Recensione: IL RAGNO ROSSO, un film di Marcin Koszalka. Serial killer ai tempi della Polonia comunista

Schermata 2017-01-27 alle 19.38.51Il Ragno Rosso (The Red Spider), un film di Marcin Koszalka. Con Filip Plawiak, Adam Woronowicz, Malgorzata Foremniak, Julia Kijowska, Marek Kalita, Wojciech Zielinski. Polonia. Distribuzione Lab80.
Schermata 2017-01-27 alle 19.38.29Due serial killer, uno vero e uno falso, nella Polonia comunista degli anni Sessanta. Una storia enigmatica, con un protagonista che si muove come un sonnambulo negli ambienti tetri del socialismo reale. Fino a un colpo di scena che non si può dire, e che è il nucleo di questo film sfuggente e ipnotico. Voto 7 e mezzo
Schermata 2017-01-27 alle 19.38.39Sfuggente, enigmatico film di un regista polacco che s’è fatto largo nel giro dei festival con i suoi documentari, e che in questa storia (storia? diciamo che lo storytrelling è latitante e le zone d’ombra abbondano) fa il salto nella finzione. Prendendo però spunto, benché assai alla larga, da casi di cronacaccia nera del suo paese ai tempi cupi del comunismo reale, del Patto di Varsavia e dei suoi carrarmati sempre pronti a intervenire, sedare e reprimere. Il primo caso: quello del più giovane serial killer della storia, un ragazzo di nome Karol Kot che colpì nella Polonia anni Sessanta, fu chiamato il Vampiro, diventò una celebrità (e poi dicevano che il comunismo avrebbe abolito certe abnormità, certo marciume borghese, certi pervertimenti, mentre qui ce n’è almeno un paio: di chi ammazza e di chi dell’assassino fa un idolo). Il secondo caso: quello di un altro serial killer di nome Lucian Staniak detto il ragno rosso perché firmava le sue lettere col sangue (grazie di queste informazioni a Variety) e che terrorizzò e pure lui affascinò il paese per anni, e che poi si scoprì non essere mai esistito, insomma una bufala, una leggenda metropolitana, un fake architettato da chissà chi. Marcin Koszalka si ispira molto liberamente a questa doppia traccia, rimescola fatti e miti, news e fake news, reinventa, riscrive e cava fuori uno dei film più elusivi e misteriosi di questi ultimi tempi, che niente c’entra con il genere americano-hollywoodiano dei massacratori compulsivi e ripetivi, e somiglia piuttosto a una danse macabre, a un racconto di spettri che si credono vivi non essendolo più, o non essendolo mai stati. Un film con un interprete di massima e voluta inespressività (Filip Plawiak, nato come modello di pubblicità, dunque perfetto) che lo fa somigliare a un sonnambulo o – se proprio si vuol trovare un rierimento ciematografico – all’assassino sotto ipnosi del Gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene. Solo che, ed è uno degli elementi di fascino del film, il regista crea questa atmosfera fantasmatica, livida e malata partendo da una ricostruzione minuziosa, al limite del feticismo iperrealista, di quegli anni Sessanta polacchi sotto regime comunista e tutela del Kremlino. Interni spogli e squallidi, di quella povertà che solo il socialismo reale, e quel senso di ristrettezza materiale, di avvilimento, di paura, di sospetto che era allora in tutti i paesi detti d’oltrecortina. Tutto è glaciale, tetro, plumbeo. Con quell’incipit in un miserando lunapark stretto in una gola rocciosa senz’aria e senza speranza che dà subito la cifra stilistica del film. Altro che Le vite degli altri, qui siamo ben oltre, tra cucine e tinelli da stringere il cuore, e obitori con tavoli anatomici, e studi di medici e veterinari sinistri, tra piscine e spogliatoi spartani per atleti sottoposti a una disciplina militare.
Il ragno rosso racconta di due serial killer, uno vero e uno falso, uno che uccide e non confessa, uno che non ha mai ucciso ma confessa di averlo fatto. Sta in questo scambio delle parti, e di identità, il nucleo del film, e la sua oscura suggestione, il suo porsi come un doppio caso clinico in cui la perversione non è solo del vero colpevole ma anche di chi si assume la colpa essendo innocente. Si sente un che del Polanski antico, un qualcosa del Bergman più radicale, quello di Persona, di un cinema come non si fa più. Karol Kremer, 19 anni, è un promettnte tuffatore e un figlio perfetto, padre medico, madre casalinga che lo adora. Una sera ai margini del lunapark scopre il cadavere massacrato di un ragazzino. Intravede un uomo andarsene via sull’autobus, intuisce che è l’assassino, lo rintraccia. Trattasi di un omuncolo qualunque, un veterinario, che non fatica a confessare a Karol i suoi delitti facendone il proprio confidente e, in parte, complice. Cosa vuole davvero Karol? Che cosa lo spinge a frequentare quel mostro dall’aria anonima e sinistramente normale? Soprattutto: perché grida al mondo di essere lui il mostro? A sconcertare e spiazzare del film, ma anche a costituire la sua forza e la sua diversità, è la totale assenza di ogni spiegazione all’agire di Karol, di ogni tentativo di interpretarlo. Il regista non ci consola con una facile giustificazione psicologistica o sociologistica, si mantiene impassibile di fronte al suo soggetto-oggetto, seguendone il movimento sunnambolico e registrandone gli atti assurdi. La gratuità della confessione di Karol non è diversa da quella dell’omicidio dello Straniero di Camus, che ammazza ‘perché abbagliato dal sole’. La stessa atonia morale. La stessa insignificanza. In alcune recensioni italiane e straniere si parla di Karol come di un malato di celebrità, uno che si addossa colpe altrui per uscire dal mucchio e essere, a modo suo, una star. Il quarto d’ora warholiano di celebrità nella Polonia pre-Solidarnosc (che poi Andy Warhol, all’anagrafe Warhola, aveva le sue radici familiari in un villaggio slovacco mica così lontano dalla Cracovia in cui si svolge Il ragno rosso). Ma il film fornisce solo labili indizi a supporto. Sì, Karol che con il padre guarda in tv il concerto dei Rolling Stones a Varsavia, Sì, il poliziotto che gli chiede l’autografo. Ma sono piste appena accennate e subito interrotte dal regista. Il quale si limita a filmare il suo ectoplasmatico protagonista senza mai farci vedere ‘cosa ci sta sotto e ci sta dietro’. In questo allineandosi a moltissimo cinema europeo di ultima generazione e nuova autorialità, cinema dell’inespresso dove si procede per ellissi, sottintesi, non detti, allusioni e sottrazioni, togliendo il più possibile, abolendo ogni facile passaggio narrativo, spiazzando e come deludendo lo spettatore. Penso a un altro film di quest’ultimo anno, pure proveniente da un paese dell’ex impero sovietico, la Bulgaria: Godless, vincitore a Locarno 2016. Certo che a Marcin Koszalka riesce benissimo la ricostruzione del clima claustrofobico di quella Polonia, e a farne l’humus perfetto per la sua laida vicenda di delitti senza castigo, e di innocenza con castigo (sempre che si possa parlare di innocenza per uno che ha sognato di uccidere senza riuscirci). Davvero i suoi lugubri panorami urbani e extraurbani rimandano all’espressionismo tedesco, e se Caligari, secondo l’analisi di Siegried Kracauer, prefigurava Hitler, di quale abominio politico Il ragno rosso è il precursore? Ma forse i serial killer di Koszalka, il vero e il falso, rimandano solo a se stessi, al proprio vuoto interiore, e ogni intento di connetterli alla Storia, o di farne dei simboli, è pura illusione.

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