Torino Film Festival 2016. Recensione: LA MÉCANIQUE DE L’OMBRE di Thomas Kruithof. Una spy story classicamente contemporanea

off_lamechaniquedelombre_01La mécanique de l’ombre, un film di Thomas Kruithof. Con François Cluzet, Denis Podalydes, Sami Bouajila, Simon Abkarian, Alba Rohrwacher. Sezione: Torino 34 (Concorso).
off_lamechaniquedelombre_03Storia già parecchio vista (a partire almeno da Intrigo internazionale di Hitchcock) del solito everyman coinvolto suo malgrado in una pericoloso gioco di spie. Ma stavolta aggiornata ai loschi maneggi della politica contemporanea. Il contabile disoccupato Duval accetta un lavoro che non avrebbe dovuto accettare: si ritroverà in un maledetto imbroglio. Girato assai bene, cupo e minaccioso al punto giusto, senza gli eccessi adrenalinici di tanti prodotti Usa e più in linea con la tradizione del polar. Con Alba Rohrwacher in escursioine francese. Voto tra il 6 e il 7
off_lamechaniquedelombre_08Targato ufficialmente Belgio ma immagino realizzato con ampi apporti produttivi francesi, arriva in concorso una spy-story classicissima, tesa al punto giusto, con agguati e trappole come genere impone, solo aggiornata alla contemporaneità della politica d’oggi e dei suoi loschi e sporchi maneggi (no, niente tangenti, si tratta di ben altro, e ben di peggio). Se vogliamo, anche intercettando astutamente l’onda anticasta, antiélite, che sta spazzando l’Occidente: Parigi inclusa, dove si svolge questo esemplarissimo La meccanica dell’ombra (però, che bel titolo: complimenti). Spy-story nella sua sottovariante con l’everyman coinvolto malgré lui in giochi assai più grandi di lui, e costretto a prendere in mano il proprio destino (e le armi) per non soccombere. L’archetipo resta l’hitchcockiano Intrigo internazionale, a sua volta modellato su un precedende e meno conosciuto Hitchcock, I sabotatori. Dopo i titoli di testa (ormai occupati dalle varie sigle produttive) facciamo subito la conoscenza di Duval, un perfetto François Cluzet, onesto e capace contabile che si ritrova di colpo senza lavoro causa spending review aziendale. In più ha problemi di alcol che sta cercando di risolvere frequentando gli AA. I soldi cominciano a scarseggiare, e il nostro tende a somigliare sempre più a un Daniel Blake middle class. Ma ecco arrivargli una proposta che un disoccupato non può rifutare: 1500 euro alla settimana se accetterà di trascrivere a macchina (no, niente computer, di cui non ci si può fidare) certe intercettazioni segretissime e delicatissime. Dovrà attenersi a regole assai rigide, pena la sospensione immediata: entrare nell’ufficio alla Défense alle 9 e uscirne alle 18, non aprire mai la porta, non uscire mai neanche per la pausa pranzo. L’azzimato signore che lo assume si fa chiamare Clément, ma non rivela né quale sia il suo lavoro né perché sia tanto interessato a quei nastri. Ogni persona di buonsenso rifiuterebbe, ma siamo al cinema, e poi Duval non ha più un euro. E dice sì. Sarà ovviamente il primo passo che lo porterà in un labirinto pericoloso e senza apparenti vie di uscita. Un maledetto imbroglio con omicidi, torture, fazioni diverse al servizio di padroni diversi. Ma chi è il grande burattinaio? E sta nelle istituzioni o fuori? Tutto ruota intorno alle imminenti elezioni, e al rapimento di tre cittadini francesi da parte di un gruppo jihadista. Il mite Duval dovrà darsi parecchio da fare per salvare la propria pelle e quella di una ragazza che ha conosciuto agli Alcolisti Anonimi (è Alba Rohrwacher!) rapita dai cattivi per ricattarlo. La macchina narrativa funziona molto bene, con tutti i suoi twist e le rivelazioni strategicamente piazzati per tener desta l’attenzione di chi guarda. La tensione non cala mai, e l’intrigo, benché assai complesso, è assai meno oscuro della media del genere. Che in La meccanica dell’ombra siano i politici le carogne è certo una furbata smaccatamente populista da parte degli autori, ma è anche un segno dei tempi. Il regista Thomas Kruithof al suo primo lungpmetraggio dirige con autorevolezza, senza sbandamenti. Riuscendo a realizzare un film asciutto, notturno e inquietante, paranoico come ha da essere uno spy-movie, perfettamente in linea con la tradizione del polar francese. E presentarlo in concorso al Torino Film Festival è stata un’ottima idea (non si vive solo di film sperimental-fuori di testa cambogiani o argentini).

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