Film recensione: ENCLAVE di Goran Radovanović. Vivere da minoranza nella post-Jugoslavia: un film da non perdere

enclave_001goran_radovanovic_enklava_002-1Enclave, un film di Goran Radovanović. Con Milena Jaksic, Filip Subaric, Nenad Stanojkovic. Prpdotto da Srbia e Germania. Vincitore del Bergamo Film Meeting 2016. Al cinema distribuito da Lab 80.
ok_goran_radovanovic_enklava_001Nel Kosovo post-bellico, un ragazzino di nome Nemad cerca di sopravvivere con il padre e l’anziano nonno in un’enclave serbo-ortodossa circondata da albanesi musulmani. Per andare a scuola deve farsi caricare da un blindato delle forze di pace, e se varca l’invisibile perimetro del villaggio rischia la vita. Enclave è interessante quando mostra con rigore quasi documentaristico il difficile quotidiano della sua minuscola comunità, perde quota quando lascia prevalere una visione sentimentale della convivenza tra etnie. Ma è comunque da vedere. Voto 7 meno
ok1_goran_radovanovic_enklava_Quel che resta della Jugoslavia. Cronache e storie dopo la caduta del piccolo impero di Tito. Enclave (Enklava), vincitore dell’ultima edizione del glorioso Bergamo Film Meeting, festival di massimo rigore cinefilo e grande passato, ci porta in Kosovo all’interno di un micocosmo assai rivelatore, un residuo etnico, quasi un fossile culturale, sopravvissuto faticosamente alla guerra fine anni Novanta tra serbi da una parte e maggioranza albanese di religione musulmana dall’altra. Sappiamo com’è finita. Grazie anche (soprattutto) all’intervento delle forze Nato, con tanto di bombardamento assai discusso dei ponti di Belgrado, l’avanzata serba venne fermata, il Kosovo restò ai kosovari: ne sarebbe nato uno stato autoproclamatosi indipendente solo parzialmente riconosciuto dalla comunità internazionale. Scusate la pedanteria, ma sono dell’idea che fare il riassunto delle puntate precedenti della Storia valga sempre la pena, perché mica siam tutti esperti in geopolitica, e che film come questi abbiano bisogno di un minimo di contestualizazzione, sennò si rischia di non capirci una minchia. Punto e a capo.
Allora: siamo in Kosovo, in una delle scarse aree di insediamento serbo, in un villaggio serbo e ortodosso da sempre, ma ridotto dopo la guerra a una piccola isola in un territorio a schiacciante maggioranza albanese-islamica. Quasi tutti gli abitanti se ne sono andati via dopo la sconfitta delle forze di Belgrado, chi è rimasto è stato costretto, e ancora oggi è costretto, a sopravvivere in enclave protette dalle forze internazionali e perennemente a rischio. Il film il suo meglio lo dà nella prima parte, quando ci mostra una famiglia, o meglio quel che ne è rimasto, installata in un villaggio ortodosso fantasma dopo che gli abitanti l’hanno quasi completamente abbandonato. Nemad, il protagonista, è un bambino di dieci anni, sveglio e riflessivo, e cosciente delle complicazioni in cui si ritrova a vivere, rimasto senza madre, solo con il padre che sembra aver rinunciato a vivere e lottare, e con il nonno molto malato. Per andare a scuola deve farsi dare un passaggio dal blindato delle forze italiane di peacekeeping (italiani che non ci fanno una gran figura, sono sbrigativi e cinici, e se la spassano tra un servizio e l’altro con le puttane), altrimenti rischia la vita. Finché un giorno troverà la scuola sprangata. La maestra se n’è andata via, i pochi compagni spariti pure loro. Tutti emigrati in plaghe meno pericolose. Per Nemad e i pochi sopravvissuti basta attraversare le invisibili linee di confine tra il loro villagio e l’area albanese-musulmana per restare vittima dei cecchini, o di una mattanza.
Nemad trova in un coetaneo albanese, Bashkim, il suo dichiarato e implacabile nemico. Un nemico che niente gli perdona, che lo bullizza, che lo aggredisce se appena varca il perimetro dell’enclave. Bashkim ha avuto il padre ucciso dai serbi, e ora vede in Nemad l’occasione per vendicarsi. Rischierà davvero di morire, Nemad, sotto la campana della chiesa ortodossa distrutta dai musulmani, e sarà un trauma che porterà suo padre a una scelta decisiva. Intanto il nonno, l’ultimo filo che li teneva legati al villaggio, è morto. Mentre l’accanimento contro Nemad e suo padre da parte delle forze multietniche di polizia che dovrebbero garantire l’ordine, e in realtà applicano solo la legge del più forte, si fa insostenibile. Il regista (serbo) Goran Radovanović ci sa restituire molto bene la vita dei prigionieri dell’enclave, il tentativo disperato di salvare il proprio passato, il proprio mondo, la memoria. Ma la fine è inevitabile. Non c’è in questo film nessuna eco dell’aggressività panserbista dell’era Milosevic. Senza lanciare proclami, senza gridare, Enclave ci ricorda come la cultura serba non meriti in aree come il Kosovo di scomparire solo per lo sciagurato espansionismo anni Novanta dell’esercito di Milosevic e delle sue fosche milizie parallele. E che se allora era giusto stare dalla parte dei kosovari minacciati da Belgrado, oggi bisogna agire perché sia la memoria serba in Kosovo a non essere spazzata via. Quando Enclave resta sul cronachismo quotidiano mostrandoci la vita di resistenza di Nemad e della sua famiglia è eccellente nella sua sobrietà quasi documentaristica. Ed è eccellente nel come, etnograficamente, ci mostra i riti religiosi, e quelli della vita e della morte in entrambe le comunità. I matrimoni, i funerali. Purtroppo perde quota nella seconda parte quando la rivalità tra il ragazzino serbo e quello albanese si trasforma incongruamente, e in nome del solito ottimismo sentimentale, in una quasi-amicizia, lasciando intendere che con un po’ di buona volontà reciproca la convivenza tra le due parti potrebbe essere possibile. Peccato che la storia abbia dimostrato ampiamente l’illusorietà di una simile visione. Nella sua parte construens, propositiva, Enclave diventa un film banale e qualsiasi, mentre è nella sua parte più freddamente reportagistica e fattuale a dare il meglio di sé. Buono, ma non all’altezza di Sole alto, film che proprio quest’anno ci ha raccontato la Jugoslavia delle guerre e della sua dissoluzione con ben altra forza e disincanto, e coscienza storica. E però, nonostante i suoi limiti, Enclave merita la visione, e il prezzo del biglietto. Andatevelo a vedere, se potete.

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