Torino Film Festival 2016. Recensione: CHRISTINE di Antonio Campos. Quella storia che ispirò “Quinto potere” di Sidney Lumet

RTOA9788.jpgChristine, un film di Antonio Campos. Con Rebecca Hall, Michael C. Hall, Tracy Letts, Maria Dizzia, J. Smith-Cameron, Tim Simons.
off_christine_04_joe-anderson-1Vita e fine-vita di Christine Chubbuck, la giornalista che nel 1974 si uccise in diretta televisiva. Ricorda qualcosa? Come no: Quinto potere di Sidney Lumet, che a quel fatto si è ispirato. Dopo decenni di rimozione, la figura della Chubbuck torna al centro della scena con questo biopic e in uno strano docu, Kate plays Christine, pure in programma al Torino Film Festival. Sarà premio a Rebecca Hall per la migliore interpretazione femminile? Voto (a Christine) 6 e mezzo
off_christine_02_joe-andersonVita e fine-vita di Christine Chubbuck, la giornalista televisiva di Sarasota (Florida) che a 29 anni, in un giorno del lontano 1974, si uccise in diretta tirandosi un colpo di pistola tra tempia e nuca. Dite che non si fa, che non si comincia una scheda, una recensione, un commento, una qualsiasi cosa scritta con uno spoiler così? Che vi devo dire, uscitevene da questo blog e andate da qualche altra parte dove vi avvolgono in una nuvola rosa profumata e vi tengono accuratamente sigillata la sorpresa del come-va-a-finire come i regali lasciati da babbo natale sotto l’albero. È che, scusate, non si può decentemente parlare di questo film senza rivelarne il nocciolo, la sua ragion d’essere. Che è quella morte, quel suicidio. Perché Christine Chubbuck si ammazzò? Soprattutto, perché lo fece davanti alla telecamera? Questo film assai rigoroso e fedele ai fatti, con una sceneggiatura magnificamente scritta e una ricostruzione che non sbaglia niente e non casca nei soliti manierismi da film d’epoca, più che cercare una risposta ricostruisce, indaga, segue plurime piste esistenziali e narrative, traccia segni e traiettorie, indica delle direzioni. Senza (voler) mai pervenire a una soluzione univoca. Certo vien da vedere Christine alla luce del molto, molto famoso film di Sidney Lumet di due anni dopo, 1976. Intendo Quinto potere, in originale Network, dove un conduttore televisivo (Peter Finch, Oscar ottenuto post mortem) in crisi di ascolti fa impennare di nuovo l’auditel Usa inscenando il suo suicidio in diretta. Film chiarissimamente ispirato alla vicenda, allora ancora bruciante, della Chubbuck, ma anche assai figlio del suo tempo, di quegli anni Settanta fortemente ideologizzati in cui la televisione era additato come medium del diavolo capitalista, scatola delle nequizie, strumento di manipolazione, aizzatrice dei peggio istinti del pubblico e insieme oppio dei popoli. Ecco, si temeva che Christine ricalcasse quel vecchio schema ideologica di Quinto potere dando addosso alla tv. Invece grazie a Dio il regista Antonio Campos (Afterschool) e lo sceneggiatore Craig Shilowich abbandonano la facile e datatissima scorciatoia optando per una narrazione più arrischiata, aperta, non indirizzata verso una facile tesi, anche ambigua e contraddittoria. Grazie anche alla formidabile interpretazione di Rebecca Hall, dura e segaligna al punto giusto (la vera Christine Chubbuck doveva essere così, non proprio di immediata e smodata simpatia), assistiamo a una ricostruzione che non è mai agiografica, mai genuflessione acritica, mai ideologica. Christine è rosa dalla voglia di riuscire nel suo lavoro, è ambiziosa, soffre di stare in una tv poco più che locale a occuparsi di cose minori, vorrebbe fare il salto. Ma i suoi tentativi vengono regolarmente frustrati. In famiglia si ritrova con una madre fatua e egoriferita che se la fa con un uomo più giovane, la sua vita in fatto di eros e amore è un disastro. A quasi Christine trent’anni è ancora vergine, è innamorato del bel collega George da cui spera di essere corrisposta, ma che la deluderà (la sequenza della loro uscita a cena, con Christine che si illude e verrà invece doppiamente delusa, è straziante). In più, c’è il responsabile della rete che le fa una pressione terribile per via degli ascolti in calo (qui sì che ci sono affinità con Quinto potere di Lumet) ed esige notizie, fatti e fattacci che colpiscano alle viscere gli spettatori e rifacciano salire i numeri. Prima di ammazzarsi Christine dice più o meno “Visto che in questa televisione si chiedono notizie di sangue, vi mostrerò un tentativo di suicidio in diretta”. Il che sembra suonare come un atto di accusa al sistema-tv. Ma quanto emerge da questo biopic è la personalità complicata e l’infelicità insondabile e si direbbe strutturale di Christine. Una non conciliata con il mondo, una scorticata viva. Di quelle anime straziate per le quali è difficile, se non impossibile, trovare una cura. Un film aspro, anche qua e là repulsivo, cui è difficile voler bene, e che difatti a fine visione mi ha lasciato perplesso. E però devo dire che a due giorni di distanza è cresciuto nella mia testa, nel mio ricordo. Il suo limite vero sta nel fatto che la vita di Christine non è così interessante, lo diventa solo se letta retrospettivamente, alla luce della sua morte, quella sì carica di significato. Anche, personaggio abrasivo, spesso insopportabile (quando, per dire, entra negli uffici altrui senza chiedere permesso, esigendo subito per sé l’attenzione). Stranamente dopo decenni di rimozione Christine Chubbuck è di colpo tornata al centro dell’attenzione. Almeno di chi fa cinema. Non solo questo film, ma anche uno strano documentario, Kate plays Christine, proiettato oggi al Torino Film Festival dopo essere transitato lo scorso febbraio alla Berlinale. Dove una giovane attrice, Kate Lyn Sheil, che deve interpretare Christine Chubbuck in un biopic, va nella sua città, Sarasota, per saperne di più da chi l’ha conosciuta e ci ha lavorato assieme. E intanto assistiamo a Kate che, attraverso il trucco e l’abbigliamento e lo studio ravvicinato della vera Christine, sempre più si assimila a lei. Fino a diventarne un doppio. In un’identificazione che fa pensare alla Kim Novak dell’hitchockiano La donna che visse due volte. Anche se qui si dovrebbe dire La donna che morì due volte.

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