Torino Film Festival 2016. Recensione: SUNTAN di Argyris Papadimitropoulos. Amour fou sotto il sole della Grecia

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off_suntan_05-1Antiparos, Grecia. Un medico condotto perde la testa per una ragazza che ha la metà degli anni suoi: come in un remake (più crudele) dell’antico La voglia matta di Luciano Salce con un indimenticabile Tognazzi. Il buon Kostis comincia a trascurare il lavoro e a rendersi ridicolo agli occhi degli isolani e degli amici di lei. E sarà rapida discesa verso il fondo. Un film più mainstream di quelli della new wave ellenica di Lanthimos e Tsangari, ma che, dopo una partenza da commedia qualunque, prende quota e si rovescia in dramma disturbante. Voto 7
off_suntan_06Nel gran contenitore chiamato Festa Mobile, la sezione più robusta e più orientata verso il pubblico di un TorinoFilmFestival dalle molte – troppe? – facce (il lavoro di scouting del concorso, il cinema di margine di Onde, quello di genere di After Hours ecc.), è comparso pure questo film greco che ha già fatto il giro di parecchi eurofestival, raccogliendo consensi e premi. Suntan è assai più conciliante, più accessibile e mainstream di quella new wave ellenica che con Lanthimos e Tsangari (e aggiungiamoci Avranas) si è imposta nell’ultimo decennio con il suo cinema atono, congelato e amorale o post-morale, cinema-referto, cinema entomologico, non senza echi e richiami alla tragedia classica, agli eterni e sanguinosi viluppi familiari. Con Suntan si entra in un cinema, così almeno ci viene fatto credere all’inizio e per almeno un’ora, più medio, più commestibile, meno sofferente, anche più estroverso e solare. Et pour cause, visto il titolo. Siamo ad Antiparos, isola minima delle Cicladi, ottocento abitanti d’inverno, colonizzata da decine di migliaia di turisti di tutta Europa d’estate.
Inverno. Arriva il ferry scaricando, solo viaggiatore, il dottor Kostis Tanos, un uomo qualunque dall’aspetto qualunque (è Makis Papadimitriou, l’attore già visto nel sottovalutatissimo, almeno in Italia, Chevalier di Athina Tsangari presentato a Locarno 2015 e attuale candidato greco all’Oscar per il migliore film in lingua straniera). Morto da poco il medico condotto, lui ne prenderà il posto. Lo accoglie il sindaco, la piccola comunità dell’isola non tarda ad accettarlo. Lui del resto è uno che si fa benvolere, sempre disponinile com’è, e con quell’aspetto bonario. Anche se dentro è tutto un rovello e un tormento. Intuiamo che se il dottore è finito lì a casa di Dio un qualcosa non deve aver funzionato nella sua carriera, e nella sua vita. Kostis ha 42 anni e un’esistenza che si direbbe già condannata al banale, se non al niente. Poi esplode l’estate ad Antiparos, e arrivano i turisti. Le turiste. Kostis conosce una ventenne di nome Anna, bellissima, biondissima, greca e però nordeuropea d’aspetto, assimilabile alla ghenga di vichinghi con cui fa vacanza in un camping che si rivelerà una dimora di Dioniso. Giovanotte e giovanotti, compreso il lui di Anna, sempre nudi, sulla spiaggia e fuori, e la sera alcol, birra e ancora birra, droghe di vario tipo, musica dura e pulsante nella discotechina locale che è il luogo consacrato allo sballo. Le usuali sfrenatezze di tanto turismo giovane-europeo che tra Spagna e Grecia – ma più la prima – per un mese, come un tempo nel carnevale, rovescia e fa a pezzi la normalità sociale e si immerge nella fossa degli istinti. La promiscuità sessuale, incluse le ormai onnipresenti varianti omosessuali (lui-lui, lei-lei) agisce su Kostis come un ipnotico, un grimaldello che scassina la scatola dove son sempre rimaste sigillate le sue pulsioni, i suoi desideri. Lui, il goffo Kostis, e gli dei belli, giovani, perfetti, arroganti e (quasi tutti) biondi venuti da un qualche Olimpo o Walhalla. E lui perde la testa per Anna, scambiandone la gentilezza o blanda coquetterie, per disponibilità. Comincerà la discesa verso il fondo. Con il povero Kostis che per Anna a poco a poco dimentica i suoi doveri di medico, si rende ridicolo e perde la faccia di fronte agli isolani, si abbrutisce, si ubriaca, perde la dignità e il senno. Come in ogni devastante amour fou. Sembra di rivedere La voglia matta di Luciano Salce, con un Ugo Tognazzi quarantenne che si rovina e si fa ridere dietro e compatire per la ninfetta Catherine Spaak. Ma qui in Suntan va peggio. L’ultima parte, che ovviamente non rivelo, è angosciosissima, e traghetta anche fin troppo bruscamente Suntan dalla commedia agra al tragico con echi da manuale di psychopathia sexualis alla Krafft-Ebing. E il nuovo cinema greco dei Lanthimos, espunto all’inizio da una narrazione assai più classica, riemerge in fase finale con la sua carica disturbante esigendo il suo tributo. Puntualmente pagato dal regista Argyris Papadimitropoulos. Film imperfetto, sbilanciato tra prima e seconda parte, tra commedia e anti-commedia, con viraggio troppo repentino da un registro all’altro. Con qualche macchiettone di troppo (l’isolano femmminiere e scopatore seriale di turiste) e concessioni al bozzettismo. Ma la vena crudele, prima sotterranea e poi palese, finisce col togliere Suntan dalla traccia di medietà su cui sembrava avviato per posizionarlo nel cinema dell’inquietudine e dell’ombra. E la descrizione di cosa siano oggi certe vacanze di sballi estremi non la si dimentica. Un tempo la chiamavano liberazione (sessuale e altro), oggi è la faccia ebbra e minacciosa di Dioniso che mostra il suo ghigno in pieno sole.

 

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