Torino Film Festival 2016. Recensione: WRONG ELEMENTS, fondamentale film di Jonathan Littell sui ragazzini-soldato

off_wrongelements_13Wrong Elements, un documentario di Jonathan Littell, Sezione: Doc/Fuori concorso.
off_wrongelements_02In my opinion, uno dei vertici a oggi di questo Torino FF. Un documentario sui ragazzini-soldato rapiti e arruolati a forza in Uganda nell’Esercito di resistenza del Signore, un’armata agli ordini di un fanatico signore della guerra. Parlano coloro che quella storia l’hanno attraversata. Ma non è la solita denuncia dei mali del (terzo) mondo, qui si esce dai soliti schematismi (l’Africa innocente, l’Occidente sempre colpevole ecc.) per restituire la complessità e l’ambiguità di quella che è stata anche una gigantesca deviazione psichica collettiva. Film che richiama l’immenso The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, e assolutamente da vedere. Voto 8
off_wrongelements_05Una delle cose migliori viste, so far, a questo TFF. Un documentario firmato da Jonathan Littell – sì, lo scrittore americano e anche un po’ francese autore di uno dei romanzi più controversi degli ultimi vent’anni, Le benevole – che fa propria la lezione di The Act of Killing di Joshua Oppeneheimer e che, pur non replicando l’immensità di quel documentario spartiacque, resta una visione obbligatoria. Eppure Wrong Elements è stato stranamente sottpvalutato e pochissimo promosso dai media già fin dalla sua presentazione a Cannes, dov’era fuori concorso, dunque nella sezione-non sezione più defilata che c’è, e dove io me l’ero perso. Nemmeno qui a Torino, dove è stato giustamente ripescato, ha avuto l’attenzione che si merita. Alla proiezione al Massimo eravamo i e no una trentina (pochi davvero per la media di questo festival molto amato dai torinesi), molti dei quali hanno abbandonato la sala nel corso del film (lungo due ore e un quarto). Perché, pur trattando un tema assai sensibile, e al quale dovrebbe essere sensibile lo spettatore soi disant informato e riflessivo, come quello dei bambini soldato, è troppo poco ruffiano, mantiene uno stile e una temperatura fredda, fa poco anzi niente per colpire alle viscere e avvincere con mezzi facili. Soprattutto – peccato imperdonabile agli occhi del medio spettatore illuminato e democratico, target di riferimento per il cinema cosiddetto e sedicente di qualità – non si attiene alla narrazione consolidata e sempre egemone che vuole l’Africa innocente – rousseauianamente buona e selvaggia – ferita, umiliata, oppressa, contaminata, pervertita dall’Uomo Bianco responsabile di ogni nequizia, spinta alle guerre non fa ragioni interne ma dai burattinai che stanno nelle segrete stanze del potere occidentale (adesso, nell’ultima versione, pure cinese). Invece Jonathan Littell, che è uno che con sguardo fermo e impassibile sa osservare il male al lavoro (leggere Le benevole, please, se già non l’avete fatto, resoconto sconvolgentissimo in forma di romanzo dell’Olocausto duranta l’evanzata in Russia dei tedeschi visto dagli occhi di uno dei carnefici, un SS assai attivo nell’operazione), non concede niente al socialmente e mediaticamente corretto, non sta a cianciare di colpe dell’Europa, e si inoltra senza sbandamenti nell’indagine su una guerra feroce che è squisitamente tribal-africana, tra africani, da africano a africano (certo, il solito giustificazionista e terzomondista non si arrenderà alla banale evidenza, dirà che è tutta colpa delle potenze coloniali che andandosene han lasciato stati tracciati col righello incorporanti etnie diverse e storicamente contrapposte e dunque destinate confliggere prima o poi), quella del nord ugandese. Dove un signore di nome Joseph Kony ha cominciato una trentina d’anni fa una sua lotta in nome dell’etnia Acholi contro il presidente ugandese mettendo costituendo l’LRA, l’esercito di reristenza del Signore. E il signore è colui che sta lssù nei cieli. Autoprocalamtosi capo assoluto e supremo, Kony si dice ispirato e posseduto da uno spirito che gli detta la giusta linea. Un miscuglio assai africano di violenza, animismo, residui di altre religioni come il cristianesimo, in un culto sincretistico della guerra, del sangue, del sacrificio, della punizione dove ogni pietà l’è morta. Per rimpinguare le fila della sua armataKony  ha fatto rapire almeno 60mila ragazzini dell’etnia Acholi e li ha schiavizzati e allevati alla guerra e al lavoro forzato (e le donne, oltre che combattenti, pure schave sessuali). Massacri orrendi, interi villaggi distrutti con adulti e bambini sgozzati, decapitati, maciullati, fatti apezze col machete figurano a carico di Kony il terribile e dei suoi sgherri. Ora la sua armata è ridotta a non più di 200 irriducibili, sparsi in una vasta area del Centro Africa, e oggetto di una caccia spietata da parte di un esercito africano sovranazionale con il mandato di ripristinare l’ordine. Jonathan Littell tra le molte strade possibili per raccontare una simile tragedia, che è anche una delle più fosche deviazioni psichiche colletive della storia recente, ha scelto quella di raccon tare la strie, le storie, di tre ex ragazzini soldato dell’armata di Kony. Due giovani uomini, Geofrey e Mike, e una donna , Nighty, rientrati alle loro case e ai loro villaggi grazie al progranma di conciliazione varato dal presidente ugandese. I defectorche lasciato volontariamente l’esercito di resistenza del Signore si devono sottoporre a un programma di riabilitazione e, se appartenentu ai ai ranghi inferiori dell’organizzazione di Kony, non vengono puniti per quanto hanno commesso da ribelli. Non tutto è così semplice, naturalmente. I pentiti, o i disertori dell’LRA, se la devono spesso vedere con la voglia di vendetta di coloro cui hanno ucciso parenti o amici, e se la devono vedere con i demoni dentro di sé, i sensi di colpa, i rimorsi, le ombre e i ricordi di quello che hanno subigto e realizzato, da quando sono stati rapiti ragazzini a quando hanno detto basta. La cifra adottata dal regista è di cauto avvicinamento, la strategia di mantenere tra sé e gli intervstati, e il loro passato, una distanza minima di sicurezza. Rarissimi i primi piani, il tono è prevalentemente freddo, antiemotivo, il ritmo lento e mai concitato. Non c’è nessun approccio sensazionalistico (al contrario dell’ignobile Beasts of No Nation che su un tema siile rasentava la pirnografia della violenza). I racconti dei tre, e di qualche altro ex LRA, si alternano a inquadrature quasi astratte del paesaggio, attenuando ulterioremente le eventuali accensioni emotive. Solo qualche foto ci mostra i massacri compiuti dall’esercito di Kony, solo qualche filmato ci fa vedere i suoi soldati in addestramento o all’opera. Quasi tutto è affidato al ricordo dei tre protagonisti, tra cui Geofrey – ora mototaxista – è il più protagonista di tutti. Si comincia col ricordo della notte in cui fu rapito poco più che bambino, mentre sono più sfuocati quelli che si riferiscono alla permanenza di sedici anni presso il signore della guerra. Nighty è stata invece una delle centinaia di donne del capo, di Kony, ha avuto un figlio da lui, e un secondo da un altro uomo, ora vive nel villaggio con i bambini circondata da una tacita ostilità. Con Mike, il più allegro dei tre, e si direbbe il meno traumatizzato dal passato di soldato ragazzino, tornano sui luoghi dove hanno vissuto, combatuto, obbedito ciecamente al grande capo. Ricostruendo e a volte mimando, interpetando (in questo l’ispirazione a The Act of Killing è evidente) i loro anni di guerra, i combattimenti, la fuga in Sudan, la vita sotto le bombe sganciate dell’interforze africana. Quel che fa di Wrong Elements un film straordinario è il suo allontanarsi dal paradigma del film di denuncia e di pura ricostruzione di una fase abietta di storia tra i due secoli (due millenni) per indagar altri aspetti oscuri e ambigui che faticano a a stare racchiusi in uno schema interpretativo che divarica e contrappone male e bene. Ripercorrendo i luoghi del loro passato militare Geofrey, Mike e Nighty non solo affrontano ricordi lancinanti, ma provano una malcvelata nostalgia. Sono dei reduci, e come ogni reduce rimpiangono anche il bello della guetta, le avventure, le scoperte, la vita nomade, il senso di onnipotenza, il cameratismo, la libertà, l’ebbrezza e fors’anche la vertigine del sangue e del massacro. Ci voleva uno come Littell, che in Le benevole ha ridefinito (insieme al film Il figlio di Saul) la rappresentazione e il racconto della Shoah, per restituirci la complessità dei ragazzini soldato dell’LRA, la loro vita sospesa tra  ale e bene. Littell non insiste mai voyeuristicamente sui lati più sordidi e sanguinosi, il suo sguardo è resta fermo, l’approccio fenomenico e avalutativo, però mai equivoco e immorale, mai compiciuto. Lascia che siano Geofrey e gli altri a dire, parlare, lasciare intuire anche attraverso i silenzi e gli omissis. Una parte, straordinaria, di Wrong Elements è dedicata ai fantasmi che abitano e agitano la testa degli ex soldati. E a come sia difficile, forse impossibile, dimenticare, ricominciare, rientrare nella cosiddetta normalità. Lascia senza fiato la lunga seuenza in cui Lapisa, già guerrigliera LRA e adesso devastatata dai ricordi delle violenze agite e subite, si affida a una sciamana e ai suoi ritiliberatori (lo sciamanesimo si porta molto a questi festival, è parte importante anche del formidabile horror coreano The Wailing). Ogni turbamento è ricondotto, secondo una visione animistica e un pensero magico che neanche l’arivo massiccio del cristianemsimo ha potuto scalfire, alla possessione da parte di spirito maligno, o più spiriti, e dunque la guarigione non può che passare attraverso il loro annientamento. A questa dimensione etnografica Wrong Elements aggiunge una parte strettamente documentaristica e legata all’attualità mostrandoci una squadra interforze africana delegata a bonificare l’area dai residui dell’esercito di Kony (ancora vivo e operante, benché braccato) e a indurre i capi alla defezione. Capi che andranno sotto processo per crimini contro l’umanità all’Aja. Ma il momento in cui il film tocca il suo vertice è nella visita di Geofrey a un villaggio dove lui e i suoi compagni armati fecero a pezzi quasi tutti gli abitanti, e il suo incontro con una donna che vide i suoi figli decapitati dai machete. Geofrey le chiede perdono, un perdono che gli è mecessario per ricominciare, e questo cortocitcuito, questo incontro tra vittima e carnefice è di una potenza come raramente s’è visto al cinema negli ultimi anni. Anche se pure stavolta è grande il debito verso Joshua Oppenheimer e il film che da lui girato dopo The Act of Killing, The Look of Silence. E peccato che la maggior parte degli spettatori del Massimo sia scappata annoiata parecchio prima perdendosi così quest’ultima, straordinaria parte. Che fa di Wrong Elements uno di queu rari film necessari, e ineludibile. C’è solo da sperare che qualcuno in Italia lo distribuisca, o in sala o su una qualche paiattaforma digitale.

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