Berlinale 2017. I quattro film che ho visto oggi, giovedì 9 febbraio (Casting, Django, Barrage, Bye Bye Germany)

Bye Bye Germany (Er War einmal in Deutschland) - foto Courtesy Berlinale

Bye Bye Germany (Er War einmal in Deutschland) – foto Courtesy Berlinale

1) Casting, un film di Nicolas Wackerbarth. In tedesco. Sezione Forum. Recensione estesa
Mancano pochi giorni al primo ciak del remake telvisivo di Le lacrime amare di Petra Von Kant di Fassbinder. Ma la protagonista ancora non c’è. L’inlessibile regista boccia una dopo l’altra le candidate, compresa una star rifatta e strafatta dai lifting molto caldeggiata dallaproduzione. Isterie, conflitti, rivalità, tutto il repertorio del genere prima-della-prima (e prima-del-primo-ciak) diligentemente riproposto. Niente male. Con tre sequenze in cui il film sembra alzarsi il volo, ma sono solo momenti purtroppo. Nicolas Wackerbarth gira in modo assai moderno, con la solita steadycam nervosa e mobile statizzante i personaggi, gli manca però non dico il talento, ma il coraggio di Fassbinder. Poteva essere un ottimo film, è solo un discreto prodotto che si lascia guardare. Voto 6+
2) Django, un film di Étienne Comar. In francese. Concorso. Recensione estesa
Davvero la Berlinale si meritava un film d’apertura migliore. Qui siamo in un biopic di massima convenzionalità e inerte fattura, in un prodotto mainstream che non osa niente. Eppure si parla di due anni cruciali, 19543-45, nella vita del chitarista jazz di origine gitana Django Reinhardt, un fuori-rango, un talento non allineato che avrebbe meritato di più di questo film. Siamo nella Parigi occupata dai nazisti. Django intrattiene con la sua musica francesi e tedeschi occupanti. Quando viene pressantemente invitato in Germania per un tour, lui taglia la corda, e con ottime ragioni. Si è scatenata difatti la persecuzione degli zingari (Django è di etnia Sinti) e lui rischia andando a Berlino di non tornare più a casa. Con l’aiuto non tropoo convinto della resistenza cercherà di espatriare in Svizzera, ma non sarà così semplice. La piattezza della confezione non rende giustizia al tema trattato, quello del massacro (rimosso) di un’intera etnia. Nella seconda parte il film azzecca qualche sequenza adeguatamate allatrmante e disturbante, ma non basta. Ottimo comunque Reda Kateb nel title role, e Cécile De Frande è sempre bellissima. Voto 5+
3) Barrage, un film di Laura Schroeder. In francese. Sezione Forum.
Mica mi potevo perdere un film con Isabelle Huppert. Peccato che la pià grande attrice in circolazione nel cinema europeo sia stavolta in partecipazione speciale, che tradotto vuol dire qualche scena – importante, cruciale, per carità, ma sempre troppo poco. Huppert stavolta, e mi pare sia la prima volta, fa la nonna: di una ragazzina di dieci anni sveglia e introversa. L’ha allevata lei, giacché la madre (ovvero la figlia della Huppert), che l’ha avuta giovanissima non si sa da chi, se n’è andata via. Ma eccola tornare, a rivendicare il suo ruolo di genitrice su quella bambina che non ha mai potuto frequentare. E la porta via, per un giorno, per due giorni, mentre la nonna si dispera, noi pure. Aleggia per tutto il film un’aria di minaccia alla Haneke (sarà ancheper la  presenza di nostra signora Isabelle), si teme che in quel triangolo femminil-familiare ci scappi la tragedia, e infatti ci si andrà molto vicino. Uno di quei film che mutuano i modi e gli stili dal documentario, dal cinema del reale, e si concedono tempi lunghi di ripresa, a mostrarci i gesti anche minimi e apparentemente insignificanti dei personaggi, e gli ambienti, e i paesaggi. In una contemplazione che è osservazione dei comportamenti e pudico tentativo di capire l’agire senza buttarla in psicologismo. Un bel cinema, un cinema pulito e onesto, e la regista Laura Schroeder lo sa realizzare bene. Ma la costruzione dranmmaturgica latita, il rispetto dei personaggi non ce la fa a mascherare una narrativa debole. Barrage è comunque di quei film che potrebbe crescere con il tempo. Voto 6 e mezzo
4) Bye Bye Germany (Es War einmal in Deutschland…), un film di Sam Garbarski. In tedesco. Belinle Special Gala.
Il meglio di questa prima giornata di Berlinale, almeno, il meglio tra quello che io sono riusciti a vedere. E non si capisce perché non sia stato messo in concorso. Sam Gabarski non è proprio un nessuno del cinema. Belga ma tedesco di origine, è conosciuto per Irina Palm, ma ha hirato anche nel 2013 quel Vijay and I che molto piacque al Festival di Locarno e purtroppo mai arrivato in Italia. Uno che si muove tra cinema di intrattenimento e autorialità, con un talento raro per la commedia paradossale e beffarda, memore della tradizione yiddish. Qui punta molto in alto, senza nascondere l’ambizione al grande film, trattando di Ebrei nella Germania dell’immediato dopoguerra e del dopo-Olocausto. Del loro essere scampati. Del loro complicato sentire verso un paese che amavano e li ha traditi. Della loro voglia di andarsene – in America, in Palestina – e insieme di restare, di non tranciare i legami con il passato. E tutto questo Garbarski lo fa usando la commedia, con un’audacia degna del Lubitsch immenso di Essere o non essere? Nei momenti migliori vien voglia di applaudire a scena paerta, e si ammira l’acrobata Garbarski volteggiare tra la tragedia e la farsa senza sfracellarsi al suolo. Oltre a Lubitsch si sentono echi di un altro grande, il Billy Wilder di Scandalo internazionale, e del suo disincanto (il personaggio dell’integerrima funzionaria americana viene da lì). Nella Francoforte distrutta David Bergmann, ebreo sopravvissuto alla Shoah, vuole ricostruire il negozio di famiglia di telerie per la casa, negozio espropriato dai nazisti e poi distrutto dalle bombe. Per far rinascere il commercio raduna un gruppo di ebrei scampati come lui, e sarà un successo dopo l’altro, con ingegnosi sistemi di vendita che sfiorano la truffa e la geniale messinscena. Ma ci sono problemi con la burocrazia, David non ottiene la licenza. In realtà è un sorvegliato speciale, gli americani che stanno denazificando lo sospettano di collaborazionismo con gli sgherri di Hitler. Dovrà, interrogato da un’ufficialessa americana, confessare il suo passato. Se ce l’ha fatta, è stato per l’abilità di raccontare facezie e barzellette, abilità apprezzata dal comandante del campo che lo ha eletto a suo personale giullare. Fino a spedirlo in missione speciale da Hitler (“solo in una cosa il nostro Fuhrer è inferiore a Mussolini, nel raccontare storielle: tu glielo devi insegnare”). Siamo, come in Essere o non essere? di Lubitsch, nel tema della simulazione che può rovesciare la realtà e salvare i perseguitati. Si ride e si resta ammaliati dall’audacia e dall’intelligenza di Garbarski. Che, in opposizione a ogni avanguardismo, opta per un cinema classico in cui al centro ci deve stare il racconto, e che racconto. Poteva essere un risultato storico. Purtroppo Bye Bye Germany sbanda pericolosamente nella seconda parte, quando il balance tra dramma e commedia si spezza, e il patetico prevale. Ma signori, che film. Grandissimo Moritz Bleibtreu, ma non è una novità. Voto 7 e mezzo

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