dissidenti di vario tipo, i non allineati che potrebbero dar fastidio ai nuovi padroni. Assegnata la Sicilia alla criminalità organizzata e rinvigorita, potranno dedicarsi alla risalita dell’Italia, pezzo dopo pezzo. Poteva mancare la finale saldatura tra poteri mafiosi e nascente Democrazia cristiana? Certo che no, Pif non ci risparmia nulla nella sua ponderosa lezione travestita qua e là da commedia romantica con uso di genere bellico.
Ora, in questa ricostruzione piffiana di quel fondamentale passaggio storico non c’è spazio, neanche un’inquadratura veloce, per letture diverse e diverse opinioni sugli accadimenti,  per qualche sfumatura in più e qualche manicheismo in meno. Tutto appiattito sulla vulgata, dominante da decenni, secondo cui l’invasione-liberazione-conquista della Sicilia avvenne sotto il segno dell’alleanza per niente santa tra americani e mafia. Non sono mica uno storico, mi limito a osservare che ridurre avvenimenti complessi a uno schematismo tanto rigido, anche in un film che ambisce a essere semplice e popolare, non mi pare cosa buona e giusta. Pietrangelo Buttafuoco, dal suo punto di vista di siciliano e di italiano che ancora si porta dentro memorie e segni di quella ‘liberazione’, sul Corriere della Sera ha respinto la visione piffiana degli avvenimenti ricordando come l’esercito italiano non si arrese senza colpo ferire (e poco dignitosamente) così come mostra il film, ma che ci furono battaglie anche cruente, e molte vittime. Ho fatto qualche giro su Internet, scoprendo l’esistenza di una corrente storiografica che ha riletto quei fatti e ridiscusso la versione trionfante e assai condivisa della nefasta alleanza mafia-americani. Salvatore Lupo nel suo Quando la mafia trovò l’America (Einaudi 2008) scrive che «la tesi del pactum sceleris non regge se utilizziamo gli strumenti della storiografia, se ci basiamo sulla documentazione disponibile». Ancora: «La scelta del luogo del primo impatto europeo della gigantesca macchina bellica anglo-americana derivò da motivazioni, politiche e militari, che non avevano nulla a che vedere con la mafia». E Manoela Patti nella sua tesi di dottorato all’Università di Catania (tutor Salvatore Lupo) che ha poi originato un libro, è ancora più esplicita: «La tesi di una collaborazione della mafia siciliana allo sbarco alleato è ancora oggi ripetuta in una molteplicità di interventi sul tema sebbene la storiografia abbia già da un ventennio confermato l’inesistenza di qualsivoglia pactum sceleris tra mafia e Alleati (…). Gli studi dell’ultimo ventennio, e in particolare quelli di Rosario Mangiameli, Salvatore Lupo e Francesco Renda hanno sgombrato il campo da ipotesi complottistiche, che non reggono alla prova documentale». Mi permetto di aggiungere solo che la versione su cui Pif edifica tutto il suo film rischia, pur senza volerlo, di fomentare la già fin troppo radicata ed equivoca (perché deresponsabilizzante e autoassolutoria) convinzione secondo cui le ragioni e le colpe dell’insediamento mafioso vanno cercato non in Sicilia, non tra i siciliani, ma fuori. Dunque: colpa dei piemontesi che, una volta conquistato il Sud, legittimarono il potere dei clan. E colpa degli Americani se, dopo le batoste subite dal prefetto di ferro Mori, boss e picciotti rialzarono la testa e allungarono le mani sulla Sicilia, e non solo. Il marcio vien da fuori, a portarlo sono gli altri. A questa falsa coscienza Pif rischia di dare, al di là sicuramente delle sue intenzioni, il proprio involontario contributo. In aggiunta alla rigidità della sua tesi, In guerra per amore sconta anche modi di fare cinema diciamo così vetusti. Con quella voce fuori campo invadente, onnipresente e pure onnisciente a dire, spiegare, orientare lo spettatore, come ormai non si fa e non si deve fare più. Spia di un’intenzione didascalico-pedagogica da vecchio cinema ideologico. C’è un senso di artificioso e forzato in ogni inquadratura, con il risultato di un film che fatica a respirare in libertà e naturalezza, compresso e ingabbiato com’è in una messinscena sempre al servizio del messaggio. Che man mano ci viene comunicato mentre seguiamo la storia-pretesto, la storia di copertura, essendo quella vera e pulsante la narrazione dello sbarco e quel che ne segue. Arturo, cameriere siciliano a New York, è innamorato perso e ricambiato della meravigliosa Flora (Miriam Leone, difatti). La quale però vien promessa in sposa al figlio di un losco boss di Cosa nostra. L’unica possibilità di sottarla all’infelice destino è che Arturo vada in Sicilia e strappi il sì al suo matrimonio con Flora al padre di lei. Solo che là sta succedendo quella cosa che si chiama seconda guerra mondiale. Ed ecco Arturo arruolarsi con gli americani, sbarcare con loro. Ed è attraverso di lui che seguiamo gli avvenimenti e il presunto pactum sceleris. Con scene collaterali che si sarebbero anche potute evitare. Come la statua in gesso di Mussolini che un suo devoto cerca di portare in salvo durante i bombardamenti e finisce incastrata a testa in giù nei fili del bucato, in una posa che molto somiglia al duce appeso in Piazzale Loreto, e non è cosa di ottimissimo gusto. In questa lezione di storia pesante come l’acciaio anche se schermata da commedia garbata, qualcosa di buono qua e là emerge, ma troppo poco per salvare l’impresa. In primis la sicilianitudine profonda che trasuda da ogni dettaglio e, ebbene sì, dall’ambizione smisurata del progetto (solo i siciliani hanno l’ardire di pensare così in grande, anche a costo di sbagliare come in questo caso; ma quella loro nicciana volontà di potenza, quel loro mettere in campo storie e personaggi bigger than life, son comunque degni del massimo rispetto). Il secondo livello di cose buone sta nella devozione mostrata da Pif verso la tradizone sicula dello spettacolo, il cinema, il teatro, su su fino all’opera dei pupi. Con la coppia del cieco e dello storpio che rifà, in alcuni momenti filologicamente e in modi commoventi, gli indimenticati Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e l’uso assai appropriato dei meravigliosi caratteristi siciliani, tutti da applauso seduta stante. E poi, quant’è bella la Sicilia di questo film madonnasanta, a patire da quel litorale su cui Pif ambienta lo sbarco (cos’è’? La Scala dei Turchi di Realmonte, vicino Agrigento?). Nel nome di questo sua profonda sicilianitudine verrebbe di accettare tutto da Pif, anche questo pretenzioso film, ma proprio non si può. Specie quando vediamo il compagno del cieco confessargli il suo amore e rimpiangere di non poterlo dichiarare al mondo, coming out accolto dall’altro con un “siamo già quello che siamo, non possiamo permetterci di essere anche arrusi” (cito a memoria). Ma che bisogno c’era di un simile spottone politicamente correttissimo, oltretutto incongruo al resto del film? Ma vi par credibile una coppia gay in quella Sicilia, in quel tempo, che parla con le parole e i gergalismi della cultura odierna dei diritti?
Post Scriptum: tra i pochi segni più di In guerra per amore c’è Miriam Leone, davvero bellissima, di una bellezza italiana. Dite che l’avevo già detto? Va bene, lo ripeto.

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