Berlinale 2017. Recensione: FÉLICITÉ, un film di Alain Gomis. Mama Africa e suo figlio

Felicité201711638_4Félicité, un film di Alain Gomis. Con Véro Tshanda Beya, Gaetan Claudia, Papi Mpaka. Competizione.
201711638_2Félicité, madre single, canta in una bettola nei peggiori slums di Kinshasa. In maledetto giorno suo figlio ha un incidente e, per salvargli la gamba ferita, ci vuole un’operazione molto costosa. E Mama Félicité parte alla ricerca dei soldi. Sembra uno di quei film miserabilisti-terzomondisti con poveracci bersagliti da ogni sfortuna. Ma il giovane regista senegalese Alain Gomis non indulge troppo ai cliché del genere e realizza un film robusto, con una magnifica protagonista, svariando tra dramma e commedia. Un buon risultato. Voto 7
201711638_5Di un giovane regista senegalese che aveva portato nel 2012 qui a Berlino un film di cui non ho ricordi meraviglioso, Ajourd’hui. Dunque le mie aspettative rispetto a questo suo nuovo Félicité, tutto girato nella capitale congolese Kinshasa, dunque in un’altra Africa da quella del suo paese, erano ridotte. E invece risultato superiore all’attesa. Félicité è per Alain Gomis un passo in avanti, e l’applauso con cui è stato accolto a fine press screening è sacrosanto. Cinema delle bidonville, degli stracci, degli umili e ultimi che si ingegnano a svoltare la giornata, dunque a fortissimo rischio di retorica miserabilista e populista. Invece rischio scansato, grazie anche alla possente figura femminile che ne occupa il centro, la Felicité del titolo, di una carnalita e bellezza che tutto pietrifica intorno. Una naturale dominatrice (no, please, non dominatrix). E però vittima, messa a dura prova dalla vita, una disgrazia via l’altra, un figlio che le procura guai e dolori, e allora non si può non pensare all’archetipo di tutti i film matriarcali in derelitte periferie, Mamma Roma di Pasolini con un’inarrivabile Anna Magnani. Mama Felicité, cosi tutti la chiamano, canta in una bettola con uso di musica e ballo, canta canzoni malinconiche e sottilmente dark, come presagi. Le dicono che suo figlio sta in ospedale, corre da lui, scopre che ha avuto un incidente di moto, che per l’operazione alla gamba ferita occorrono molti soldi, e Felicité incomincia la ricerca, la questua. Tutto per suo figlio. Ci sarà una drammatica svolta, ci saranno rasserenamenti verso il finale. Commedia umana e tragedia degli slums e delle favelas, ma senza indulgere troppo in populismi e attacchi ai potenti. Gomis sta con la sua cinepresa sui corpi e le facce, soprattutto della sua adorata Félicité, quasi feticizzata, interpretata da un’attrice che non ci mette niente a riempire lo schermo e conquistarci tutti (si chiama Véro Tshanda Beya e la vedo in corsa per il premio alla migliore interpretazione femminile). Il melodramma politico a tesi per fortuna stinge in un affrescone con canti e balli, e perfino momenti da commnedia pura. Lo sguardo è sempre complice, non distanziato e distanziante come in certo cinema etnografico. Ritratto di una donna e di una vita difficile ma non abbrutita. Come spesso nel cinema africano, ci son derive nel magico, nei ritualismi della tradizione dei padri, e qui sono le passeggiate notturne nella foresta di Felicité, un po’ sacerdotessa à la Norma, un po’ sofferente in cerca di una guarigione. Due ore e qualcosa, troppo lungo.

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