Recensione: IL MEDICO DI CAMPAGNA, un film di Thomas Litli. Buonissimo cinema francese medio

show_photo-5Il medico di campagna, un film di Thomas Litli. Con François Cluzet, Marianne Denicourt. Distribuzione BIM.
show_photo-1show_photo-3Un film come solo i francesi sanno fare. Che sa raccontare con garbo una storia apparentemente fatta di niente e personaggi più veri del vero. Il medico condotto di un villaggio si ritrova, lui abituato a fare da solo, affiancato da una dottoressa. Non sarà una convivenza così facile. Cinema tradizionale di impeccabile confezione, e assai civile nei modi. Con un’ottima coppia di attori. Voto 7
show_photo-6Il cinema di papà non muore mai. Passano le rivoluzioni, passano le generazioni variamente e filmicamente contestatrici, passano e invecchiano le nouvelle vague ma il cinema bien fait, il cinema classico e senza azzardi con i suoi racconti strutturati come Dio comanda e secondo tradizione (una storia con un incipit, uno sviluppo, una conclusione), rispunta anche dopo che i suoi detrattori l’hanno sbeffeggiato e dato più volte per defunto. Sicché oggi, 2017, eccoci qua a registrare come discreto (e meritato) successo natalizio questo film francese senza pretese avanguardistiche e sperimentaliste, solo la voglia di mostrarci un pezzullo di vita vera e ambienti e personaggi credibili in cui tutti ma proprio tutti, e a tutte le latitudini, possiamo riconoscere un qualcosa di nostro. Ottima scrittura, regia pulita e senza fronzoli, e senza prevaricazioni su narrazione e caratteri, e attori di massima naturalezza, in grado di restituire tutto lo spettro dei comportamenti e sentimenti della cosiddetta normalità. Cinema rilassante, che non ci chiede molto e che ci sa dare qualcosa, e che non ce la mena con il peso dei messaggi e la pretenziosità dell’impegno pur non rinunciando all’esercizio dell’intelligenza. Cinema che potremmo dire borghese, e medio nel senso migliore: ebbene sì, anche nel senso di cinema da classe media, perché è la classe media quella che racconta e nella quale cerca il suo pubblico di riferimento. Facile arricciare il naso e alzare il sopracciglio, facilissimo fare i critici malmostosi da festival di quelli o un Lav Diaz da otto ore o niente, non è cinema. Invece, che buona cosa è Il medico di campagna, e come lo si gode quietamente se non si cerca il capolavoro obbligatorio, il film-azzardo, l’Esperienza Sconvolgente e Sublime (e sublime in quanto sconvolgente). Cinema francese puro, di quello che solo da quelle parti han la ricetta segreta (e inesportabile): personaggi medi e qualunque, tranches de vie che sembrano replicare milioni di altre vite e in cui milioni di persone possano rispecchiarsi, e quella provincia profondissima magari di qualche grettezza ma sempre di solida umanità. E un tono garbato, lieve, elegante e ‘a posto’ anche quando si va sul popolare, senza quelle beceraggini di tanto cinema vernacolare o post-vernacolare nostro. Thomas Litli, che prima di diventare regista era medico, al suo ex mestiere aveva già dedicato Hippocrate, gran successo in patria e una paccata di nomination ai César. Ci torna sopra con questo Il medico di campagna, ricalcato pare su certe sue esperienze quale appoggio e sostituto in una condotta di paese. Succede poco, quasi niente, ma è un niente incantevolmente raccontato e messo in scena, con la precisione di chi sa e conosce la materia, e con encomiabile pulizia di tocco. Jean-Pierre Werner, un François Cluzet che non sbaglia niente, neanche un battito di ciglia, è il medico condotto di un villaggio della Francia nord-occidentale. La sua vita – per lui uomo solo con unico figlio ormai grande e lontano – coincide con il suo lavoro, o se volete con la sua missione, che svolge impeccabilmente, con dedizione e sobrietà di modi, senza mai tromboneggiare e retoricizzare. Certo, con le sue asperità, le sue bruschezze di carattere, perché JP non è tipo accomodante, un vero medico di campagna tutto sostanza e zero apparenze, mica come quei fighetti di città tronfi nel loro camice bianco. Adorato e rispettato dai suoi pazienti, che ne riconoscono le capacità e lo spirito di sacrificio. Succede però che si ammali, di un male assai grave, e che debba accettare controvoglia di essere affiancato da una medichessa incaricata di dargli una mano, di non grande esperienza ma animata dalle migliori intenzioni. Figuriamoci, sarà dura per lei ritagliarsi un margine d’azione accanto al quel burbero dottore, bravo sì, ma aduso a comportarsi come monarca assoluto nel suo territorio e con i suoi pazienti. Affidabile, disponibile, ma inesorabilmente accentratore e di rara testardaggine. Ecco, il film è la piccola, minima guerra di attrito tra lui, che non vuole mollare, e la dottoressa che vorrebbe collaborare e rendersi utile. Con un accenno di guerra dei sessi tra il maschio-orso e la femmina seducente ma volitiva, e un po’ di roccioso fallocratismo di una volta. Sullo sfondo, figure e figurine di un microcosmo di villaggio fatto di gente la cui normalità lascia però intravedere qua e là qualche minima follia, derive varie nel delirio, ossessioni non placate. Come in un Bruno Dumont carinizzato e depotenziato di ogni carica disturbante a uso di un pubblico mainstream. Riusciranno, il medico burbero e malato e la dottoressa così bella e determinata, dopo tanti screzi e qualche scazzo a trovare una forma di coesistenza pacifica. Il regista Thomas Litli ha il buon gusto e il buon senso di evitare la trappola di una storia tra i due, e bisogna essergliene grati. Cluzet è Cluzet, oggi forse il meglio degli attori di Francia insieme a Fabrice Luchini, ma la sorpresa – almeno per noi italiani che la conosciamo poco – è lei, Marianne Denicourt, con quella faccia e quei modi da donna vera. Con alle spalle un sodalizio privato e professionale con Arnaud Desplechin che si dice abbia lasciato parecchi strascichi.

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