Torino Film Festival 2016. Recensione: LADY MACBETH, un film di William Oldroyd. A oggi, il favorito alla vittoria

off_ladymacbeth_02Lady Macbeth, un film di William Oldroyd. Con Florence Pugh. Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomie Ackie. Uk. Sezione: Torino 34 (Concorso).
off_ladymacbeth_01Per il suo primo lungometraggio, l’inglese William Oldroyd prende un romanzo del secondo Ottocento russo e lo sposta nel countryside british d’epoca vittoriana. Con una giovane donna, malmaritata a un nobile debosciato, che finisce col buttarsi tra le braccia dello stalliere (ricorda qualcosa?). Con lui darà il via a una serie di nefandezze. Più che in zona Macbeth, siamo dalle parti di Il postino suona sempre due volte. Impeccabile messinscena tra Terence Davies e Joseph Losey. Ma il film è fin troppo meccanico, e senza molte sfumature. Piaciuto immensamente a stampa e pubblico: potrebbe vincere. Voto 6+
off_ladymacbeth_03A oggi, il film del concorso che più è piaciuto a giornalisti e pubblico. Non il migliore, ma di sicuro quello con le maggiori chance di agguantare la vittoria finale. Ha tutto per convincere la giuria, le ascendenze letterarie che ne garantiscono autorialità e artisticità, la smagliante messinscena, attori eccellenti di pura scuola british. Un period movie con ogni cosa al suo posto, i costumi, le atmosfere, le location, le scenografie, i decori, oltretutto senza scadere nell’esteriorità e nella sindrome chicchere-tappezzerie-e-merletti che affligge tanto cinema made in Uk. Il regista William Oldroyd, al suo primo lungometraggio dopo un paio di corti e parecchio teatro, più che a Downton Abbey guarda grazie a Dio ai film in costume belli e crudeli di Terence Davies (di cui proprio qui a Torino viene riproposto dopo l’anteprima berlinese il meraviglioso A Quiet Passion su Emily Dickinson), Stanley Kubrick (Barry Lyndon) e soprattutto Joseph Losey (Messaggero d’amore, con cui Lady Macbeth ha non pochi punti di contatto). Inquadrature perlopiù a camera fissa e simmetriche, assai Terence Davies, a raggelare e conferire una severità liturgica a una vicenda che rigurgita di peccati carnali e gronda sangue. Oldroyd e la sua sceneggatrice Alice Birch han preso un romanzo del secondo Ottocento russo, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk di Nikolai Leskov, e l’hanno spostato nel countryside in epoca vitoriana. Come si evince dal titolo, foschissima vicenda, anzi truculenta, con una giovane donna malmaritata a un nobilastro di campagna malvagio e debosciato che la disprezza e neanche ci fa l’amore (tutt’al più la fa sbiottare per poi masturbarsi guardandole il sedere). Il suocero, il padrone del castellotto e della tenuta, è se possibile anche più stronzo. Stronzo e misogino da far schifo. Chiaro che quando all’orizzone le spunta uno stalliere di gran fulgore fisico lei non ci metta granché a portarselo a letto rotolandosi tra le lenzuola con gran soddsfazione. Mentre il marito è via la passionaccia divampa, e lei rimane incinta. Come prima mossa avvelena il suocero, come seconda fa ben di peggio, facendosi dare una robusta mano da quel ciula dell’amante stalliere ormai strafatto di lei e facilmente manipolabile. La discesa verso il baratro, abiezione dopo abiezione, sarà da quel momento veloce e inarrestabile. Più che Lady Macbeth, una dark lady genere Lana Turner del Postino suona sempre due volte che usa e soggioga tutti, compreso il suo stesso amante, per fare il vuoto intorno a sé e ergersi a padrona assoluta. Nonostante la notevole messinscena il fim appare alquanto meccanico nella sua progressione drammatica, fin troppo prevedibile e con pochi momenti davvero sorprendenti (uno è l’arrivo del figlio illegittimo del marito). Il regista ha il merito di non aduggiarci con i soliti tempi lunghi e i ritmi contemplativi del period movie. Qui si va per le spicce, grazie anche a una sceneggiatura encomiabile per sintesi e uso dell’ellisse. Molti dettagli non strettamente necessari son spazzati via, molto vien lasciato all’intuizione dello spettatore. Una qualità che però nell’ultima parte si rovescia in limite. I colpi di scena degli ultimi venti minuti si susseguono rapidissimi e anche inesplicati, con forzature oltre il giusto e il consentito. L’impressione è di un buonissimo prodotto un po’ troppo programmato e calcolato, con personaggi senza troppe sfumature e ambiguità, come in un melodramma operistico. I riferimenti son certo quelli giusti, specie Jospeh Losey, del quale si richiama, oltre che Messaggero d’amore,  il capolavorissimo Il servo allorquando la nonna (di colore) del bambino illegittimo sembra diventare la padrona del castello. Film di molte belle cose, ma è troppo presto per gridare alla scoperta di un autore.

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