Berlinale 2017. Recensione: MR. LONG di Sabu. Gran film, la vera rivelazione del concorso

Mr. Long, un film di Sabu. Con Cheng Chang, Sho Aoyagi, Yiti Yao. Competizione.
201713905_1La rivelazione di questo concorso arriva da Sabu, regista e attore (è in Silence di Scorsese) giapponese. Che racconta con uno stile di altezza siderale una storia che attraversa e sbanda felicemente tra molti generi. Che parte come noir tosto e svolta in melodramma di famiglia e persino in farsa orientale. Salti vertiginosi, che il regista affronta con virtuosismi da acrobata. Unico limite, il troppo zucchero qua e là. Film da premiare. Voto 8+
201713905_4Attore-regista made in Japan, Sabu aveva portato qui un tre anni fa un film bello e eccentrico passato quasi inosservato perché proiettato, se ricordo bene, l’ultimo giorno di festival, a fuga da Beerlino già cominciata (titolo: Chasuke’s Journey, e se ne avete voglia ecco quanto ne ho scritto allora). Lo si è anche appena visto, il signor Sabu, nella parte di un samurai nel formidabile Silence di Martin Scosese, tutto girato in una Taiwan che si finge molto bene il Giappone seicentesco. Curiosamente, la connessione Taiwan-Giappone ritorna anche in questo film, come se Sabu volesse lanciare un ponte tra due mondi, il cinese e il giapponese, profondamente diversi (anche cinematograficamente), e separati da una storica rivalità. O forse, banalmente, è solo questione produttiva, di soldi, dai finanziamenti arrivati da entrambi i paesi e dunque con obbligo di location nell’uno e nell’altro. Mr. Long è un killer di professione – anzi un hitman come detto in sinossi -, arma preferita il coltello. Uno che agisce in silenzio, con eleganza, senza fare botti con volgari armi da fuoco. Un virtuoso della lama. Spedito in missione in Giappone a colpire un giovane boss dal capello ossigenato, viene gravemente ferito. Verrà soccorso in una sordida periferia da un bambinetto assai sveglio, si salverà. Conoscerà la madre di lui, tossica persa (esattamente come nel plurinominato all’Oscar Moonlight). Intanto, visto che oltre che ammazzare sa anche cucinare molto bene, mette su lì in Giappone, dove ormai si è insabbiato, con l’aiuto di volonterosi vicini un baracchino di cucina taiwanese che ne fa una piccola star. Nuova vita, nuova rispettabilità. Ma, come vogliono le regole del crime drama, il passato ritorna a esigere il suo prezzo, e sarà bagno di sangue.
Sabu filma quello che è finora, in my opinion, il migliore film del concorso, la vera rivelazione (e non si capiscono proprio le molte fughe durante la proiezione, decine  e decine di persone: ma allora vi meritate Agneszka Holland). Folgorante il primo quarto d’ora in una Taiwan dalle mille luci, e insieme cupa, minacciosa e darkissima, tra bande criminali e locali di sesso levigato quanto turpe. E Mr. Long è all’altezza dei grandi uomini soli della tradizione noir (vedi Le Samouraï di Melville). Cool. Taciturno (e non solo perché lui, cinese in Giappone, non conosce la lingua), virile ma senza iattanza, pronto alla carezza come al colpo letale. E, quale killer e chef, perfetto come icona di nuova virilità cinematografica. Ma a lasciare sbalorditi in questo film è lo stile. Sabu ha un senso naturale (e forse anche molto nipponico) dell’immagine pop. Capace di trasfigurare in pura bellezza e armonia gli ambienti più sordidi e a creare mirabilie estetiche dall’ordinaria quotidianità. Flaconi di medicinali, pillole sparse (naturalmente colorate), drink qualunque, cibo spazzatura. Ma Sabu vince per come passa attraverso i generi, dal noir al melodramma all’action alla farsa orientale, sempre tenendo in pugno il film con la forma, con uno stile che non ha mai un cedimento. Meraviglie sparse, come il teatro (mi pare più No che kabuki) in piazza. Nell’insieme dei vari registri e generi forse il melodramma familiare si prende troppo spazio, forse c’è un eccesso di zucchero. Ma è il solo limite di questo film-rivelazione che si merita tutto, anche l’Orso. (E chissà se le analogie con Takeski Kitano e il suo L’estate di Kikujiro – anche lì un gangster incontra un bambino – sono volute o accidentali).

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