Berlinale 2017. I 4 film che ho visto mercoledì 15 febbraio (Colo; Return to Montauk; I Am Not Your Negro; Menashe)

Menashe

Menashe

Return to Montauk

Return to Montauk

1) Colo, un film di Teresa Villaverde. Competizione.
Nel primo quarto d’ora me ne volevo scappare, per via del repertoriodi vezzi da punitivo cinema portoghese presente al completo. Macchina fissa a inquadrare esterni spesso astratti e sempre in odore di plumbea metafisica. Interni di proletario squallore a mimare il reale. Personaggi catatonici che deambulano scambiandosi scarne parole in quella lingua peraltro bellissima che è il portoghese, e il babbo nervoso perché mamma non è ancora tornata e peché tarda tanto-cosa le sarà successo, quindi esce a cercarla, e quando lei finalmente arriva lui non c’è e allora è lei a lamentarsi perché lui non è in casa e dove mai sarà andato ecc. Un loop.
Sbuffi, ti prepari ai restanti 127 minuti (dieci sono già passati) di calvario in forma di austero cinema lusitano, ti dici stavolta esco, poi resisti per via del solito superego del cinefilo. Invece, dannazione, man mano scopri che questo di Teresa Villaverde è uno dei film migliori della Berlinale numero 67. Basta non cedere alla stanchezza, basta concentrarsi, basta avere la pazienza di aspettare che il film, con il suo andamento contemplativo e ipnotico, entri dentro come un virus (se letale o meno, decidete voi) per convincersi che Colo è pura esperienza cinematografica. Teresa Villaverde è regista più di osservazione che di penetrazioni psicologiche, più di silenzi che di parole, adottando una  misura, una rarefazione, una sottrazione che è, prima che scelta estetica e narrativa, una scelta morale. Sarebbe bello se il capogiuria Paul Verhoeven desse, con una decisione spiazzante, l’Orso d’oro a Colo, così austero eppure così necessario, così allarmante, figlio di un cinema bello e aristocratico, e anche vagamente masochista, come quello di Lisbona, che produce molto di buono ma vince poco (e però lo si diceva anche della nazionale di calcio portoghese, piena di campionissimi, capace di bel gioco, eppure sempre sconfitta. Poi agli ultimi Europei è arrivata la vittoria, e chissà che sia la volta buona anche per il cinema). A un sguardo di superficie, molto di superficie, Colo sembra un film assai didascalico e di pensiero medio di sinistra sugli effetti disgregatori della crisi economica europea, anche più sentita in Portogallo, sui modi di vivere e sulle relazioni familiari, e sulla stabilità sociale. Vediamo, esemplarmente, padre, madre e figlia quasi diciottenne. Il padre, non lo capiamo subito perché Villaverde lascia che sia lo svolgersi delle cose a parlare e non mette dialoghi che spieghino la rava e la fava, è senza lavoro, occupa le giornate vagabondando, lamentandosi, apettando telefonate che non arrivano, abbandonandosi a piccole follie. L’unica a lavorare, con un doppio lavoro che la strema, è la madre, la vera capofamiglia, il collante di quel microcosmo che sta andando a pezzi. La figlia è una studentessa svogliata, segnata da quella crisi che sente avanzare tra i suoi genitori, e che forse non è dovuta solo alla mancanza di soldi. La tensione sale, registrata da Villaverde in mille infinitesimali dettagli. Arriva una nuova fgura, una compagna di scuola della figlia, incinta di non si sa chi, terrorizzata dal dirlo ai suoi, bisognosa d’aiuto. Ficnhé a farci capire che tutto sta precipitando ecco il taglio della luce per bollette non pagate. Sarà un punto di non ritorno.
Colo (la parola, si spiega nel pressbook, indica in portoghese un qualcosa di vicino alla drepressione, uno stato di apatia, di stanchezza mentale e esistenziale) è la cronaca quasi impersonale di una famiglia qualunque in dissoluzione. L’esplosione è innescata dalla madre, il padre-marito si inabisserà nel suo chiamarsi fuori dal mondo molto somigliante a una follia, la figlia si salverà come può. Alla fine ognuno avrà trovato a modo suo una strada e una soluzione, ed è la parte forse meno convincente e insieme più arrischiata, più coraggiosa del film. Dove il sociologismo spicciolo da è-colpa-della-crisi, è-colpa-della-troika non viene usato come grimaldello esplicativo. Dove l’eplosione di questa famiglia così media e qualunque sembra figlia di molte cause, e molte oscure. Che Villaverde, nel suo mostrare senza mai dire troppo, lascia intuire (la follia del padre forse era precedente, l’assertività della madre forse è anche dovuta alla fine di ogni desiderio per il marito, e così via). Quello che Colo comunica è un senso di desolazione e di apatia. Quel muoversi lento, apparentemente senza scopo e meta, dei personaggi (a parte la madre, che un progetto ce l’ha) disegna la mappa di una nuova alienazione, di un’estraneità ormai generalizzata, di un’incapacità a autopercepirsi, a guardarsi, a capirsi. Film che crescerà parecchio col passare del tempo e rischia di diventare importante, e stiamo intanto a vedere se riuscirà a piazzarsi in area palmarès. Voto 8+

2) Return to Montauk, di Volker Schlöndorff. Competizione.
Una non-storia d’amore, il tentativo di restaurare un crollato amore. Tentativo alquanto senile, dove a dominare sono la nostalgia, il rimpianto, la fede cieca e perfino ottusa nella seconda chance. Raccontato secondo i modi del cinema di papà (e anche del nonno), anche con qualche pretenziosità arty, da un nome illustre del cinema tedesco come Volker Schlöndorff. Facile sparare sul regista, che mostra impavido il petto alle baionette della crituca nemica. Perché quando chiami Stellan Skarsgård a far lo scrittore di bestseller pensosi e pososi e la signora del cinema tedesco Nina Hoss a sciorinare tutto il repertorio delle espressioni intense e problematiche, chiaro che i ragazzacci della critica fondamentalista ti fanno a pezzi. Come no, si sfiora il ridicolo più volte quando lui, scrittore svedese con moglie più giovane che se ne sta per conto suo a New York, arriva giusto a Manhattan per il lancio del suo ultimo romanzo. Con dotte letture in librerie e istituti culturali di meravigliosa polverosità come in un certi vecchi flm di Woody Allen e un pubblico di sciure e groupies letterarie che però neanche più nei vecchi film di Woody Allen. Lui in verità vuol ritrovare l’amore della sua vita, e tanto fa e rompe le scatole alla sua simpatica e paziente press agent che riesce a rintracciarla. Si rivedranno. Passeranno un weekend a Montauk (era la location anche di Se mi ami ti cancello) dove hanno vissuto i migliori giorni della loro vita. Lei fa l’avvocatessa, adesso di cognome fa Epstein, e lui si lascia sfuggire una battuta al limite dell’antisemitismo: “Epstein? Il nome perfetto per fare l’avvocato a New York”, e non si capisce se l’inciampo sia stato voluto da Colm Tóibín, lo scrittore irlandese che firma la sceneggatura, o no. Film signorile, borghese, e questo va bene, e un tuffo in belle case, begli ambienti, conversazioni intelligenti: una boccata d’ossigeno in mezzo a tanto cinema sciatto. Ma è difficile appassionarsi a questi due signori che sembrano usciti da un sotto Bergman di cinquant’anni fa. C’è però in questo polveroso film qualcosa da salvare. La scrittura di Colm Tóibín è buona e riesce a staccare il film dal soappistico, e il ritorno a Montauk dei due ex amanti presenta qualche scarto significativo rispetto al consunto modello narrativo del ritrovarsi. Come fare l’amore senza più amore, come che a essere succube di romanticherie sia lui e non lei. Con un scena in fase finale che riscatta molto dell’ovvio visto prima, ed è la visita di lui alla casa newyorkese della moglie. Dirla un colpo d’ala sarebbe troppo, ma almeno avvicina alla sufficienza questo film atrimenti sdatatissimo. Voto 5 e mezzo

3) I Am Not Your Negro, un film-documentario di Raoul Peck. Panorama.
IIl regista haitiano di cosmopolite frequentazioni e cosmopolita formazione Raoul Peck ha portato a questa Berlinale due film, e per entrambi gli applausi son stati fragorosi. Una  onsacrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno. Prima, tra gli speciali, s’è visto l giovane Karl Marx, poi, in Panorama, il suo già molto celebrato documentario I Am Not Your Negro, candidato all’Oscar e, con O.J. Simpson, il favorito (ricordo che nella cinquina dei nominati c’è anche Fuocoammare di Gianfranco Rosi). Figura eclettica, Peck, il quale, oltre che occuparsi di cinema, è stato anche per due anni (1995-97) ministro della cultura del suo paese con il ritorno alla democrazia del dopo-Duvalier.
Non credo che I Am Not Your Negro (un titolo che è anche un grido di guerra contro un lessico razzista) sia quel sensazionale lavoro cui la critica americana ha assegnato pressoché allèunanimità la massima valutazione (lo score su Metacritic è 97, quasi en plein, e gli ha dato 100 pure il Wall Street Journal). Certo è un film che ripropone con efficacia e forza, grazie a un progetto e a un concept originali oltre che a un gran lavoro di archiviougrazie, la questione di tutte le questioni americane, quella dei neri. Negroes, Niggers li chiamano spregiativamente gli americani discendenti degli schiavi, oggi non si può e non si deve più, la N-word è diventata impronunciabile (e però lo strano è che a recuperarla siano i molti film black di questa stagione: in Moonligh nel ghetto di Miami i black si danno tra di loro del nigger, lo stesso mi par di ricordare succede in Hidden Figures, e non si capisce se si tratti di autoironia o di un segno di disprezzo e autodisprezzo).
Peck la questione la affronta andando a ritrovare una enorme figura della blackitudine americana, un pezzo importante dellaa cultura e letteratura dei neri, della loro storia, della loro coscienza, uno scrittore e polemista che dagli anni Ciinquanta fino ai primi Ottanta ha dominato la scena intellettuale quasi da star, e nei decenni successivi è stato pressoché rimosso. James Baldwin era autore di romanzi, ma anche drammaturgo, anche voce della comunità nera. Con una storia travagliata addosso, una famiglia complicata, e a rendergli la vita anche più difficile l’omosessualità. Omosessuale e nero, e il suo La stanza di Giovanni è considerato ancora uno dei libri fondativi della lgbt culture (come si vede, certe cose vennero tratte molto, molto prima di Moonlight). La sua vita la passò perlopiù all’estero, in Francia e per qualche tempo anche in Germania, esule volontario in un’Europa vagheggiata quale terrà di libertà, esistenziale e intelelttuale (certo Parigi era meno prude ai tempi degli Stati Uniti).
Raoul Peck per questo film ha avuto la brillantissima idea di andare a recuperare le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che non fu mai finito (ci furono anche battaglie legali tra gli eredi Baldwin e la casa editrice che, avendo versato conguo anticipo, rivoleva indietro i soldi), e che è un ripercorrere la propria vita per parlare dell’essere neri e di tre figure che per il riscatto dei black americani hanno dato, letteralmente, la vita. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel ’64, il terzo nel ’68. Uomini che Baldwin aveva conosciuto, incontrato, frequentato. Quelle trenta pagine Peck le fa leggere fuori campo a Samuel L. Jackson, accompagnandole e commentandolo con un diluvio di immagini assai pertinenti e accuratamente scelte. Non solo Remember This House, ci sono anche lettere di JB, e soprattutto i suoi interventi alla tv americana, e l’intervista con Nick Cavett è memorabile. Ci scorrono davanti le sequenze dei film di Hollywood che hanno formato Baldwin ragazzino, da una Joan Crawford danzante al John Wayne di Ombre rosse. Non tarderà a rendersi conto che, se al cinema si identifica con l’eroe americano John Wayne, nella realtà come nero gli tocca una condzione simile a quella degli indiani. Dedicherà tutta la sua vita a scrivere dei complessissimi intrecci tra la condizione dei neri e l’anima, l’identità americana. Con parecchio pessimismo sulla possibilità di risolvere una questione tanto bruciante. Il razzismo, l’esclusione, l’orrenda segregazione (e si vedono foto e video, sempre agghiaccianti, degli Stati del Sud con i posti sugli autobus e nei bar riservati ai neri), ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano Wasp verso i black e il fascino esercitato sui black dalla cultura, dall’immaginario bianco. Il bianco e il nero, il bianco contro il nero, ma anche, e stavolta è il caso di dirlo, le infinite sfumature di grigio. A distinguere Baldwin da molti altri grandi nomi che hanno fatto la storia dell’emancipazione sono una sottigliezza non da politico, uno sguardo non da militante, capace di cogliere l’inespresso, il non immediatamente visibile, e una lingua, di cui il film ci riporta esempi eloquenti, ricca e complessa. Certo, I Am Not Your Negro, con la sua cavalcata attraverso decenni fondamentali – vediamo e rivediamo le immagini dell’era delle glotte per i diritti civili, fino ai ragazzi black uccisi negli ultimi anni dalla polizia o da privati cittadini – sembra un film-manifesto, dimostrativo, pedagogico, dii denuncia. Lo è. Ma il manicheismo, le semplificazioni. le concessioni al pensiero ovvio sono più apparenti che profonde. Baldwin, e on lui Peck che attraverso Baldwin parla, introduce nella moltoaffrontata questione nero-americana il desiderio, la sessualitò, l’ipnosi del consumismo, le molte luci e tentazioni della società spettacolo. Ne esce un film insieme duramente politico e fantasmagorico, che gioca sul piano della realtà come su quello dell’immaginario. Ed è un risultato grande. Però a Peck quel montaggio alteratoe sciagurato tra una sequenza di Doris Day in Amore ritorna!, naturalmente presa a simbolo (ancora!, povera Doris) dell’americanità più media e conformista e ottusa, e le foto di neri impiccati dopo un linciaggio, quello no, non lo si può perdonare. Viva Doris Day!

4) Menashe, un film di Joshua Z. Weinstein. Forum.
Un padre, un figlio. Come, solo per restare a questa Berlinale, nel film tedesco del concorso Helle Nächte. Stavolta siamo nella comunità di ebrei Hassidim a Brooklyn, dove si parla rigorosamente solo Yiddish e a dettare regole e modi di vivere sono le sacre scritture, e i rabbini che ne decrittano ogni significato. Rabbini che sono delle autorità, delle star, con il loro seguito di fedelissimi. “Ma come fai a andare da un Rabbi che permette alle donne di guidare”, “E io non andrò mai dal tuo che proibisce alle donne di portare la parrucca”. Frammenti di discorsi colti qua e là nel film (cito a memoria, io non sono di quei tipini fini e diligenti che nel buio in sala prendono appunti). Rende l’idea? Ecco, Menashe è un brav’uomo, solo fatto a modo suo, non proprio sullo stampo medio, un hassidico devoto, ma abbastanza insofferente a ogni precetto rigido, a ogni personalità normativa. È un omone in sovrappeso, vedovo di un’amatissima moglie, lavorante in un drugstore kasher con il proprietario più stronzo di Brooklyn. Un novello Giobbe. Con il cruccio tormentoso di non poter avere il figlioletto a casa. Essendo solo, la comunità per decisione rabbinica ha stabilito che lui non possa curarsene adeguatamente, dunque il piccolo e sveglio Rieven è stato affidato allo zio, fratello della madre morta, studioso di Talmud assai stimato e rigido interprete delle scritture. E che ha di fatto espropriato il povero Menashe della sua paternità. Gli dicono, a Menashe, che l’unico modo per riavere stabilmente il figlio è risposarsi, sicché eccolo affidarsi con scarsa convinzione alle combinamatrinomi, scartando però (giustamente) tutte le candidate. Quel figliolo ruscirà a ospitarlo, ma solo per pochi giorni, e naturalmente svagato e imbranato com’è rischierà di rovinare tutto. Un uomo imperfetto, un perdente nato, cui naturalmente ci si affeziona Paperino al cospetto del cognato-Gastone.Non succede molto in questa commedia yiddish che sembra uscire da uno shetl dell’impero zarista e invece è impiantata nella New York di oggi. Un film sorridente e tenero, che non vuol dire grazie a Dio melenso. E anche l’occasione per lo spettarore di penetrare all’interno della comunità dei Hassidim e scoprirne il funzionamento, la struttura relazionale, le norme. Ma questa resta innanzitutto una commedia. Sperando che qualcuno la importi in Italia. Voto 7+

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