Recensione: PASSENGERS, un film di Morten Tyldum. Romantic comedy (e guerra dei sessi) nello spazio

Chris Pratt and Jennifer Lawrence star in Columbia Pictures' PASSENGERS.PASSENGERSPassengers, un film di Morten Tyldum. Sceneggiatura di John Spaihts. Con Jennifer Lawrence, Chris Patt, Laurence Fishburne, Michael Sheen.
PassengersL’idea non era male: ibridare il solito viaggio spaziale con il genere romantico (nella sottovariante ‘proletario fa cadere innamorata la sciura’). Perché signora mia non siamo soli nell’universo. Ma gli autori pasticciano parecchio e sprecano l’intuizione. E se Chris Pratt è bravo e simpatico, Jennifer Lawrence è al suo minimo storico. Voto 5+
575719In fondo, non così pessimo come lo hanno dipinto certi recensori antipatizzanti, qui come in America. Tra 2016 e 2017 si è visto ben di peggio al cinema, come Collateral Beauty – incredibile vincitore al box office italiano della campagna di Natale – o Assassin’s Creed. Goffo se mai, quasi a replicare le goffaggini del suo (peraltro amabile) protagonista proletario alle prese con la sciuretta disibernata e spocchiosa, che è poi la peggiore Jennifer Lawrence di sempre, truccata malamente e di un’odiosità parecchio superiore a quanto richiesto dal ruolo. E pure miscast (e lei sembra rendersene conto, per quello forse per tutto il film ha quell’aria da cosa-ci-fa-qui-una-signora-attrice-come-me). Film di quella fantascienza che mette al suo centro più gli umani che le battaglie stellari, i mostri e le giocattolerie, e che in questi ultimi anni ha prodotto cose ottime come Gravity e The Martian (più il primo del secondo, per la verità). L’idea di partenza non è mica così malvagia, anche se folle la sua parte (ma almeno è un azzardo, sant’Iddio, in tanto cinema messo su applicando le regolucce del marketing più asfittico, scolastico e miope). Idea che è quella di immettere nei modi e nelle convenzioni della fantascienza – astronavi, pianeti da abbandonare, pianeti da colonizzare, tenpeste cosmiche etc. – una romantic comedy. Ma sarebbe meglio dire un film-guerra dei sessi con rimbeccate e rimbrotti e bisticci incessanti lui-lei, che tanto si sa come va a finire, sempre a letto con reciproca soddisfazione, sempre lì si va a parare, che si sia su questo mondo o su un’altra galassia. Con dentro, anche, un qualcosa del sottogenere stallone proletario-incontra-sciura e la fa capitolare, e più lei fa la sostenuta inizialmente e più la resa sarà incondizionata. Insomma qualche buona intenzione in questo Passengers c’è. Si è avuto l’accortezza anche di prendere come protagonista l’unico attore del genere supereroistico che abbia mostrato finora un minimo di ironia, un qualche talento per il lato commedia e perfino buffonesco nelle varie avventure spaziali (ma anche terrene, vedi I magnifici sette) cui ha partecipato, ovvero il Chris Pratt dei Guardiani della galassia, con la sua naturale simpatia di ex ciccione diventato strafico con la forza della volontà e dei personal trainer. E qui perfetto quale ragazzone proletario dello spazio. Sinossi – cercherò di farla breve – di Passengers: in un futuro non poi così lontano la spaceship Avalon è in viaggio verso un pianeta diventato colonia della terra ormai flagellata da multipli problemi. Viaggio della durata prevista di 120 anni, tant’è che i passeggeri, oltre cinquemila, per non invecchiare nel frattempo son tutti ibernati, anzi crioconservati, nelle loro cuccette-sarcofago bianche che abbiamo già visto in decine di film prima di questo (ma un nuovo design no?). Causa collisione con un asteroide o altra megaspazzatura spaziale, uno dei viaggiatori – dell’ultima classe, mica di quella dei signori (l’Avalon in fatto di divisioni in classi funziona come il Titanic) – si ritrova disinbernato e sveglissimo. Peccato che manchino ancora novant’anni alla destinazione, e dunque son problemi, altroché, con la certezza di lasciare questa valle di lacrime prima dell’arrivo. Non bastasse, il nostro Jim Preston – un buonissimo ragazzo working class – comincia a sentirsi solo, molto solo, sull’orlo di una depressione galattica appena appena mitigata dalla presenza di un barman-androide di ineccepibile professionalità (una delle buone invenzioni del film: è Michael Sheen, meno serpentesco del solito). E sentendosi solo, finisce col cadere innamorato di una passeggera ancora crioconservata e dormiente. E che fa? La scongela, per averla come compagna di viaggio e di letto. E però condanando anche lei alla pena di vivere il resto dei suoi giorni su quell’astronave. Si sentono gli archetipi che ci hanno forgiato, Adamo solo nell’Eden e Eva creata dalla sua costola. E lui e lei allo stato aurorale, come su un’isola deserta, quando tutto sembra possibile. Lei che si chiama emblematicamente Aurora, è scrittrice-giornalista e viene dai quartieri alti (e dalla prima classe), se la tira da vera stronza, poi però di fronte all carinera di Jim e pure alla sua consistenza carnale cede. Secondo i modi di tante rom-com dell’era classica e meno classica di Holywood. Amore perfetto, armonia, felicità-tà-tà, benché insidiata dalla prospettiva di quei maledetti novant’anni che mancano aalla fine del viaggio. Poi Aurora viene a sapere che a disibernarla è sato lui, intenzionalmente, mica un’avaria alla bara-cuccetta, e cominciano le incazzature, le ripicche, e adesso-non-ti-voglio-più-parlar ecc. ecc. Segue una parte più action tutta dedicata a come aggiustare la nave e ripristinare le condizioni iniziali di surgelo, concessione vistosa a tutti i cliché del genere spaziale, con anche qualche incongruenza di troppo. Il film precipita nella piatta replica del già mille volte visto, e il pur timido tentativoi di rinfrescare il genere e ibridarlo con la rom-com naufraga. Il guaio vero di Passengers è però in un clamoroso errore di sceneggiatura nella sua parte romantic comedy-guerra dei sessi, ed è la decisione di Jim di scongelare Aurora. Una violenza, una colpa che nessuna carineria successiva del personaggio riuscirà più a farci dimenticare. Jim resta marchiato da quel peccato originale facendo sbandare tutta la storia. Perché narrazioni come queste, intendo dei colossi fantascientifici e simili, si reggono sulla netta divisione tra bene e male, tra buoni e cattivi, non tollerando la minima ombra e ambiguità sull’eroe. Cui in questo caso non basterà poi comportarsi da cavaliere immacolato per emendarsi. Se gli autori avessero davvero osato e portato alle estreme conseguenze l’idea di partenza (ma chi poi mai avrebbe messo i soldi?), avrebbero trasformato Jim in una sorta di psicopatico che disgela la donna desiderata per tenerla a propria disposizione, facendo di Passengers una specie di Il collezionista (o anche dell’almodovariano La pelle che abito) spaziale. Ricreando le torbide, sinistre e claustrofobiche atmosfere di quegli psycho-thriller in un’astronave. In certi momenti, in certi passaggi, soprattutto nell’uso delle opprimenti architetture interne dell’Avalon, sembra di intravederlo, di percepirlo quell’altro film virtuale, il film che Passengers avrebbe potuto essere e non è. E allora diciamo che, per quanto malriuscito e qua e là parecchio brutto, questo fantascientifico del regista (norvegese) di The Imitation Game lascia almeno intuire, come in un doppiofondo, un altro racconto più interessante. Ci sono film che questo doppiofondo neanche ce l’hanno

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