Berlinale 2017. Recensione: DJANGO, un film d’apertura non eclatante

foto courtesy Berlinale

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Django, un film di Étienne Comar. Con Reda Kateb, Cécile De France, Beata Palya, BimBam Merstein. Francia. In concorso.

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Modesta apertura di Berlinale con questo film su due anni (1943-45) cruciali nella vita di Django Reinhardt. Di etnia gitana, Django con il suo jazz fa impazzire la Parigi sotto occupazione nazista. Ma si intensificano le persecuzioni contro Rom e Sinti, e lui e la sua famiglia devono scappare. Django ha il merito di riportare alla nostra attenzione una pagina nera non così conosciuta, il massacro degli zingari da parte del nazismo, ma non riesce, se non in rari momenti, a elevarsi oltre la piattezza e gli intenti pedagogici da vecchia tv. Voto 5+

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Django come Reinhardt, non come il torvo pistolero di Sergio Corbucci o lo schiavo ribelle di Quenin Tarantino (e però narrano i filologi dell’italian western che Corbucci scelse quel nome per il suo eroe dalle dita massacrate in omaggio a Django Reinhardt). Di lui, del musicista gitano (ramo Sinti) che miscelò tramite e anche tastiere chitarra il jazz e i suoni della sua gente, questo film ripropone un pezzo di vita cruciale che va dal 1943 al 1945, rispettandone i fatti salienti, ma con ampio ricorso, come ammette lo stesso regista Étienne Comar, alla fictionalizzazione. Si romanza e insieme si ricostruosce il reale, e naturalmente si fatica a distinguere i due registri. Ma la questione non è questa, la questione centrale è quella che si pone sempre nei dintorni del Giorno della memoria, quando si susseguono a ondate in tv e al cinema, e sulle varie piattaforme on demand, i film sulla Shoah. Quanto conta la sacrosanta rievocazione di quei crimini e delle sofferenze di chi le subì nella valutazione di un film (o di un libro, di un testo teatrale)? Basta la correttezza dei contenuti, anzi la loro necessità, ad assolvere una produzione formalmente, esteticamente, linguisticamente qualunque o magari peggio? Ovvio che non basta. Eppure quella domanda me la sono fatta e rifatta tante volte vedendo stamattina Django, deludente apertura di questa Berlinale. Perché ricostruendo quei due anni del musicista il film rievoca la persecuzione da parte dei tedeschi (qui siamo nella Francia occupata) dei gitani, prima impediti nelle loro libertà – di lavoro, di movimento -, poi mandati nei campi. La vicenda di Reinhardt e della sua famiglia si fa storia esemplare di una Storia più grande e tremenda, tant’è che Django si chiude con la macchina da presa che inquadra una parete con le infinite foto di Rom e Sinti uccisi nei lager. Purtroppo la fattura del film è assai convenzionale, da vecchia televisione generalista e pedagogica, e con un’estetica perfino imbarazzante, come nell’orrenda sequenza d’apertura con un accampamento di zingari da cliché anni Cinquanta (se qualcuno ricorda la canzone “Zingaro chi sei/figlio di Boemia/dimmi tu perché/sei venuto qui…” sa quel che dico) e inquadratura attraverso il fuoco del bivacco. Imperdonabile. Da uscire dal cinema. Quel che segue è solo un po’ meglio, ma se si resta è solo per lui, Reinhardt, e la sua storia.
Django Reinhardt è un re delle notti parigine sotto occupazione, nelle caves ovviamente fumose e peccaminose lui e la sua band scatenano la meglio gioventù vogliosa di divertirsi e dimenarsi al ritmo della musica black. Nonostante la sua appartenenza a un’etnia disprezzata, Django ha tra i suoi ammiratori anche un bel po’ di gerarcume nazista della Francia occupata, e sono tali la sua fama e la sua abilità che i tedeschi lo invitano, con uno di quegli inviti assai pressanti che non si possono rifutare, a un tour in Germania nei più grandi teatri e alla presenza di rappresentanti del partito e del governo. Certo con un repertorio in cui la musica dei ‘negri’ sia contingentata in dosi sopportabili all’orecchio nazista. Lui, senza peraltro darsela da eroe, non ci sta, sicché con la madre-agente (grande performance di un’attrice a me sconosciuta di nome BimBam Merstein) e la moglie incinta lascia, con l’aiuto della Resistenza, Parigi e si installa tra le montagne su un plumbeo lago vicino al confine svizzero. Quelli del reseau gli hanno promesso di fargli attraversare il confine molto presto, ma passano le settimane, i mesi, e Django si ritrova imbottigliato in quell’esilio non voluto, e sempre più pericoloso, giacché i nazi stanno fiutando la faccenda. È questa la parte migliore del film, la più ambigua e sottile, la più inquitante, con l’attesa di un passaggio in Svizzera che non arriva mai. Con la polizia francese zelante e vergognosamente collaborazionista (che onta, per l’orgoglio nazionale: lo si era già visto in molti film, a partire da Lacombe Lucien, ma ogni volta si resta basiti). Con l’escalation della persecuzione contro gli zingari. Sono ombre, chiariscuri e ambiguità che per qualche momento sottraggono il film alla sua pesantezza dimostrativa, a un altrimenti insopportabile manicheismo. Quando si tratta di aiutare a pasare il confine quelli del reseau privilegiano i loro, mandando in fondo alla lista di attesa Django e famiglia. E il personaggio di Louise, presumo totalmente immaginario, con i suoi giri di valzer tra francesi e tedeschi lascia intendere che non tutto fu come la vulgata patriottica e resistenziale avrebbe lasciato intendere ex post (e il film giustamente ricorda come a fare tournée in Germania furono, certo pressati, certo obbligati, anche glorie nazionali come Edith Piaf e Charles Trenet). Ma è troppo poco per riscattare un film che rischia l’effetto vita dei santi e acta martyrum, perché purtroppo – tanto per riprendere il dilemma di cui parlavo – non bastano le ottime intenzione e i giusti messaggi, anzi l’intento edificante finisce con l’uccidere il buon cinema. E se vogliamo dirla tutta, il sottofinale di Django ricorda troppo da vicino quello di Tutti insieme appassionatamente, con la famiglia del barone che si dilegua grazie allo spettacolo che depista e inganna i cattivi. Solo che là era meglio. Però onore a Reda Kateb che è un Django Reinhardt misurato e cool, lontanto dai fiammeggianti eccessi da cliché gitani. A Cécile De France tocca la misisone impossibile di incarnare insieme il Bene e il Male, rigorosamente con le maiuscole. Chiunque affionderebbe, non lei. Ma il film se lo conquista BamBam Merstein quale Negros, la mamma-agente di Django. Meraviglia. Chi sa dirci qualcosa di più di lei? (E però in molti a chiederci a fine proiezione se fosse proprio il caso di aprire la Berlinale 67 con un film così modesto).

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