Recensione: RIPARARE I VIVENTI, un film di Katell Quilléveré. Una buona regia che non basta a riscattare un racconto a tesi

533275178484Riparare i viventi (Réparer les vivants), un film di Katell Quilléveré. Con Emmanuelle Seigner, Tahar Rahim, Anne Dorval, Finnegan Oldfield, Bouli Lanners, Dominique Blanc, Monia Chokri. Distribuzione Academy Two. Voto 5
530775533900Il meglio è il titolo, con quella sua visione meccanica e cyberpunk del corpo umano. Il resto è solo pubblicità progresso (adesso come si dirà?) pro-donazione organi dilatata a film. Che mi dicono essere tratto da un libro assai venduto e assai più appassionante. Mah. La storia è quella che è, didascalica e dimostrativa fino alla pedanteria, edifcante come una predica quaresimale, anche se la regista Katell Quilléveré – una delle signore che stanno riscrivendo il cinema femminile francese immettendovi dosi massicce di corporalità e fisicità e sottraendovi caruccerie e sdilinquimenti sentimentali – si sbatte alquanto per arginare l’abbastanza insopportabile messaggistica. Filma benissimo l’inizio, con quei ragazzetti del surf ripresi sull’acqua e sott’acqua in sequenze di muscolare bravura, e quei paesaggi del Nord francese con vista su lunghe spiagge atantiche e cieli rannuvolati e sempre un filo plumbei per noi abituati agli orizzonti mediterranei. Puro cinema, quasi astratto, che ci comunica un senso di desolazione e malessere annunciandoci cripticamente e subliminalmente quanto va a succedere. Già autrice del brusco e dardenniano Suzanne, Katell Quilléveré muove bene i suoi personaggi travolti ora dalle disgrazie ora graziati dal caso e dal destino in una sorta retribuzione karmica, accentua il senso di verità azzeccando tutti gli attori, i dialoghi, il tono, la musica interna del film, ma nulla può fare contro il virtuoso impianto narrativo con tesi incorporata di Riparare i viventi.
Sono due le tracce di racconto, prima separate, poi destinate a incrociarsi e cambiare la sorte di più di un vivente. Il surfer adolescente Simon ha, tornando dalla costa, un incidente di macchina e, ricoverato nell’ospedale di Le Havre, poco dopo clinicamente muore (ovvero, morte cerebrale, ma organi ancora vivi e pulsanti). Con i due poveri genitori che devono decidere se procedere o no a donazione e espianto. Intanto, a Parigi vediamo una signora di nome Claire in attesa di un cuore nuovo, con figlio adolescente incasinato, parecchi problemi esistenziali passati e prsenti, e un lavoro di musicista in orchestra abbandonato per la malattia. Il resto l’avete già intuito, giusto? Diciamo che le strade di Simon e Claire si intersecheranno, e qualcosa passerà dall’uno all’altra. Storia di massimo, quasi geometrico schematismo, anche se la regista (come, immagino, già l’autrice del libro Maylis de Kerangal) si sbatte parecchio per rendere interessanti i contesti e i personaggi collaterali. Dunque: focus sui genitori separati di Simon (con una Emmanuelle Seigner al solito bravissima), su Claire e la sua orgogliosa solitudine, temperata dal ritorno di una ex. E poi quella che è forse la figura meglio riuscità, il medico delegato a prelievo e trasporto organi (il sempre a posto Tahar Rahim, assai credibile con quella sua onesta faccia qualunque) che fa da connettore tra le due storie, tra i due mondi. Una specie di messaggero del destino. Con però risvolti alquanto didascalici ed esplicativi, allorché ci vengono mostrati in dettaglio tutti i passaggi dell’espianto-e-trapianto (con scene chirurgiche di massima crudezza che turberanno qualche anima bella – e lo stesso succede in La fille de Brest, in italiano 150 miligrammi, il film di Emmanuelle Bercot in uscita nelle nostre sale l’8 febbraio). Ma il rude realismo di Katell Quilléveré non ce la fa mai a farci dimenticare il dolciastro benintenzionalismo di fondo, lo spottone a favore della donazione degli organi che il film nella sua irridemibile sostanza è. Non bastasse, si esagera in political-correttismi pro-omocoppie con la ex al capezzale di Claire. Sicché, procedendo alla sommatoria dei più e meno, Riparare i viventi è una delusione, scatenando pure – eterogenesi dei fini – dubbi e perplessità che prima non si avevano su espianti e trapianti, visto che cuore, fegato, reni e quant’altro vengono tolti al povero Simon (come a ogni altro espiantato) a corpo cerebralmente morto e però per il resto vivo. Dite che sono cattivi pensieri? Può darsi, ma, pur senza volere entrare nell’annosa quetione su quale sia il confine tra vita e non vita, dico solo che un brivido lungo la schiena mi è corso. Non so voi. Da segnalare una doppia presenza xavier-dolaniana: Anne Dorval, ovvero Mommy, che qui, quasi irriconoscibile, è la Claire in attesa di cuore nuovo, e Monia Chokri, la ragazza tra i due ragazzi di Les amours imaginaires, ritrovata in Réparer quale infermiera Jeanne.

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