Recensione: LES OGRES, un film di Léa Fehner. Artisti sotto la tenda del circo per niente perplessi, anzi esagitati e debordanti

134857153452Les Ogres, un film di Léa Fehner. Con Adèle Haenel, Marc Barbé, Lola Dueñas, Inès Fehner, François Fehner, Marion Bouvarel. Vincitore della scorsa Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. Distribuzione Cineclub Internazionale.
152827Le infinite storie, in scena ma soprattutto fuori scena, di un teatro-circo viaggiante che porta in giro per la Francia un Cechov assai poco strehleriano. Amori, tradimenti, baruffe, riappacificazioni, tutto in un caos assai rumoroso e gesticolante. Cinema fisico, corporale, esagitato, eccessivo, che a me ha ricordato, più che il citatissimo Fellini, Lina Wertmüller. La giovane regista, qui al secondo film, mostra di avere carattere e di saper tenere sotto controllo una materia tanto magmatica. Ma, sorry, non è il mio cinema. Due volte premiato all’ultimo festival di Pesaro. Voto 6 meno
366091Due ore e venticinque (dove sono finiti i flm di 90 minuti?) di cinema survoltato, sovreccitato, sudato, corporale, denso di umori e afrori. Cinema di urla e strepiti, di baci e schiaffi, di zuffe e abbracci. Cinema dove ci si ama, ci si azzanna, ci si divide e ci si ricongiunge, ci si scopa e ci si mena, ci si abbuffa di sesso e cibo, ci si fa del bene e ci si fa del male, e però poi alle zusammen, perché signora mia la vita è un circo e bisogna viverla. Siamo difatti in area Fellini (però in Francia, non a Rimini, non a Roma), sotto uno châpiteau con artisti per niente perplessi, anzi assai decisi sul fare e disfare, e a fare un casino della madonna. Un caos chiassoso e per niente organizzato, dove tutti sembrano italiani gesticolanti e eccessivi da film sugli italiani, o gitani (da film sui gitani) mossi da passioni estreme, e invece son francesi, attori francesi nomadi e itineranti nel Sud-Ouest. Léa Fehner, qualcosa più di trent’anni, al suo secondo lunghissimo lungometraggio (doppiamente premiato allo scorso Pesaro Film Festival, dalla giuria e dal pubblico) flirta con il cinema del troppo, dei grandi appetiti e delle grandi scopate, cinema oversize, erculeo e anche mostruoso, come il titolo, Gli orchi, suggerisce. Non proprio il cinema che amo, ecco. Si è tirato in ballo, oltre a Fellini, anche un nume della patrie lettere come Rabelais, a me però questo Les Ogres ha ricordato soprattutto il cinema fisico, greve, smanacciato – schiaffi, toccamenti – di Lina Wertmüller, con quei sapori e odori e fluidi pesanti da bordello, da tavolate troppo ricche e grasse, da desideri accaldati sotto il sole. E però Léa Fehner si inserisce anche in un nuovo cinema francese femminile dove ogni carineria è espunta, dove si mima la vita anche nei suoi aspetti e lati bassi e impuri, linguaggio gonfio e scurrile, signore e signorine non più madonne gentili e invece combattenti nell’arena che è questo mondo oggi con prepotenza e determinazione, e un body language esagitato tra il basso napoletano e i peggio ghetti metropolitani d’occidente. All’inizio c’è naturalmente Céline Sciamma con il suo seminale Bande de filles (da noi chissà perché diventato Diamante nero), un fim manifesto, un film matrice, cone le sue bulle sboccate e violente che hanno prodotto subito imitatrici ed epigone. Come le ragazze di Divines di Uda Benyamina, vincitore a Cannes 2016 della Caméra d’or come migliore opera prima (e finito nella cinquina finale del Golden Globe per il migliore film straniero). Ma cinema del corpo, degli uomori e malumori e dei bisticci, è pure quello della molto amata in Francia Justine Triet, la regista dell’eccessivamente celebrato La bataille de Solférino e del più recente Victoria (tutto uno schiamazzo, sia l’uno che l’altro). Sono autrici che definire cattive ragazze proprio non si può, se non altro per l’usura della locuzione, ma che certo han deciso di buttare via ogni galateo da signorine dei salotti buoni e fiondarsi in un cinema dal segno volutamente sporco, un cinema materico, come impastato di secrezioni, tattile. Si potrebbe includere in questa vague, seppure con qualche forzatura, anche la Katell Quillévéré di Suzanne e dell’appena uscito in Italia Riparare i viventi, e (con meno forzature) Léa Fehner. La quale ci racconta in Les Ogres di un tendone in cui una compagnia di teatro ambulante (con derive circensi) mette in scena il Cechov dell’Orso, con inserti e aggiunte da Le nozze. Secondo modi e stilemi e tic che si rifanno a certe cose di sperimentazioni ardite e molto colorate anni Settanta, come il Théâtre du Soleil di Ariane Mnouckine e il Grand Magic Circus di Jérôme Savary. La macchina da presa segue e stalkerizza la crew, protagonisti e comprimari, e vari addetti ai lavori, registrando e raccontando le loro storie sul palco (sulla pista), ma perlopiù fuori, tra roulotte e tendone, con particolare attenzione alla feccende di letto, sesso, tradimento, passione. Con il sospetto che la regista ci abbia buttato dentro qualcosa, e anche più, di autobiografico, visto che proviene da una famiglia che da decenni gira la Francia con un teatro itinerante chiamato L’Agit (si chiama invece Davaï quello di Les Ogres). Oltretutto fa interpretare la coppia regina del tendone, il capocomico e la primattrice sua consorte, ai suoi genitori (François Fehner e Marion Bouvarel), e afffida alla sorella Inès Fehner un ruolo non secondario. Siamo – s’è capito – dalle parti della vita che si fa rapresentazione e viceversa, dell’arte che imita la vita ma forse è il contrario, delle persone che tendono a sovrapporsi e a coincidere con i personaggi. Film come si usa dire corale, con trame e sottotrame e un brulicare di caratteri che si intersecano in una baraonda sovreccittata che è il tono del film, la sua impronta sonoro-auditiva. Si sale e si scende dal palco, anzi dalla pista circolare, con Cechov che dà le battute a una messinscena assai poco tradizionalmemte cechoviana, e invece ai limite della clownerie, del cabaret espressionista, anche della smandrappatura da antica filodrammatica (e inorridiranno i puristi del Giardino dei ciliegi secondo Strehler). Ci si rubano mariti, amanti, fidanzati, mogli, qualche volta li si restituisce qualche volta no. C’è la ragazza incinta di un signore con parecchi anni più di lei e però innamoratissima, c’è l’attrice che in un numero teatral-circense cade e si fa male, e a sostituirla arriva una spagnola che fu già l’amante del capocomico, e che manderà di nuovo fuori equilibrio il suo matrimonio. Mentre la figlia della coppia regina cerca di mettere ordine in quel caos, anche finanziario. Ci sono storie e storiacce con gente sconosciuta incontrata durante il tour, le tensioni arriveranno al punto di rottura, ma poi tutto si ricompatterà, perché the show must go on e siam tutti una famiglia, la grande famiglia del circo. Troppa roba, e troppo urlare, troppo litigare, troppo scopare, troppo di tutto. Un piatto così pantagruelico da suscitare, almeno in me, un certo rigetto. Riconosco la capacità della giovane regista di tenere in pugno una materia così magmatica che rischia di debordare da ogni parte e ingorgare la narrazione, l’abilità di orchestrare tante storie. E però questo cinema così denso non è di quelli che mi sono congeniali. Grazie a Dio c’è una delle meglio attrici oggi in circolazione, e tra le mie preferite, Adèle Haenel. Al cui nome si associa invariabilmente l’aggettivo luminosa. Ebbene, lo è davvero.

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