Recensione. ROGUE ONE: A STAR WARS STORY, un film di Gareth Edwards. E se fosse il migliore Star Wars di sempre?

ROGUE ONE: A STAR WARS STORY556802Rogue One: A Star Wars Story,un film di Gareth Edwards. Con Felicity Jones, Diego Luna, Mads Mikkelsen, Forest Whitaker, Riz Ahmed, Wen Jiang, Ben Mendelsohn, Donnie Yen.
ROGUE ONE: A STAR WARS STORY553726Sì, c’entra con Star Wars, ma non è un sequel, non è un prequel, non è un reboot. Se mai uno spinoff e, come dicono i più informati dei fatti filmici, uno stand-alone. Comunque sia a me, che non sono mai stato un devoto del culto di Guerre stellari, questo Rogue One è sembrato buono. Meno giocattoloso, meno fanciullesco, con meno mostrerie e gadgetterie. Più adulto. Con una dose più bassa di fantastico e una più alta di realismo. E interessanti contaminazioni con altri genere, come il bellico. Tutta la seconda parte ricorda certi combat film con missione impossibile come Quella sporca dozzina o I cannoni di Navarone. Ma piacerà agli ortodossi del culto, alle vestali della saga? Si griderà all’eresia? Voto 7+
511168545922Mai stato un devoto del culto Star Wars (nemmeno agli esordi e ai primordi, quando da noi lo si chiamava solo e italianamente Guerre stellari, roba dell’altro secolo se non di un altro mondo, mica come adesso signora mia che siamo tutti, o fingiamo tutti di essere, english speaking e dunque: Star Wars!). Mai amato davvero Han-Solo, la principessa Leia o Leila (dipende dalla versione inglese o italica), Luke Skywalker e il resto della compagnia, robottini, robottoni e creature pelose compresi. Mi lasciò indifferente il fondativo film, correva l’anno 1977, che mi sembrò tutt’al più una divertente fracassoneria e, da parte del suo regista George Lucas, un passo indietro rispetto a quanto di bello e promettente ci aveva fatto vedere con American Graffiti. Ero cieco, non mi rendevo conto che stavo assistendo all’atto di nascita di uno dei più incredibili, pervasivi e globali fenomeni pop-culturali del secondo Novecento. Tantomeno immaginavo che a decenni e decenni di distanza saremmo stati ancora qui a parlarne, scriverne, discuterne, cercando di districarci nella selva dei sequel, dei prequel, dei reboot, degli spinoff. Insomma di tutta quella enorme massa di film e narrazioni e derivati vari (dai videogame ai Cosplay) che nel frattempo è cresciuta come una mostruosa creatura intorno al nucleo originario, dilatandolo, arricchendolo, ma anche succhiandone vampirescamente la linfa vitale. Io c’ero e non capivo. Il più clamoroso abbaglio della mia vita di spettatore compulsivo. E però perché mai dovrei pentirmi e cospargermi il capo di cenere? Star Wars, benché ne riconosca l’implacabile efficienza da premiata fabbrica di sogni – continua a non essere cosa mia. Ci sono film, e non soltanto film, per cui si hanno ripulse immediate e pre-razionali, come se non si avessero nel cervello i recettori adatti, come se l’incastro noi-e-loro fosse impossibile: tutto qui (mi è capitato anche a Cannes con il tedesco Toni Erdmann: l’ho detestato, subito e fortissimamente, e adesso il film della signora Maren Ade è lì a ramazzare premi e nomination dappertutto, ed è in testa alle classifiche più cool quale migliore film del 2016). Sicché sono andato a vedermi Rogue One con parecchio disincanto e senza aspettarmi granché, soprattutto dopo la delusione provata l’anno scorso con il mediocre e stanco reboot Il risveglio della forza (e però anche lì ho avuto torto marcio e son stato smentito dai fatti, visto che quello Star Wars numero 7 – in ordine di apparizione sugli schermi – ha poi frantumato il box office dappertutto, Madagascar, Bhutan e isole Comore comprese). E invece. Invece Rogue One mi ha riconciliato con la mai finita saga dell’Impero e della Forza, sembrandomi addirittura il meglio tra tutti quelli che ho visto (forse perché è il meno Star Wars di tutti?). Adesso però non posso esimermi dal fornirvi – pena comprensibilità e commestibilità di questa recensione – carta di identità del film e dati di base così come son state diramate dai solerti uffici stampa. Vale a dire: che Rogue One è uno spinoff, e non è parte della serie Star Wars così come l’abbiamo conosciuta finora tra prequel e sequel. È, come da titolo, A Star Wars Story, un qualcosa che si colloca dentro e insieme fuori, lateralmente, succhiando atmosfere, fatti, eventi, personaggi più o meno centrali dei sette film canonici per costruire un racconto in proprio. In particolare attingendo al primo, che per me è sempre stato Guerre stellari e basta, e invece oggi mi son reso conto, informandomi per questo pezzo, di come sia stato ribattezzato pomposamente – immagino dopo l’uscita dei tre prequel tra 1999 e 2005 – Star Wars, Episodio IV, Una nuova speranza. Lì nel prologo si accennava sbrigativamente al fatto che “alcune spie ribelli si sono attivate per rubare i piani segreti dell’ultima arma dell’Impero, la Morte nera” (Death Star nell’originale). Ecco, Rogue One è la messa in racconto, e in forma di colossal, di quella battuta veloce, mostrandoci analiticamente come quel furto di informazioni fondamentali sia stato preparato e messo a segno. Ma ahimè le spieghe non sono mica finite (detesto addentrarmi, io che adepto non sono, nell’antro dei misteri di Star Wars, ma tant’è), mi corre l’obbligo di aggiungere che Rogue One non è il cominciamento di una nuova serie, ma è, come dicono là in America, uno stand-alone, un episodio che si conclude in sé, celibe, sterile, che non figlierà, non darà vita a sequel (mentre sono in programma altri stand-alone, uno su Han-Solo). Però adesso basta con simili dettagli da SW-addict, andiamo via veloci con la recensione. Dicevo di essere rimasto (favorevolmente) sorpreso. Già. Finalmente una storia di/da/intorno a Guerre stellari non così infantile e giocattolosa e childish, con l’apparato gadgettistico tenuto sotto controllo, e lo stesso dicasi per il tasso di mostri e mostrerie. Qui solo un androide, creature pelose scarse, quasi non avvistate. E chi come me non ci ha la passione per quelle cose lì tira un sospiro di sollievo. Rogue One, eccola la bella notizia, è il primo Star Wars adulto, che non induce regressioni mentali ai cinque-sei anni d’età, che non costringe lo spettatore a tirar fuori da qualche anfratto ben sprangato il fanciullino (Pascoli! Pascoli!) che c’è in lui. Mica per niente uno dei due sceneggiatori è Tony Gilroy, quello che ha scritto Bourne e altra bella roba del genere spy-action, uno che grazie a Dio non è abituato a giocare coi pupazzetti e pupazzoni e il trenino e le astronavi, ma a stare addosso all’attualità e alla contemporaneità, anche la più spigolosa, traducendola in congegni narrativi perfettamente funzionanti. Grazie credo a lui in Rogue One si respira tutt’altra aria. L’Impero, nella scrittura sua e di Chris Weitz, e nella direzione precisa, nitida e elegante di Gareth Edwards (niente fronzoli, zero esibizionismi e muscolarità registiche, massima aderenza al racconto), diventa un sinistro apparato totalitario mianacciosamente affine a quelli del secolo breve che ci siamo lasciati alle spalle, e le guerriglie, gli agguati, le imboscate che vediamo nella prima parte del film in una città-bazaar (vicino al covo di un ribelle estremista e scheggia-impazzita nella stessa resistenza chiamato Guerrera) richiamano, anche visivamente, quanto si vede nelle news da Baghdad e adesso, purtroppo, da Aleppo. Con quegli scontri sanguinosi strada per strada, vicolo dopo vicolo. C’è lo sforzo evidente di creare, pur in un mondo parallelo e fantastico, e pur restando nel perimetro rigorosamente recintato di Star Wars, interferenze, incroci e commistioni con le cose nostre, intendo di questo pazzo pazzo pazzo mondo. Si riduce visibilmente rispetto ai precedenti SW la quota di fantastico, si accresce quella di realismo, ed è palpabile l’avvicinamento a generi oltre lo sci-fi. Tentativo interessante (e riuscito) di rinfrescare una mitologia cinematografica che, nonostante gli strabordanti incassi, mostra qualche affanno. Storia lineare e, una volta tanto, facile da seguire anche per chi fanatico di SW non è. C’è all’inizio un signore molto dabbene costretto, essendo lui il miglior scienziato della galassia, a progettare per l’Impero l’arma letale, e davvero di distruzione di massa, chiamata Death Star. C’è sua figlia, destinata a crescere lontana da lui e a diventare la pupilla del signore della guerriglia Guerrera. Andando veloci: succede che la ragazza e un probo soldato della Ribellione si mettano alla testa di un manipolo di pronti-a-tutto (tra cui uno jedi cieco) per dare l’assalto alla roccaforte dove ci stanno i piani segreti dell’arma di sterminio e trafugarli. Gli ultimi quaranta-cinquanta minuti consistono per l’appunto nell’assalto al santuario militare dell’Impero, che altro non è che la rivisitazione nei modi di SW di tanti film bellici classici (WWII, naturalmente) con missione impossibile e/o suicida di un commando contro una fortezza di nazistoni o loro alleati (I cannoni di Navarone, Quella sporca dozzina, Inglorious bastards inteso come l’originale di Enzo G. Castellari). Mirabolanti battaglie aeree per le quali giustamente qualcuno in America ha tirato in ballo Apocalypse Now. E parecchie tenebre, parecchia pioggia sporca in una delle sequenze-chiave, a oscurare e lordare lo scintillante lindore dello SW originario. Per far capire che qui siamo da tutt’altra parte, con solo una qualche coincidenza e sovrapposizione di galassie, pianeti e iperspazi. Per il resto, altro film e altri eroi, e meno male. Gareth Edwards (purtroppo non ho visto il suo Godzilla di cui si dice un gran bene) imprime a Rogue One un segno nitido, quasi grafico, assai lontano dai barocchismi cui la saga ci aveva abituati, sfoltendo il campo visivo anziché riempire e affastellare, lasciando respirare film e spettatori. Anche il design privilegia una certa sobrietà e le linee nette e chiare, e se lo Star Wars del 1977 si era posto (al di là delle stesse intenzioni degli autori) quale manifesto di uno stile e di una sensibilità postmoderni, Rogue One chiude quella fase e ne apre un’altra sotto un segno visivo che si potrebbe dire neorazionalista. Ottima riuscita, e chi mai l’avrebbe detto. Temo però che i cultori dell’ortodossia grideranno all’eresia, al tradimento, al non-è-star-wars. E temo che Rogue One, pur così buono, non ce la farà a diventare quella fabbrica di mitologie che il suo lontano progenitore è stato. Gli attori? Su tutti, al solito, Mads Mikkelsen (ma non gli potevano dare qualche scena in più?). Felicity Jones ha la giusta energia riaffermando il protagonismo femminile della saga, Diego Luna è un eroe più malinconico che spaccone.

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