Torino Film Festiva 2016. Recensione: LA JETÉE di Chris Marker (retrospettiva)

La jetée, un film di Chris Marker. Francia, 1962. 28 minuti. A Torino nella retrospettiva Cose che verranno.
off_lajetee_02Corto del 1962 considerato oggi tra i 50 migliori film di sempre (lungometraggi compresi). Mai visto prima, visto finalmente adesso qui a Torino. Dopo la terza guerra mondiale nei sotterranei di una Parigi distrutta un uomo è sottoposto a strani esperimenti che lo fanno tornare al passato, a un’era felice. Un film seminale, che continua a irrorare tanto cinema di oggi. Ma davvero un capolavoro?

Uno di quei classici veri, da storia del cinema, mica per niente la classifica 2012 di Sight & Sound (la prossima sarà nel 2022) dei migliori film di sempre stilata sui pareri espressi da mille e passa critici in giro per il mondo lo colloca al cinquantesimo posto. Piazzamenro eccezionale se si tiene conto che si tratta di un corto, più benevolmente di un mediometraggio, di 28 minuti. La jetée (Anno Domini 1962) continua 55 anni dopo a suscitare smodate e incontrollabili passioni cinefile, devozioni che neanche a Medjugorie, con adepti illustrissimi del culto come Terry Gilliam, che con L’esercito delle dodici scimmie ne ha perfino girato un remake assai personale e dilatato. Ce n’è abbastanza da cadere genuflessi. Io, che mai l’avevo visto (ho le mie lacune, che volete farci), l’ho recuperato qui a Torino l’altra sera sacrificando una proiezione stampa in contemporanea da un’altra parte, e tagliando subito la corda dopo i 28 minuti per correre in un’altra sala (soliti slalom e equilibrismi da festival), perdendomi così i due corti che seguivano Marker e firmati nientedimeno che Jean-Luc Godard (uno è il suo episodio di Rogopag). JLG perdonami. La jetée, dunque. Del 1962. In rigorosissimo bianco e nero. Uno sci-fi in formato bonsai che in realtà più che del futuro di allora parla di quel presente, con tutte le paure primi anni Sessanta legate alla Bomba, all’olocausto nucleare. Con vezzi nouvellevaguistici, anche se Chris Marker non si è mai iscritto ufficialmente tra le schiere di quel movimento che sconvolse il cinema. La jetée presenta una di quelle invenzioni, una di quelle peculiarità stilistiche che quando riescono, ed è questo il caso, fissano un modello di fare cinema, un nuovo paradigma. Marker racconta difatti la sua strana storia attraverso fotogrammi, immagini congelate, immobili, come in un fotoromanzo (e fotoromanzo definiscono il film i titoli di testa). E solo una brevissima sequenza mobile, quando la ragazza cercata dal protagonista socchiude appena gli occhi, poco più di un secondo, ma è come se una scossa tellurica irrompesse nella narrazione, nella sua fissità. Dopo una terza guerra mondiale ovviamente atomica, in una Parigi distrutta alcuni uomini – forse prigionieri, forse no – vengono sottoposti nei cunicoli sotterranei del metrò a strani, crudeli esperimenti. Al giovane uomo che del film è il protagonista si cerca di indurre attraverso adeguato trattamento il ricordo del passato, di un’era felice prima della catastrofe. Tra piani temporali volutamente confusi, alternati e/o sovrapposti, viviamo con lui il suo incontro con la donna che l’ha segnato, il loro conoscersi, la loro visita in un museo di scienze naturali, il loro fermarsi daanti a una sequoia segnatempo. Cos’è realtà e cosa finzione? Cos’è ricordo e cos’è immaginazione, o allucinazione indotta? Marker ci trascina in un gorgo, in un labirinto dove il mondo reale sfuma e ne emerge uno prallalelo, simulato, o forse no, mentre la distruzione totale incombe. Impossibile non pensare al coevo Hiroshima mon amour di Duras- Resnais. Lo stesso tema della catastrofe nucleare. Lo stesso riemergere di un passato impossibile da cancellare. Un piccolo film a modo suo perfetto, solo, a vederlo oggi, un filo troppo arty, con quella certa arroganza assai francese che pretende di tasformare ogni opera in opera d’arte assoluta. Si traduce nei sottotitoli la jetée con molo, ma siamo in realtà in un aeroporto, a Orly. La jetée francamente non si capisce bene cosa sia. La terrazza panoramica? La rampa da cui si accede agli aerei?  (Ecco la definizione di J.C. Ballard nella recensione che del film scrisse nel 1966: “La Jetée del titolo è la piattaforma di osservazione dell’aeroporto d’Orly. La lunga piattaforma si proietta su quella terra di nessuno in cemento, punto di partenza per altri mondi”). Voto? Stavolta non ne do, con i classici non si fa, non sta bene. Dico soltanto che, visto oggi, non mi è parso una tappa fondamentale nella storia del cinema.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.