Torino Film Festival 2016. Recensione: PORTO. Reinventare il cinema romantico

off_porto_01Porto, un film di Gabi Klinger. Anton Yelchin, Lucie Lucas, Françoise Lebrun, Paulo Calatré. Sezione. Torio 34 (concorso).
off_porto_02Un boy-meets-girl trasognato, ipnotico, con un che delle atmosfere del dostojevskiano Le quattro notti di un sognatore. Jake e Mati sono entrambi espatriati in Portogallo, il loro è un incontro di sradicati, di vite sospese. Sarà solo per una notte, ma li cambierà radicalmente. La città di Porto usata come puro sfondo de-materializzato, come luogo letterario. Un buon film il cui limite sta nell’eccesso di concettualizzazione, nel suo sperimentalismo fin troppo msaccato e esibito. Ultima interpretazione di Anton Yelchin, il giovane attore americano di radici russe morto l’anno scorso in un incredibile incidente. Voto tra il 6 e il 7
off_porto_03L’ultimo film di Anton Yelchin, attore nato in Russia, portato bambino in America da padre e madre pattinatori scappati dall’Unione sovietica, arrivato a una certa fama interpretando il membro est europeo della crew nel rebootizzato Star Trek. Ultimo film, perché Yelchin è incredibilmente morto a soli 27 anni investito in fondo alla rampa del suo garage dalla macchina scivolata all’indietro (una Fca, per la cronaca). Sicché, che lo si voglia o no, questo Porto – peraltro con dedica in epigrafe ad Anton – lo si guarda per lui, inevitabilmente pensando a lui, colpiti dalla sua morte ma anche dal personaggio che qui interpreta, quello di un giovane uomo devastato e corroso dentro, che si muove come un sonnambulo o un fuoruscito-da-sé, perso in un qualche altrove. Per questo, ma non solo per questo, Porto è un film di spettri, inquietante e ipnotico insieme, impressione rafforzata dai credits che ci avvertono come la voce off sia di Chantal Akerman, la regista belga scomparsa l’anno scorso (e però io della sua voce non mi sono accorto, qualcuno mi ragguagli, grazie). Film di grandi ambizioni e anche non privo di qualche pretenziosità di un documentarista da poco passato alla narrazione. Con Jim Jarmusch tra i produttori esecutivi, un avallo che conta, e con la voglia di raccontare un boy-meets-girl scansando il banale e il molto, troppo visto adottando tic e feticismi sperimentalisti. Soprattutto praticando una robusta destrutturazione della linearità spaziotemporale. Purtroppo il tentativo non è così riuscito, la concettualità dell’operazione raggela il racconto, gli sottrae vitalità e energia, sopraffà la stessa storia e gli stessi personaggi. Per fortuna c’è Anton Yelchin, straordinario davvero, una presenza misteriosa e dolente, con un che di sciamanico, tra il pazzo (mite) e l’innocente e l’idiota (nel senso di Dostojevsky), e vien da pensare a chissà cosa avrebbe potuto darci se non fosse morto tanto presto. Tutto ruota ossessivamente attorno all’incontro di una sola notte tra l’americano Jake e la francese Mati, tutti e due desplazados, abitanti dell’altrove, esuli volontari anche se per motivi diversi a Porto, la città di Manoel De Oliveira. Una sola notte che per intensità e reciproco rapimento (son bellissime le scene d’amore) ricorda le quattro di Dostojevsky (ancora lui), anche perché Jake ha davvero un che di trasognato, angelico, celestiale. Una purezza che il mondo può scalfire ma non infrangere. Jake è figlio di diplomatici americani insabbiatosi lì per non seguire nei suoi eterni spostamenti la famiglia, Mati (l’attrice, bellissima, si chiama Lucie Lucas e ricorda la Cardinale giovane, teniamola d’occhio) è un’archeologa francese finita a Porto all’università e lì messasi con un professore assai piacente. Due anime in pena, se non perse, che si attraggono, vanno a letto (e più che nel letto, si stendono sul materasso a terra nella casa in cui lei sta per trasferirsi), fanno furiosamente e dolcemente l’amore, poi si lasciano. Anzi, è Mati a dire basta. Non capiamo il perché, sappiamo solo che lei ha un altro. La storia è frantumata, raccontata tre volte da tre diversi punti di vista, quello di lui, di lei, di loro due insieme. Ogni volta si aggiungono al puzzle tessere che non si coniscevano, ma ilperché dell’attrazione e poi del lasciarsi restano misteriose. Jake resta ferito per sempre, Mati si rimette col suo professore, entrambi non dimenticheranno mai. C’è molto di bello in questo film, un romanticismo non sentimentale e non ruffiano, un erotismo palpabile.  Il poco più che trentenne Gabi Klinger, che viene dalla fattualità del documentario, qui paradossalemente crea atmosfere oniriche e fortemente soggettivizzate, usando Porto come puro scenario dematerializaato e disincarnato, fuori dalla sua storia e dalla sua stessa geografia, un luogo letterario, una quinta su cui disegnare l’arabesco di una tortuosa storia d’amore. Un amore disperato e dissennato come solo quelli destinati a finire presto, a bruciarsi. Come in Ultimo tango a Parigi cui Porto rimanda in certi passaggi (l’appartamento non arredato). Il limite di questo film delicato sta nella ua estrema concettualizzazione, nel sacrificare il racconto alla propria costruzione e decostruzione. Tipici difetti da quasi-esordienti. Ma Gabi Klinger è un autore da tenere sotto attenta osservazione.

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