Perché il premiatissimo LA LA LAND non mi è piaciuto (e rischia di diventare uno dei film più sopravvalutati della decade)

Sette Golden Globe vinti stanotte, ma non se li merita. Recensione del film più sovrastimato (insieme a Toni Erdmann) del 2016 e, temo, di tutta la decade.

Ryan Gosling ringrazia per il Golden GHlobe ottenuto quale miglior attore nella categoriua comedy/musical. Foto dal sito dei Golden Globes.

Ryan Gosling ringrazia per il Golden Globe ottenuto quale miglior attore della categoria comedy/musical. Foto dal sito dei Golden Globes.

Con sette Golden Globe incamerati stanotte (miglior film comedy o musical; migliore attrice comedy o musical; migliore attore comedy o musical; miglior regista; migliore sceneggiatura; migliore colonna sonora originale; miglior canzone originale) La La Land si afferma, non inaspettatamente, come film dell’anno. E mentre i siti specializzati in box office lo danno avviato verso i 100 milioni di incasso in patria – un’enormità di questi tempi per un non supereroistico e non animato – il film del giovane Damien Chazelle (32 anni tra pochi giorni) si prepara a incamerare anche una paccata di Oscar. La scontata conferma la avremo il 24 gennaio, quando verranno annunciate le nomination. Val la pena ricordare come La la Land abbia avuto la sua prima mondiale lo scorso fine agosto a Venezia quale film d’apertura della Mostra del cinema diretta da Alberto Barbera. E fu, fin dalla prima proiezione stampa alle 8,30 di mattina, un trionfo. Sono stato allora tra i pochissimi a non apprezzare il neo-musical di Damien Chazelle, che mi è sembraro impacciato e inerte al di là dell’indubbiamente astuta confezione, e al di là dell’impegno dei due protagonisti Emma Stone e Ryan Gosling. Continuo a pensare che si tratti di un prodotto mediocre, sopravvalutato e gonfiato da uno di quei casi di contagio psichico, o innamoramento collettivo, che ogni tanto, e abbastanza inspiegabilmente, si verificano tra i critici e il pubblico dei festival (un altro caso clamoroso del 2016: Toni Erdmann della tedesca Maren Ade). Andrò naturalmente a rivederlo quando uscirà in sala, il prossimo 26 gennaio, anche se credo, temo, che una seconda visione non riuscirà a farmi cambiare parere (ogni tanto mi capita: è successo proprio in questi giorni con Alps di Yorgos Lanthimos).
Ripubblico la recensione di La La Land scritta a Venezia, certo in controtendenza rispetto a quanto si è letto allora e si continua a leggere su infiniti altri siti o media cartacei.
LLL d 29 _5194.NEFLa La Land, un film di Damien Chazelle. Con Emma Stone, Ryan Goslin, JK Simmons, Rosemarie DeWitt, John Legend. Concorso Venezia 73.
LLL d 13 _2548.NEFIl Damien Chazelle di Whiplash confeziona un classicissimo musical tra Minnelli e Stanley Donen. Ma è un’operazione citazionista algida e stanca. Protagonisti un lui jazzista incompreso e una lei aspirante attrice. Tutti i cliché che abbiamo incontrato in centinaia di film su quanto sia difficile sfondare a Hollywood e nella vita ci sono tutti, senza peraltro la minima reinvenzione. Un film senza un fuoco narrativo e senza una direzione. Bisogna riconoscere a Chazelle un coraggio leonino nel riesumare un genere del passato remoto (quei passi a due!), ma non basta il suo entusiasmo a salvare un racconto intimamente inerte. Comunque molto applaudito al press screening. Mah. Voto 5 meno
LLL d 41-42_6689.NEFMi aspettavo poca stampa stamattina alle 8,30 al primo press screening di La La Land, assai atteso musical d’apertura della Mostra (e in concorso, dunque candidato al leone). Anche perché una successiva e più comoda proiezione era prevista alle 11,15 sempre nella capiente Sala Darsena. Invece grande folla di primo mattino per questo terzo film, molto annunciato, caldamente promozionato, del ragazzo sì e no trentenne Damien Chazelle che tre anni fa centrò un successo che nessuno si aspettava (arrivarono anche tre Oscar se ricordo bene) con il furbissimo e irresistibile Whiplash. E stavolta, al suo lungometraggio numero 3, si butta in un’impresa ambiziosissima e al di là delle sue forze, nientedimeno quella di riesumare il musica classico hollywoodiano tra anni Trenta e Cinquanta, da Fred Astaire a Gene Kelly, il musical premoderno, pre West Side Story e pre Cabaret, e fallisce: nonostante i molti applausi con cui a fine proiezione, e dopo l’ultima ruffianissima scena, è stato accolto, immagino soprattutto dalla stampa anglofona che da un po’ ne parla come di uno dei runner per la prossima awards’ season. È che Chazelle nel corso delle due ore del suo film, troppe, non sa che da parte andare e non va da nessuna parte, imboccando troppe tracce per poi subito abbandonarle. Sentieri interrotti, cancellati. E poi, Dio mio, va bene giocare postmodernamente o ipermodernamente e citazionisticamente con i cliché narrativi e i modi del cinema che fu, ma qui si esagera, riproponendo in un estenuante déjà vu decine, centinaia di trame e sottotrame congelate negli archivi senza la minima reinvenzione, senza il minimo scarto, senza insufflargli dentro un’energia vera, al di là delle frenesie giovanilistiche di qualche sequenza. Inoculandoci un senso di soffocamento fino alla claustrofobia, facendoci sentire come intrappolati in un polveroso museo del cinema neanche ben funzionante. Quando poi Chazelle sembra trovare una pista interessante, come il declino irreversibile del jazz e la missione utopistica del protagonista di salvarlo dall’oblio, subito la dismette per buttarsi da un’altra parte. Un guazzabuglio, un pasticcio sconnesso e concettualmente sgangherato nonostante la ovviamente smagliante e americanissima confezione. Si parte con un ingorgo in autostrada con canti e balli collettivi e assai giovani e energetici, e sembra un qualsiasi Step Up con relativi street dancer. Poi invece si vira su Fred Astaire e Gene Kelly, con strizzate d’occhio fin troppo insistite a cose di Vincente Minnelli, soprattutto Un Americano a Parigi e Gigi, Stanley Donen e George Cukor. Ma così, come la va la va, senza un progetto, un’idea guida, un asse concettuale, e neanche una vera drammaturgia. Che non sia quella del boy-meets-girl, peraltro sviluppata con la massima stanchezza (da una vita non si vedeva una storia a due così approssimativamente costruita, con ampi passaggi inspiegati). Lui e lei a Los Angeles, Sebastian pianista jazz naturalmente sempre senza lavoro, Mia cameriera aspirante attrice venuta dalla provincia che passa da un’audizione all’altra senza mai ottenere un parte. Una vertiginosa sommatoria di stereotipi senza che Chazelle si dia la pena di rivitalizzarli. Si canta e si danza, ma anche qui senza troppa coerenza stilistica. Sebastian vorrebbe salvare il jazz dal mondo crudele che s’avanza, poi però compone per Mia un popsong qualsiasi di quelli che potrebbero finire in cinquina da Oscar, e allora non si capisce più niente. Gli omaggi cinefili son troppi, troppo esibiti e troppo insistiti, fino alla pedanteria. Si salva qualche numero. Il ballo con canto in solitaria di Ryan Gosling tra i lampioni, la danza a due nella volta stellata. La parte finale è ruffianissima e strappa-applausi, ma non ce la fa a salvare il film. Gosling e Emma Stone ce la mettono tutta cantando e ballando benino (e Ryan pure suonando il pianoforte), e a conti fatti son loro il lato migliore di un film al di sotto delle sue e delle nostre aspettative. Quanto a Chazelle, ci mette dentro tutta la sua carica da giovane regista in ascesa, ma paradossalmente confeziona un prodotto come spento dentro, in cui la vitalità sta tutta in superficie senza raggiungere mai il nucleo.

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6 risposte a Perché il premiatissimo LA LA LAND non mi è piaciuto (e rischia di diventare uno dei film più sopravvalutati della decade)

  1. Pingback: Nomination all’Oscar: parliamone. Troppo a La La Land, troppo poco a Scorsese e Larrain | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Anonimo scrive:

    Concordo pienamente

  3. Anonimo scrive:

    Idem film sterile solo gonfiato di pubblicità di critica e pubblico, ha pure scopiazzato sul finale sliding door

  4. marinayogina scrive:

    Che peccato confondere l’entusiasmo con la ruffianeria, la joie de vivre con “l’americanata”. Che noia non saper riconoscere il gioco con i topoi e l’omaggio ai cliché scambiandoli per banalità e pedanteria. Quanta polvere in un’analisi inutilmente cerebrale e cavillosa (quanti “post”, quanti “pre”) che impedisce di godere di un film fresco e gioioso. Si accusa di stanchezza la pellicola. Sarà, ma quanta polvere in questa pedante recensione, che, mi si perdoni, pare scritta da qualcuno ha cui semplicemente è sfuggito il senso del film. Forse perché il senso stava anche nel saper abbracciare la leggerezza e lasciarsene trascinare?

  5. claudio scrive:

    concordo con la recensione. Finalmente un critico che rifiuta di esser preda dei facili entusiasmi dietro La la land. Il film lascia l’angoscia delle cose incompiute, delle occasioni mancate. Ci si sente anche un po’ traditi. L’idea era carina, rivivere la stagione dei musical anni trenta quaranta – ne sono un appassionato – poteva trovare il suo pubblico. Ci voleva però una vera sceneggiatura e non un non sapere dove andare. Peccato per i due attori, adatti al ruolo ma penalizzati dalla confusione.

  6. Valentina scrive:

    Sono anch’io in parte d’accordo. Bella confezione, bel finale (se c’è qualcosa di originale nel film – ed è comunque un omaggio a “New York New York” – è il coraggio del “non lieto fine” in un genere come il musical), ma due pecche imperdonabili: 1. Emma Stone bravissima, ma entrambi dovrebbero ballare e cantare molto meglio 2. la sceneggiatura veramente senza alcun mordente, incredibile abbia preso dei premi – non c’è una sola battuta che spieghi perché i due si innamorano (ok sono entrambi bellissimi, ma poi? che noia). E considerato che i protagonisti sono praticamente gli unici due personaggi, la trama diventa veramente un po’ vuota (ps.: ma i soldi per vivere in quella casa spaziosissima di Los Angeles, dove li prendono? :D)
    Per carità, carino, si guarda bene, ma le commedie musicali della vecchia Hollywood erano tutta un’altra cosa… appunto perché prendevano ballerini, musicisti, comparse in quantità, e soprattutto sceneggiatori, migliori. Tanto clamore fa pensare solo che la gente non conosca più il cinema e quindi non faccia confronti.

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