Berlinale 2017. I 5 film che ho visto venerdì 17 febbraio: Ana, Mon Amour; Have a Nice Day; Bones of Contention; Low Tide; Insyrated)

Bones of Contention

Bones of Contention

Motza El Hayad (Low Tide)

Motza El Hayam(Low Tide)

1) Ana, Mon Amour di di Călin Peter Netzer. Competizione.
Ana e Toma si conoscono da ragazzi, si amano contro tutto e tutti, rispettive famiglie comprese. Lei soffre di attacchi di panico, è psichicamente scheggiata, lui la sostiene, l’aiuta. Si sposano. Poi tutto si intorbida. Ascesa e caduta di una coppia tra provincia rumena e Bucarest. Cronaca di un amore malato e forse bacato dall’origine. Uno dei vertici di questa Berlinale, la conferma di quanto sia grande il cinema rumeno, e del talento di Netzer, già vincitore a Berlino con Il caso Kerenes (The Child’s Pose). La mia recensione. Voto 8

2) Hao Ji Le (Have a Nice Day) di Liu Jian. Competizione.
Un film animato cinese in concorso, ed è una notizia. Ma non è il caso di aspettarsi incanti orientali, questo è un noiraccio sporco e cattivissimo, un ballo di dannati intorno a un malloppo. Come in un grottesco dei fratelli Coen, come in tanti crime drama americani e francesi. Personaggi laidi e mossi dall’avidità, in una Cina modernizzata e occidentalizzata senza più anima e già fatiscente, marcia. La mia recensione. Voto tra il 6 e il 7

3) Bones of Contention di Andrea Weiss. Panrama Dokumente.
Confuso documentario che parte dalla tuttora misteriosa morte di Garcia Lorca per approdare non si capisce dove, affastellando troppi elementi e temi, cavalcando senza costrutto e senza un progetto decenni di storia spagnola del Novecento. L’inizio di Bones of Contention è Garcia Lorca, fucilato dai franchisti a Granada senza che mai se ne sia trovato il corpo. Si presume sepolto in una delle tante fosse comuni in cui le squadre della morte fecero sparire le loro vittime, pare 120mila tra guerra civile e dopoguerra. Ma, essendo questo un film lgbt militante, non si segue la pista dei cadaveri mai trovati e si fa di Lorca un protomartire della causa omosessuale. Il che potrebbe anche andar bene, ma allora che il documentario a quella sua tremenda fine si attenesse, che si facesse indagine e messa a punto storica di quanto accaduto, e del perché. Invece si abbandona subito la pista Lorca per aggiungere altri elementi, passando dalla questione delle vittime mai trovate del franchismo alla rievocazione, attraverso testimonianze, di quanto si stesse male da gay e lesbiche sotto il regime del caudillo (ancora negli anni Settanta si poteva finire in galera, come ci raccionta un signore che l’esperienza l’ha vissuta). E poi, altro salto, ecco il racconto di come, a partire dalla prima marcia per i diritti gay a Barcellona nel ’77, tutto cominciò a cambiare. Fino a far diventare la Spagna una mecca del liberazionismo omosessuale. Cos’è questo film, che pure qua e là mostra del materiale d’archivio di un certo interesse? Si vuol parlare di Lorca, dei desaparecidos tutti ai tempi della dittatura, della condizione omosessuale sotto Franco e dopo Franco? O del perché quello che era verso i gay il paese pià repressivo d’Europa sia diventato il più aperto alla causa? C’è troppa roba, per 75 minuti. Certo, sarebbe stato interessante cogliere la contraddizione posta dall’ultimo interrogativo e svilupparla. Ma si sarebbe dovuti fare un qualche discorso complesso che qui invece manca per lasciare il posto alle solite spicce semplificazioni in bianco e nero, alla solita unidmensionalità da film-manifesto. Occasione sprecata. E poi, Dio mio, oggi mica si può più fare un documentario così, con la voce fuori campo a leggere brani di Lorca, le interviste ai mezzibusti parlanti, le spieghe interminabii, l’intento didattico, che sembra di ripiombare indietro di decenni. Voto 4

4) Motza El Hayam (Low Tide) di Daniel Mann. Forum.
Una delle belle scoperte della Berlinale, questo piccolo film isareliano presentato senza grancassa a Forum, la sezione che più osa e più esplora di tutto il festival. L’impassibile, ma insieme pudicamente partecipe, ritratto di un uomo – un quarantenne – che molto aveva e molto ha perso, e adesso alla deriva. Sì, Yoel Kanovich è stato lasciato dalla moglie Sigal, e fatica a elaborare il lutto per la morte dell’amato padre, ma davvero son queste le cause scatenanti del suo sprofondare nel niente? Del suo autosabotarsi? Fa di tutto per farsi licenziare dalla scuola dove insegna storia, rischia l’accusa di diserzione per non essersi presentato, lui riservista, nella caserma dov’è stato richiamato. È una discesa voluta, scelta, che nessuno e niente sembra poter fermare. Yoel, nella sua divisa mimetica e con tanto di mitragliatore addosso, vaga per Tel Aviv, si trasforma man mano da uomo inserito in un meccanismo sociale funzionante inun  escluso e fuori rango, fa strani e incongrui incontri. Un militare, un commesso viaggiatore che maschera il suo fallimento, una giornalista francese che sembra amare molto le divise e che filma con il suo smartphone soldati israeliani facendo loro leggere una lettera d’addio (perché lo fa? e chi ha scritto quella lettere? lei? qualcuno che l’ha lasciata?). Quella che nei film di Antonioni era alienazione qui è, semplicemente e tragicamente, puro nichilismo. Male da cui Yoel è afflitto e il cui primo sintomo è stato un improvviso silenzio, un buco nero mentale, mentre un giorno a scuola stava spiegando ai suoi alunni la Dichiarazione Balfour con cui l’Inghlterra riconobbe al popolo ebraico il diritto di ‘un focolare in Palestina’. In questo film solo in apparenza algido il regista Daniel Mann gioca di sottrazione, di ellissi, di sottotesti, di messaggi cifrati (sarà un’allusione politica l’accenno alla Dichiarazione Balfour?). Allineandosi con quel cinema della reticenza che è tanta parte della nuova autorialità. Fino a un finale ambiguo e aperto al meglio e al peggio, alla salvezza e all'(auto)condanna. Spezzando, come oggi tanto si fa, ogni linearità narrativa, Daniel Mann sembra mimare con la destruttutazione del suo film l’eplosione-sconnessione in atto nella testa del suo protaginista. E gli enigmatici video della giornalista, e le immagini di una città semidistruta (Gaza?), più che spiegare l’inspiegabile, ovvero la crisi di Yoel, diventano una specie di estensione visiva del suo disagio, una materializzazione delle sue forze e dissociazioni psichiche. Bel film, sperando che in qualche modo arrivi nei nostri cinema, o su qualche piattaforma. Voto 8

5) Insyriated di Philippe Van Leeuw. Panorama.
Oggi, in una città siriana (Damasco? Alepo? Homs). Un cortile tra edifici sfregiati dalle bombe, un cecchino nascosto da qualche parte pronto a colpire chi si azzarda ad attraversarlo. E, in un appatamento sul cortile, una famiglia e i suoi ospiti asserragliati, sperando di sopravvivere al caos e alla guerra là fuori. Un microcosmo governato con pugno di ferro dalla madre-matriarca Yazun. Ma un fatto drammatico rischia di distruggere il già precario equilibrio di quella convivenza. La mia recensione. Voto 6 meno

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