Torino Film Festival 2016. Recensione: MAQUINARIA PANAMERICANA di Joaquin Del Paso. L’Angelo sterminatore rovesciato

off_maquinariapanamericana_01-1Maquinaria Panamericana, un film di Joaquín Del Paso. Con Javier Zaragoza, Ramiro Orozco , Irene Ramirez, Edmundo Mosqueira, Delfino López , César Panini Messico. Sezione: Torino 34 (Concorso).
off_maquinariapanamericana_02Muore improvvisamente il padrone di una fabbrica messicana sull’orlo del fallimento. Ma operai e impiegati nasconderanno la cosa e decideranno di continuare come se niente fosse successo: per ingannare i creditori, per gadagnare tempo, fors’anche per non affrontare lo shock della perdita del lavoro. Idea interessante, ma sviluppata nella massima confusione e non senza sgnagherataggine. Con le solite derive barcocco-grottesche da cinema latinoamericane. Un Angelo sterminatore buñueliano rovesciato, dove stavolta è la classe operaia messicana ad autorecludersi. Voto 5+
off_maquinariapanamericana_03Il più bizzarro del concorso, insieme a Los Decentes. E non sarà mica solo una coincidenza se vengono tutti e due dalla Latino America, dal Messico questo Maquinaria Panamericana, dall’Argentina Los Decentes. Bizzarri, e con derive nel grottesco e nel sureale. Sarà ancora e sempre la lezione di Buñuel a farsi sentire in quei clini? O magari, e purtroppo, quella di Alejandro Jodorowsky (autore – comincio a pensare – solo di un bel film in vita sua, La danza de la realidad) o di Francisco Arrrabal? O sarà mica signora mia il barocco controriformista di cui continuano a essere intrise e forgiate le anime e le menti del continente? Certo che Maquinaria Panamericana difficilmente lo si immagina da un’altra parte del mondo, come certe piante che se li trasporti altrove non attecchiscono. Quella del titolo è un’azienda made in Mexico non ho capito bene se produttrice o inportatrice nell’area o solo assemblatrice di macchine per l’edilizia e la logistica. Già. Benché il film sia tra i candidati al Cipputi – il premio assegnato a un’opera di questo TFF che si occupi del mondo del lavoro e immediati dintorni – che cosa si fabbrichi esattamente nella Maquinaria io non l’ho capito, né tantomeno il regista si preoccua di spiegarcelo. Ai fini della storia e dei suoi sviluppi importa solo che il padrone, l’amato don Alejandro, venga trovato una mattina morto stecchito seduto alla sua scrivania. Non ci vuol molto a sapere – ci pensano il manager e il contabile a informare le maestranze basite – che l’azienda era ormai fallita, mancava solo l’ufficializzazione della cosa. Finiti i soldi, zero finanziamenti dalle banche, clienti in fuga, creditori alla porta. Operai e impiegati cadono nel panico, lo sppettro della disoccupazione e del salario zero avanza. Finché all’amministratore (accusato peraltro di essere “frocio e incompetente”) viene l’idea di fingere che niente sia successo, di continuare nella solita routine. Dunque il cadavere viene nascosto, si cerca di ripristinare l’ordinaria quotidinaità, sperando di ingannare i creditori e di guadagnare tempo. Non è che si capisca molto bene il senso di questa finzione autogestita (è uno dei liniti del film, confusissimo), ma così è. Si procederà rispettando accuratamente i rituali consolidatie: ognuno al suo posto, ognuno con la sua mansione. Ma il disordine si insinua, l’irrazionale e l’imprevedibile conquista sempre più campo. Conflitti intestini che minano la compattezza del gruppo, e poi baccanali, gran scopate e sbevazzate, come peraltro da sempre in ogni scuola occupata e autogestita (non so se sia lo stesso anche nelle fabbriche autogestite e occupate). E un clima sospeso, come di un tempo fermato. Con il regista che pigia parecchio sul grottesco, secondo la migliore o peggiore tradizione latinoamericana. Ma non c’è mai, ed è la zeppa di un film che pure parte da un’idea brillante assai, uno straccio di svilupo drammaturgico, un pur minimo disegno he connetta i microavvenimenti cui assistiamo. Il lato interessante dell’incasinato Maquinaria Panmericama sta nel suo rovesciare il paradigma del buñueliano Angelo sterminatore (cui non si può non pensare vedendolo). Là era la borghesia messicana bloccata in uno spazio chiuso da una forza misteriosa che le imediva di uscire, qui è la classe operai messicana a chiudersi nella sua fabbrica morta ma che loro si illudono di pter mantenere ancora viva. E sono loro a chiudersi volontariamente, a imoedirsi di usire, a farsi angeli sterminatori di se stessi.

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