Il film imperdibile stasera in tv: SINFONIA D’AUTUNNO di Ingmar Bergman (mart. 1 nov. 2016, tv in chiaro)

Sinfonia d’autunno di Ingmar Bergman, Rai Movie, ore 23,05. Martedì 1 novembre 2016.
Herbstsonate (1978) Hˆstsonaten (1978) Accnr 21800autumn-sonata_2696030kIl film che segnò l’incontro tra i due grandi Bergman del cinema svedese (e mondiale), Ingmar e Ingrid. Chissà perché, i due colossi non avevano mai collaborato prima di questo Sinfonia d’autunno del 1978, e non sarebbe più successo dopo. Il film non fu poi il successo di pubblico, e neanche di critica, che tutti si aspettavano. Il guaio è che Ingmar Bergman era un tale gigante che da lui si accettavano solo capolavori assoluti, opere titaniche, e si arricciava il naso di fronte a film più intimi, su scala volutamente ridotta, come questo. Certo è oggi certe riserve avanzate allora su Sinfonia d’autunno fanno ridere, o incazzare, fate voi. Ci manca, Ingmar Bergman, ci manca il suo scavo nelle anime tormentate e nei corpi devastati dalle nevrosi. Nessuno più come lui, con quella potenza, con quello sguardo indagatore e puro come un laser. Eppure da parecchio tempo ormai è entrato nel cono d’ombra dei registi-che-non-sono-più-di-moda. Si fan retrospettiva sui più periferici e modesti autori o correnti cinematografiche, su di lui zero (che io mi ricordi, almeno). Per le generazioni cinefile tarantinate e cresciute nei labirinti lynchiani lui non può che essere lontano, incomprensibile, inattuale. Vecchio. Eppure quando si vede o rivede un suo film, uno qualsiasi, la scossa dentro di noi si produce di nuovo, un turbamento che nessuno ancora sa scatenare con pari intensità. Sinfonia d’autunno – il titolo originale in realtà era Sonata d’autunno, racontando il film di una madre pianista professionista e di una figlia pianista amatoriale, poi in Italia chissà perché l’hanno pompata a Sinfonia – è il solito lucido ritratto-referto familiare in un interno svedese, come tanti realizzati dal regista. Fuori paesaggi nordicamente scabri e flagellati da venti e tempeste e cieli troppo minacciosi e tropppo grandi, e, dentro, case solo apparentemente confortevoli, in realtà teatro e ring di devastanti confronti-scontri tra uomini e donne preferibilmente della stessa famiglia. Perché sta lì nella famiglia, bergmanianamente, il luogo dove affetti e sofferenze si manifestano alla massima potenza tellurica. Così è anche stavolta, in questo rigoroso, geometrico Kammerspiel. Charlotte, pianista di gran successo internazionale, torna in Svezia per una vacanza a casa della figlia Eva. Una giovane donna infelice e compressa sposata molto à la Bergman a un pastore protestante – e già da questo si intuisce la severità degli stili di vita e la cappa afissiante del senso di colpa e di imadeguatezza che puntualmente ritroveremo di lì a poco. Aggiungete che Eva si occupa della disabile sorella Helena, e che mamma Charlotte non si è mai occupata né dell’una né dell’altra, avendo abbandonato molti anni prima la famiglia per seguire la sua vocazione musicale, e il successo. Le premesse per una resa dei conti ci sono tutte, e difatti tra la molto sicura di sé Charlotte e la tormentata Eva sarà duello, tutto un rinfaccio, un rivangare il passato, un esibire piaghe e ferite mai rimarginate. La vincente e la perdente, la tigre e l’agnello, ma anche l’agnello sa fare molto male quando vuole, o quando non può farne a meno. Il faccia a faccia tra madre e figlia si concluderà senza vincitori, ma solo vinti. Non c’è consolazione, non c’è lieto fine, Bergman è troppo onesto, e luterano, e nordico, per mentire a se stesso e agli spettatori, e ai suoi personaggi. Indimenticabile la scena in cui Eva si esibisce al piano di fronte alla madre, a lei enormemente superiore come musicista, aspettandone ansiosamente l’approvazione. “Ti è piaciuto, mamma?”, chiede alla fine la tremebonda Eva; “Mi sei piaciuta tu”, è l’amigua e feroce risposta (dialogo di culto dei miei amici Marco e Giangi). Questo è Bergman, questa è la crudeltà della verità. Vedere e rivedere. E dicevano che era un Bergman minore. Ingrid è regale e maestosa, portando nel film un qualcosa di autobiografico (la figlia Pia Lindstrom le rimproverò a lungo di aver anteposto la carriera a lei). Liv Ullmann, in occhiali e capelli a crocchia, è Liv Ullmann, cioè la migliore incarnazine possibile dei fantasmi bergmaniani declinati al femminile.

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