Berlinale 2017: i 5 film che ho visto oggi, venerdì 10 febbraio (On Body and Soul; The Dinner; Trainspotting 2; The Trial: the State of Russia vs Oleg Sentsov; Golden Exits)

T2 Trainspotting (foto Courtesy Berlinale)

T2 Trainspotting (foto Courtesy Berlinale)

The Dinner (foto Courtesy Berlinale)

The Dinner (foto Courtesy Berlinale)

Golden Exits (foto Courtesy Berlinale)

Golden Exits (foto Courtesy Berlinale)

1) Testről és lélekről (On Body and Soul), un film di Ildikó Enyedi. Ungheria. Competizione.
Mi sa che ce lo ritroveremo presto film di culto da festival fighetto, di quelli che vengono messi in programma per alzare il tasso di severità di una rassegna e aureolarla di nobiltà. Certo non è un film qualunque, questo di una signora ungherese che, starà bene dirlo?, ha 62 anni e finora non è che si sia fatta molto conoscere fuori dal giro dei festival (se mi sbaglio correggetemi, grazie). C’è del buono e del pessimo, nel suo On Body and Soul (il titolo originale ungherese è bellissimo, ma impronunciabile). Con derive pericolosamente arty, psicanalismi selvaggi fuori tempo massimo, metafore azzardate, connessioni tra l’umano e l’animale che vorrebbero suggerire profondità ma son solo spicce. Un repertorio piuttosto greve che però – bisogna dire – mantiene nel trattamento di Ildikó Enyedi una sua leggerezza, una sua grazia. Perché alla fin fine tante escursioni nell’onirico e nel surreale e nell’inconscio individual-collettivo vanno a parare su una storia d’amore. Che difatti molto è piaciuta alle signore e anche ai signori della platea stampa (applausi calorosi alla fine). Siamo in un mattatoio, forse a Budapest (il mattatoio si porta molto ultimamente nel cinema altoautoriale quale metafora trasparentissima della crudeltà universale). Il manager, un signore sui 50 magnificamente segnato dalla vita e dalle pene d’amore dunque seducentissimo agli occhi del popolo femminile (non direi di quello gay, che vuole la trionfale perfezione fisica mica la ruga addolorata), si ritrova faccia a faccia con la giovane donna appena assunta per il controllo qualità. Ossessiva, rigorosa fino all’autopunizione, afflitta dalla sindrome del noli me tangere, terrorizzata da ogni contatto intimo. Una nevrotica di purissima marca freudiana (del resto siamo nella Mitteleuropa che fu un tempo tutta impero austroungarico). Lui ne è attratto, ma come stabilire un contatto con una che in mensa mangia da sola e se lo offri un caffè scappa? Ci penseranno i sogni. Nel senso che i due scopriranno di sognare lo stesso sogno, un cervo e una cerbiatta che scorrazzano in un paesaggio innevato. Cervo meets cerbiatta: nel sogno. La realtà invece pone parecchi ostacoli, ma è facile immaginare come andrà a finire. Bizzarro, con avanguardismi datatissimi da cinema antonioniano anni Sessanta e un’attrice che difatti monicavitteggia come nei film dell’alienazione del grande ferrarese. Strano, pencolante verso il kitsch, ma non privo di una sua nobiltà. Tra il cult e il guilty pleasure. Qui a Berlino gli entusiasti sono molti. Potrebbe entrare nel palmarès. Voto 6 e mezzo
2) The Dinner, un film di Oren Moverman. Stati Uniti. Competizione.
Doppia coppia a cena apprende di un disastro combinato dai rispettivi figli, e sarà guerra al tavolo del lussuoso ristorante super cheffato e negli attigui salottini. Già sentito? Sì, è la stessa storia di I nostri ragazzi di Ivano De Matteo, difatto il suo film e questo dell’israeliano operante da anni in America Oren Overman sono tratti dallo stesso libro. E poi, come non pensare a Carnage di Polanski-Yasmina Reza e un po’ anche a Il nome del figlio? Rischia insomma di arrivare troppo tardi The Dinner, a genere guerra-tra-famiglie (e non son quelle di camorra e ‘ndrangheta) già inflazionato. Ma bisogna riconoscere che Moverman si spinge molto più in là, con più crudeltà, con più coraggio, nel rovistare tra i molti angoli bui delle due coppie (i due maschi son fratelli abbastanza coltelli: uno è un politico che punta a diventare governatore, l’altro è professore di storia affascinato dalle pagine più sanguinose; le mogli ovviamente sono agli antipodi e si detestano). Troppo lungo, le solite due ore e qualcosa, troppo verboso, con troppe digressioni (tutto quel parlare della battaglia di Getuysburg e farci pure la visita: cos’è, la giustificazione, anzi l’elogio della violenza come levatrice della storia? il mettere le mani avanti per quello che dopo succederà?). Overman è un ottimo sceneggiatore, ma sembano mancargli i tempi cinematografici qundo passa dietro la mdp. Finale che è davvero un pugno nello stomaco, molto, molto più feroce di quello di Carnage. Signori, smettiamola di autofagellarci per il familismo amorale italiano, è una tara diffusa a ogni latitudine, anche nell civilisssima America degli storici e dei governatori. E i soliti anti-italiani la smettano e comincino a fare i conti con quel sostrato vischioso e incancellabile che sta dapperutto, in ogni cultura, a ogni grado di barbarie o civilizzazione, ed è la difesa animale di sé, della propria famiglia, del proprio territorio. L’idea di scandire il gioco al massacro con le portate della cena al ristorante stellato è pomposa quanto retorica (però non male quando uno dei commensali di fronte a un ‘giardinetto di verdure’ portato in tavola scambia l’origan, cioè l’origano, per lo stato dell’Oregon). Gere un po’ in là con gli anni per fare il padre di un ragazzino Gli altri della quadriglia sono Laura Linney, Steve Coogan (Philomena) e Rebecca Hall quale jena arrivata in alto e per niente disposta a rinunciare a quanto ha raggiunto. Voto 6 meno
3) T2 Trainspotting, un film di Danny Boyle. Competizione (fuori concorso).
Era proprio il caso di dìfarci il sequel, a Trainspotting,vent’anni dopo? Visto il risultato, proprio no. T2 rimette tutti all’opera, il regista Danny Boyle, Ewan McGrefor, Johnny Lee Miller, Robert Carlyle, per un prodotto fracassone, ipercolorato-pop, adrenalinico e amfetaminico, smargiasso e completamente inutile. Soprattuto, senza un attimo di verità, senza una necessità. Un film glaciale che sembra seguire le linee guida dettate dal marketing più che un progetto narrativo. Chissà perché il piacione Renton detto Rent Boy (Ewan McGregor) torna a Edimburgo e ricontatta gli amici dopo che gli ha fregato i soldi per il suo business di eroina del film preedente. Sì, restituisce a ognuno la sua parte, ma non tutti sono entusiasti di ritrovarselo tra i piedi. Sick Boy ha messo su un bordello mascherato da sauna, con la sua ragazza bulgara quale principale attrazione: i clienti adorano farsi penetrare analmente dal suo dildo (e però lei non vede l’ora di fare la scalata e issarsi in ufficio a fare la Madame e smistare clientela e ragazze). Spud è sempre disperato, sempre tossico, ma è quello che meglio accoglie il rotornante Renton. Intanto Franco (Robert Carlyle) scappa di galera, e il combinato maldisposto dei disastri ora dell’uno ora dall’altro genera un micidiale girotondo in cui tutti scappano, si inseguono, si menano, cercano di fregarsi a vicenda, mettono su improbabili business turistici. Con il grottesco quale cifra regina dell’operazione. Sono tutti antipatici, nessuno che riesca a suscitare la nostra comprensione. Degli stronzi in cerca, più che di un posto nel mondo o del senso della vita, del proprio sarbene qui-e-ora, con molte putuane, molta droga, molti soldi. Qua e là affiorano momenti noir, ma nessuno, a partire da Danny Boyle. ha la voglia di realizzare seeriamente un crime drama. Solo di fare caciara. Voto 4 e mezzo
4) The Trial: The State of Russia vs Olge Sentsov, un documentario di Askold Kurov. Berlinale Special.
Si continua a parlare e scrivere poco, troppo poco, del caso Oleg Sentsov, il regista ucraino condannato da un tribunale russo (sopo essere stato arrestato nella Crimea ormai annessa a Mosca) come cospiratore-terrorista. Stando alla polizia che lo ha fermato, agli inquirenti che l’hanno accusato, ai giudici che lo hanno sbattuto in galera – per vent’anni! in un carcere speciale in Siberia! – Sentsov sarebbe un esponente del nazionalismo ucraino di estrema destra che progettava con il suo nucleo armato una serie di attentati nella pensiola già ucraina e adesso russa dopo il colpo di mano. Una montatura, dice lui, dicono i suoi difensori, dicono i suoi familiari che si danno da fare, in testa la cigina Natalia, perché il mondo sappia e faccia qualcosa. Una montatura ordita dei russi per colpire lui, l’intellettuale schierato con Kiev. In effetti prove non sembrano essercene, i 20 anni di Siberia Sentsov se li è presi per le testimonianze contro di lui di due tizi torturati e evidentemente ricattati, in casa sua non sono mai state trovate armi né materiale esplosivo. Autore di un solo lungometraggio sui contest sportivi online, Gaamer, premiato in qualche festival, Sentsov ha trovato nell’Efa, l’Academy berlinese che ogni anno assegna quelli che sono chiaamti gli Oscar europei, una cassa di risonanza per la sua battaglia. Ma purtropoo in Italia son stati pochi ad accorgersene. Adesso questo documentario, che si spera possa fare di più di quanto si sia fatto finora. Tra i nomi illustri che appoggiano la vampagna pro.Sentsov anche Wim Webders. E nel film vediamo un coraggiosissimo Alexander Sokurov – massimo rispetto per lui – che a una riunione con Vladimir Putin chiede e richiede che il caso venga riconsiderato e il regista liberato. Ma lo zar Vladimiro (un po’ su di peso) risponde implacabile che Sentsov non è stato condannato per le sue opere, dunque non per un reato di opinione, ma per altro, e ha tirato giù il sipario. Certo vengono i brividi nel vedere come in Russia si possa ancora essere sepolti in Siberia per decenni come al tempo dei veri zar e di Stalin. La Russia eternamente uguale a se stessa. Quanto a Sentosov, a vederlo sembra pià un pugile che un regista, e fa venire in mente con quell’aria da lottatore un intelletuale d’azione di quelle parti, russo però, non ucraino, il famoso e anche famigerato Eduard Limonov. Voto 7
5) Golden Exits, un film di Alex Ross Perry. Sezione Forum.
Adoro Alex Ross Perry, lo considero un talento purissimo (e purtroppo non così amato) del cinema indie americano. Indie, però grazie a Dio privo di quei manierismi da cinema-come-fatto-per-caso che sono di tanti Sundance movies. ARP ha un che di aristocratico, di dandistico, che lo distingue da altri anche assai bravi, segue una sua strada sempre più personale, sempre più riconoscibile. Da autore idiosincratico che ha in uggia il mondo che non sia il proprio ricreato sullo schermo. L’ho scoperto a Locarno 2011 con una commedia familiare acidissima, The Color Wheel, l’ho ritrovato a un successivo Locarno con Listen Up Philip, e poi alla Berlinale due anni con il meraviglioso Queen of Earth, un piccolo capolavoro. Adesso, oggi, questo Golden Exits. Il suo film più sfuggente, quasi imploso, dove anche il battutismo woodyalleniano  dei suoi primi due film pressoché scompare. Dove la maestria nel muovere la macchina da presa (dalla steadycam alle inquadrature studiatissime da cinema autoriale anni Sessanta) si accompagna a una rarefazione estrema del racconto e della messinscena, una sobrietà alla Ozu, o alla Ingmar Bergman, già citatissimo in Queen of Earth e qui definitivamente sua stella polare. Siamo a Brooklyn, in ambiente di intellettualità chic con parco uso delle volgari teconologie (tanto che a momenti il film sembra muoversi non oggi ma negli anni Novanta) percorso naturalmente da nevrosi, insoddisfazioni, lacerazioni dell’anima, ansie frustrate di cambiamento. Tra un aprile e un giugno del discontento. Sembra Woody Allen reloaded, sembra Noah Baumbach, ma è Alex Ross Perry. Un signore di nome Nick che archivia il materiale fotografico e documentale lasciato dal suocero. La sua compagna insoddisfatta e insidiata da inesplicabili bovarismi. Finché arriva dall’Australia la bellissima e giovane Naomi a fare da assistente a Nick. Un’allumeuse? Una manipolatrice? Una scalatrice sociale? Forse Naomi è l’angelo distruttore, l’ospite pasoliniano che si insinua nelle case e nelle vite per stravolgerle. Naturalmente Nick perde la testa per lei, e per lei perde la testa anche il proprietario di uno studio di incisione, Buddy. L’intrusa non potrà che suscitare il rigetto della compagna di Nick e della di lui cinica sorella. Altri personaggio si inseriscono in questo rondò dove tutti stanno male, tutti temono di perdere qualcosa, tutti cercano un brandello di consolazione, e lo cercano in Naomi, la quale promette ma si sottrae. Tutto cambierà, pur restando tutto come prima. Un film che costringe a una conccentrazione sfiancante, ma che ripaga lo sforzo. Si citerà di sicuro Interiors, ma qui è tutto Bergman a riemergere nella Brooklyn hipster (e dietro lui Cechov). Alex Ross Perry si conferma in pieno, e speriamo che stavolta in America si accorgano di lui. Tutti gli interpreti sono perfetti, ma Chloë Sevigny (oggi vista anche in The Dinner di Oren Overman) su tutti quale moglie straziata, sommessamente disperata. Voto 8+

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Berlinale 2017: i 5 film che ho visto oggi, venerdì 10 febbraio (On Body and Soul; The Dinner; Trainspotting 2; The Trial: the State of Russia vs Oleg Sentsov; Golden Exits)

  1. Pingback: Berlinale 2017. LA MIA CLASSIFICA parziale dei film del concorso (14 film su 18) | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Berlinale 2017. I FAVORITI all’Orso d’oro a poche ore dalla premiazione | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: Berlinale 2017, LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: Berlinale 2017. Orso d’oro all’ungherese ‘On Body and Soul’: ecco il palmarès completo | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.