Recensione: ANIMALI FANTASTICI e dove trovarli. Un film diviso: mediocre il plot, buoni la messinscena e gli attori

15288631_1879730202259965_9027893709271328964_oAnimali fantastici e dove trovarli, un film di David Yates. Soggetto e sceneggiatura di J.K. Rowling. Con Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Colin Farrell, Dan Fogler, Samantha Morton, Ezra Miller, John Voight, Carmen Ejogo.
15288587_1880278655538453_8454724144883547235_o15325370_1884090121823973_1131105960851059326_oConfesso: non ci ho capito quasi niente per almeno un’ora. Quello che a ogni bambinello appassionato di Harry Potter sarà parso chiaro in un attimo, a me, che del mago piccolo piccolo non sono mai stato un cultore è sembrato massimamente oscuro e complicato. Di Harry Potter questo Animali fantastici è uno spin-off, con dentro però due tracce narrative diverse che non si incrociano mai. Assai buona invece la confezione, felice la scelta della New York anni Venti. E la coppia Eddie Redmayne-Katherine Waterston è un incanto. Ma non basta a far decollare questo macchinoso film. Voto 6 meno
15252719_1878552472377738_2769910133548703752_oPer un’ora ho faticato parecchio a districarmi nel (per me) ingarbugliato plot, a capire cosa c’entrassero gli animali fantastici con streghe e antistreghe, a districarmi tra gli strani appellativi delle varie tribù (babbani, no-mag), sopratttto a distinguere i buoni dai cattivi. È che non ho l’età da harrypotteriano. La saga del mago piccolo piccolo, di cui dicono che questo Animali fantastici sia uno spin-off (ma non chiedetemi il perché), mi ha sempre lasciato indifferente, e insofferente. Ricordo, agli albori del mito, a primo libro della faccenda appena uscito (e chi mai avrebbe pensato all’esplosione che ne sarebbe seguita), che non riuscii a oltrepassare la pagina venti. Niente da fare, non era, e temo non sia tuttora, cosa per me. Con rutto il rispetto, si intende. I film li ho sempre visti  a intermittenza, più sì che no, e sempre con scarsissimo interesse, infastidito da tutta ‘sta apoteosi delle truccherie, dalla balzana terminologia, e allarmato da una per me evidente regressione di massa (mi riferisco al successo decretato dalle masse sovranazionali) a uno stadio infantiloide e di pensiero magico. Ma tant’è. Cosa volete che conti mai il mio scetticismo a fronte della più potente e pervasiva narrazione e neomitologia messa a punto negli ultini due decenni? Perciò mi arrendo. E se per un’ora di Animali fantastici, pur riconoscendone l’ineccepibile confezione, mi son sentito perso in un labirinto, mea culpa. mea maxima culpa. Poi qualche filo ho comincito a connetterlo, anche se mai, ma proprio mai, sono riuscito a mettere insieme il puzzle, e meno ancora od appassionarmi. Mi dicono sempre quelli che tutto di Harry Potter sanno che Animali fantastici era, nel primo episodio della aaga (che ho visto ma non ricordo), un libro studiato e assai compulsato in non so quale scuola di magheria dal nome strampalato (che voi saprete di sicuro, io no). Ma era solo un elenco, una tassonomia, un bestiario di animali che ci sono ma si pensa non esistano, a uso degli speciali studenti di quell’istituto. Invece qui la signora J.K. Rowling ha aggiunto delle storie, et voilà, ecco un oltre-HarryPotter che si configura solo come la prima e fondativa puntata di un lunghissimo e immagino assai fortunato e lucroso ciclo. Bravissima, la signora JKR, a rivitalizzare con una pratica di enucleazione e reinnesto su altri e più freschi tronchi una saga ormai esausta. Applausi al mestiere. Tutto in questo film è estremamente professionale e artigianalmente curato. È la storia, sono le storie che si intrecciano (male) a creare un garbuglio per me pressoché inafferabile, mentre i pargoli sicuramente troveranno subito la bussola per orientarcisi. Siamo nella New York anni Venti, molto ben ridisegnata in digitale e molto bene utilizzata dal regista David Yates, che dopo tanti Harry Potter stavolta mostra di non essere un regista qualunque. Una New York che, piùche l’età del jazz, ricorda la Parigi meccanica e sferragliante, tutta ingranaggi, e dunque un filo steampunk, di Hugo Cabret di Martin Scorse, un luogo più del cinema e dell’immaginazione che della verità storica. Arriva non ricordo da dove un mite signore con una valigia che si rivelerà magica, dove son custoditi strani animali fantastici di cui lui, Newt Scamandre (un perfetto Eddie Redmayne), è insieme cacciatore e protettore, animali chissà perché messi fuori legge lì in quella New York sia dai babbani (si dirà così?), ovvero la gente normale che non ha poteri magici, sia dalla comunità di maghi e streghe che vivono nell’ombra. E non ho mica capito il perché. Come se già non bastasse una simile astruseria, assistiamo a una dolce ragzza chissà perché estromessa dalla sua comunità (ed è Katherine Waterston, una delle mie preferite oggi, già vista in Inherent Vice, Steve Jobs e The Queen of Earth) che proteggerà il eoarrivato Newt. Entrano poi in campo: 1) una cacciatrice di maghi e streghe che all’uopo addestra gli orfani cui dà interessara ospitalità; 2) un aspirante pasticciere che si ritrova, uomo qualunque qualunquissimo, coinvolti nelle strane avventure degli animali fantastici e del suo custode-domatore; 3) una specie di capo della security della comunità dei maghi che però chissà perché è un perfido (Colin Farrell). A questo punto la mia mente ha cominciato a vacillare, e invano ho cercato di tenere insieme i pezzi di una storia impossibile e folle. Per dire: perché Colin Farrell è cattivissimo se fa parte della comunità dei buoni? E così via. Il delirio non sta tanto nello spazio concesso alla realtà parallela della magia, ma nel moltiplicare compulsivamente personaggi e fatti senza connetterli un un tessuto narrativo coerente in grado di spiegarli. Tant’è che mi chiedo come sia possibile che la scrittrice pià prolifica, venduta e pagata degli ultimi vent’anni abbia potuto creare un simile pasticciaccio. A salvare il film c’è però la confezione, e ci sono gli attori, quasi tutti perfetti nel loro ruolo. La sugestione della New York anni Venti è così forte da far dimenticare qua e là le smagliature di una sceggiature vagolante su tracciati che non sempre si intersecano. I possenti palazzi del potere, finanziario e non; gli antri del piacere e della vita di notte (la sequenza del club dove si fa jazz è la migliore di tutto il film, all’altezza di Chi ha incastrato Roger Rabbit?); la gioielleria messa a soqquadro di notte dall’animale fantastico, il piò simpatico di tutti, con un’attrazione irresistibile per tutto quello che sberluccica; gli stupori dell’aspirante fornaio-pasticciere trascinato in un mondo parallelo. Sono bei momenti, che suppliscono alla balordaggine e all’artificiosità della trama. E gli attori: Eddie Redmayne e Katherine Waterstonono una copoia squisitissima che di sicuro diventerà un punto di forza nella saga. Colin Farrell, che già si era riscattato da qualche prova scialba in The Lobster, qui è ambiguo e losco al punto giusto, e sa saturare la relazione manipolatoria e di uso che intrattiene con il disperato adolescente posseduto da una forza oscura (lo interpreta Ezra Miller: era il diabolico angelo sterminatore di A proposito di Kevin e il lato gay del triangolo di Noi siamo infinito) di sottintesi e allusioni. Con un sottotesto omosessuale che si evidenza attraverso il body language e il gioco di sguardi tra i due. In finale spunta per qualche secondo Johnny Depp, già prenotato per la prossima puntata. Tutti sono usciti dal cinema soddisfatti (e gli incassi hanno poi confermato). Solo io assai perplesso. E ancora adesso, a un bel po’ di distanza dalla proiezione stampa, continuo a pensare che questo si tratta di uno strano film: bufala colossale per quanto riguarda quello che racconta e il come lo fa (ci sono due piste narrative che non vanno mai insieme, quello degli animali fantastici e quello delle complicartissime lotte tra maghi e no: due film diversi che non si trovano mai, e che non sono necessari uno all’altro), buono e a momenti ottimo spettacolo per le suggestione che nonostante tutto riesce a creare. Basta a salvarlo? Temo di no.

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