Berlinale 2017. I 4 film che ho visto giovedì 16 febbraio: On the Beach at Night Alone; Joaquim; El Pacto de Adriana; Headbang Lullaby

El Pacto de Adriana

El Pacto de Adriana

1) On the Beach at Night Alone (Bamui haebyun-eoseo honja) di Hong Sangsoo. Competizione.
Il più enigmatico di tutti i film di Hong Sangsoo. Una giovane, bellissima donna coreana ad Amburgo parla di amore e altre complicazioni con una connazionale autoesiliata nella città tedesca. Ci sarà poi il suo ritorno in una città di mare del Sud Corea, l’incontro con amici e ammiratori (è un’attrice assai amata). Con un sogno che forse non è un sogno, o è un sogno dentro un altro sogno. E un uomo misterioso che incombe. La mia recensione. Voto tra il 7 e l’8

2) Joaquím di Marcelo Gomes. Competizione.
Biopic su un eroe nazionale brasiliamo, meno reverente di quanto ci si aspettasse. Siamo nel Brasile sotto dominio portoghese del Settecento, il luogotenente Joaquím José da Silva Xavier viene mandato nella parte più disagiata del paese alla ricerca di nuovi filoni auriferi in grado di risollevari le sorti economiche della corona. Conoscerà la fronda indipendentista anti-Lisbona, passerà dalla loro parte. Non granché, ma almeno Joaquim si astoene dai più smaccati toni agiografici: è già qualcosa. La mia recensione. Voto 5+

3) El Pacto de Adriana di Lissette Orozco. Panorama Dokumente.
Gli anni del Cile di Pinochet, gli anni degli oppositori torturati e uccisi, dei desaparecidos, in un documentario che non è il solito per quanto benemerito documentario su quel tempo difficile, ma che è anche un racconto di famiglia e un diario personale. E un fare i conti con se stessi, il proprio passato e presente, le proprie appartenenze e gli affetti. Chi è davvero Adriana, la brillante e bellissima zia che la regista Lissette Orozco ha sempre molto ammirato e visto, fin da bambina, come un modello di riferimento? E che ora se ne sta molto lontana da Santiago, in Australia. Perché? La nipote le parla via Skype, e man mano dai semplici affari di famiglia si passa a cose più grandi e spaventose. Si passa alla Storia. Lissette vuole avere risposte, vuole sapere di più, vuole sapere su tutto su quanto è stato pubblicato dai media, delle accuse che pendono sulla testa di zia Adriana. La quale da giovane donna – erano i primi anni Settanta – fu arruolata nei ranghi della DINA, la potente e assai temuta polizia segreta del regime di Pinochet, come assistente di uno dei suoi capi. ‘Ero solo una segretaria, non sapevo niente di torture, ammazzamenti e sparizioni, non ho mai avuto a che fare con un detenuto’, si giustifica Adriana: con i media, con l’opinione pubblica, e con la nipote Lissette. La quale la incalza: eppure zia ti accusano di cose terribili, di aver torturato e ammazzato. Lo dice un pentito della DINA, lo sostengono gli esperti di quel periodo che non potevi non sapere, non potevi non partecipare. Ma Adriana, che è dovuta andarsene dal Cile per non finire sotto processo (e intanto la sua casa di Santiago è costantemente presidiata da dimostranti che ne reclamano l’estradizione dall’Australia) continua a negare. Il nuovo di questo spiazzante film  – sarebbe bello se qualcuno lo importasse in Italia – sta nello sgomento di una giovane donna che vede sgretolarsi una figura femminile da lei mitizzata. Come si fa ad accettare, a sopportare, che un tuo familiare nasconda un lato tanto oscuro? Il film è soprattutto questo, è la lacerazione indotta dalla Storia e dall’irruzione del vero in una storia intima e personale. Ma è anche una lezione, l’ennesima, sulla banalità del male, su come persone qualunquemente normali e perbene possano trasformarsi in criminali senza provarne rimorso e pentimento. Appassionante come un thriller, perché El Pacto de Adriana è anche, a modo suo, una detective story, una ricerca di colpevoli e innocenti. Voto 7 e mezzo

4) Headbang Lullaby di Hicham Lasri. Panorama.
Mi spiace, ma dev’esserci una seria incompatibilità tra me e il cinema del marocchino Hicham Lasri, autore che gode di buonissima reputazione. Un paio di anni fa, sempre alla Berlinale, sempre a Panorama, trovai inguardabile il suo Starve Your Dog, un sovreccitato e confuso racconto con ambizioni di affresco sociopolitico. E stavolta, sempre a Panorama (i cui responsabili evidentemente molto credono in Lasri), non son proprio riuscito a farmi piacere questo suo nuovo Headbang Lullaby (e già il titolo). Stando all presbook, lo si direbbe un miniaffresco con ambizione di metafora delle contraddizione di un paese, il Marocco, sospeso e teso continuamente tra tradizioni e modernità indotta, tra vecchie pratiche politiche e ansie di rinnovamento democratico, colto dal regista in un anno cruciale della sua storia di fine Novecento, il 1986. Ma quel che passa sullo schermo sembra più una commedia rumorosa e caotica con rimandi a noi incomorensible alla realtà nazionale.
Siamo nel 1986. Una rivolta per l’aumento del prezzo del pane ha appena scosso il Marocco, e intanto la nazionale si sta facendo onore ai mondiali di calcio passando per la prima volta il girone eliminatorio. Un poliziotto disilluso di nome Daoud viene mandato a presidiare un ponte autostradale nel nulla del deserto, pare che da lì debba passare il corteo reale e lo si vuol tener fuori dalla rivalità tra due villaggi vicini. Daoud verrà coinvolto e travolto da situazioni assurde e comiche, tutto sprorofonderà nella confusione. Onesi intenti, peccato che Hicham Lasri adotti una modalità grottesca (e grossolana) alquanto indigeribile, con una visualità chiassosa e sgargiante-pop che vorrebbe essere ipermoderna e allineata agli standard internazional-giovanili ed è solo vacuo barocchismo. Con derive immaginifiche tra Fellini e Jodorowski oggi alquanto sdate. Bisogna riconoscere a Lasri il tentativo di emanciparsi da certi cliché del cinema arabo alto e popolare (il melodramma, la commedia etnica ecc.), e però il risultato è quello che è. Scarso. Voto 4

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