Recensione: IL CITTADINO ILLUSTRE di Mariano Cohn e Gaston Duprat. In sala uno dei più grandi successi del festival di Venezia

27416-El_Ciudadano_Ilustre_227414-El_Ciudadano_Ilustre_3Il cittadino illustre (El Ciudadano Ilustre) di Mariano Cohn e Gaston Duprat. Con Oscar Martinez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Nora Navas, Mauel Vicente. Argentina 2016. Distribuito da Movies Inspired.
27410-El_Ciudadano_Ilustre_5Grandi entusiasmi critici a Veezia quando l’hanno presentato in concorso. Dissento. Il cittadino illustre funziona bene, benché piuttosto prevedibile, nella prima parte, ma casca nella seconda e si sfracella su un finale irritante. Storia di un Nobel della letteratura argentino che dopo quarant’anni, carico di fama, torna al natio borgo. E sarà resa dei conti. Film irrisolto, indeciso tra commedia e dramma, e però ruffianissimo. Piacerà di sicuro in tutto il mondo. Voto 6 meno
27406-El_Ciudadano_Ilustre_4Qualcuno a Venezia ne parlava come del più serio candidato al leone d’oro. Menomale che la giuria ha poi imboccato altre strade (la strada Lav Diaz). Certo, trattasi di film abilissimo, furbo fino alla paraculaggine, destinato a successo planetario. Magari ne faranno pure un remake a Hollywood, raccontando Il cittadino illustre una storia di quelle buone a ogni latitudine e longitudine. Il che, intendiamoci, mica è un limite. Non è che un film da festival debba per forza far penare lo spettatore, un po’ di entertainment ci vuole, un po’ di sana e tradizionale narrazione altrettanto, se no da uno Spira Mirabilis all’altro si soccombe tutti. Ma ci deve essere un limite anche al piacionismo e alla captatio benevolaentiae del pubblico, e in questo film argentino di una coppia registica tra i trenta e quarant’anni il limite purtroppo non c’è. La storia è quasi un racconto archetipico, l’uomo o la donna mediamente famosi o molto famosi che dopo essere scappati dall’orrendo e meschino paesello ed essersi costruiti come usa dire una vita di successo altrove, poi chissà perché all’orrendo paesello a un certo punto decidono di tornare. Errore fatale, come ci hanno mostrato infinite narrazioni cinematografiche e non solo, tra le ultime Young Adult, film di gran lunga migliore e più sottile e acido di questo. La storia: l’argentino Daniel Mantovani, signore a occhio sui sessanta, ha appena vinto il Nobel per la letteratura (pensare che al suo conterrano Borges non l’han mai dato, roba da matti), ma siccome è un tipetto assai non convenzionale e assai anti-istituzionale e arrabbiato con il mondo (da vero baby boomer sessantottino qual è), il premio lo ritira, pronunciando però di fronte agli esterrefatti re e regina svedesi uno speech tipo: adesso che mi avete nobellizzato mi avete ucciso come scrittore, mi avete trasformato in monumento in vita decretando la mia fine. Costernazione lì a Stoccolma, ma applausi scroscianti a Venezia da parte della platea-stampa perché i ribellismi e gli anarchismi in salsa latinoamericana piaccion sempre. Che però ti vien da dire: scusi, signor Mantovani, se il Nobel le faceva tanto schifo non poteva semplicemente dire no grazie? E le zie non le hanno mai insegnato che non si sputa nel piatto dove si mangia? Intanto, a Nobel appena ritirato, il ruvido Mantovani nel suo volontario esilio dalle parti di Barcellona – son quarant’anni che ha lasciato l’Argentina – si nega a tutti gli inviti, le interviste, le conferenze, i tour promozionali e quant’altro, non volendo compromettere la propria arte con la merda del sistema (ancora applausi dalla platea della Darsena); quando però gli arriva una lettera da Salas, il natio borgo che lo invita e lo vuole nominare Ciudadano Ilustre, cittadino illustre, e festeggiarlo, finisce con l’accettare. E rieccolo a Salas, “sistemato in un albergo che sembra uscito da un film rumeno”, ed è la migliore battuta del film, questa sì da applauso a scena aperta. (Immagino si riferisca all’hotel dell’aborto in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu.)Naturalmente il sindaco lo tallona obbligandolo a uno stringentissimo programma di incontri e appuntamenti, e naturalmente Mantovani ritrova l’amico più caro che intanto ha sposato la sua ex fidanzata (ex dello scrittore, intendo). C’è una giovane ammiratrice che ha letto tutti i suoi libri che gli si infila a letto, ci sono le minacce di un boss della zona cui lui ha bocciato il quadro in un concorsaccio di pittura. La commedia per un bel po’ fila via piuttosto bene, si ride, gli attori son bravi, le situazioni, anche se riproducono fedelmente tutti i cliché del genere ritorno-a-casa, son godibili, e il confronto-scontro tra la sofisticata cultura dello scrittore da Nobel e il ruspantismo del villaggio natio è produttore di gran divertimento. Solo che la commedia a un certo punto si intorbida, si incarta e vira in dramma (come insegnano tutti i film del genere – anche Strategia del ragno di Bertolucci – il comeback è sempre foriero di disastri e rinfacci e vendette e rese dei conti). Solo che il passaggio al registro drammatico è brusco e scarsamente motivato in fase di sceneggiatura. Un incupimento del racconto, un precipitare verso la tragedia poco credibile e che sconta l’eccesso di piacionismo della prima parte: difficile convincere lo spettatore a prendere sul serio quello che fino a un attimo prima lo ha fatto sghignazzare. Errore capitale. Ma il peggio, quello che rischia di rovinare anche il buono del film, è il finale. Che se la mena con lo sdato giochino del rispecchiamento tra vita e romanzo, tra realtà e simulazione-rappresentazione, forse a citare le ambiguità e le finzioni borgesiane. I due registi, se fossero stati coraggiosi, avrebbero bloccato il film alla cruda scena precedente. Col rischio di scontentare il pubblico, certo, ma facendo guadagnare a Il cittadino illustre credibilità e forza. Invece qui si affonda nella medietà e anche se questo film vincerà premi, anche se sarà un successo internazionale, non ce la farà a salire nella categoria delle cose davvero importanti. Giustamente, la giuria veneziana ha assegnato la Coppa Volpi quale migliore attore a Oscar Martinez, ed è l’unico premio che si poteva dare a Il cittadino illustre.

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Una risposta a Recensione: IL CITTADINO ILLUSTRE di Mariano Cohn e Gaston Duprat. In sala uno dei più grandi successi del festival di Venezia

  1. Ugo scrive:

    Boh! Ogni tanto rimango perplesso per questi interventi.
    E’ tutto quello che ti viene da dire sul film, caro Fabio?
    A me non è dispiaciuto. E trovo che il cambiamento dalla commedia grottesca alla violenza non sia poi così ingiustificata, visto la “bestialità e la suscettibilità dei concittadini del premio Nobel. Semmai risultano un po’ fumosi e banali i discorsi dello stesso Mantovani ogni qual volta è chiamato a far lezioni sulla letteratura e sul ruolo dello scrittore immerso nella società in cui vive.
    Ma non banale è per contro l’uso della mdp e della fotografia un po’ decolorata, sicuramente voluta e a mio parere azzeccata. I voti sono sempre del tutto personali ma magari un 7- glielo darei volentieri.
    Ugo

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