Mad Max – Oltre la sfera del tuono di George Miller (1985).

Per cine-archeologi. Dopo l’incredibile successo globale di Mad Max: Fury Road e i sei Oscar incamerati giusto un anno fa (sì, d’accordo, solo nelle categorie cosiddette tecniche, ma pur sempre un bel malloppo) si dovrà pure tornare filologicamente alla fonte, alla trilogia sempre diretta da George Miller che fondò negli anni Ottanta il mito del cineguerriero post-apocalittico. Bisognerà pur ritrovare quei Mad Max che, intercettando l’onda punk e post-atomica del tempo la tradusse in un cinema di enorme successo popolare-globale, fondativo di un genere e di una imagerie che ancora continuano senza sosta a riempire gli schermi, e non solo per via del self-remake e self-reboot dello stesso Miller. Quella lontana saga australiana oltretutto lanciò come superstar Mel Gibson e lo portò a Hollywood, con le conseguenze (filmiche e non) che ben sappiamo. Stavolta in Oltre la sfera del tuono, ultimo episodio del trittico, il guerriero Mad Max (Gibson, ovvio), sempre un po’ guercio e malridotto ma di intatta energia, si aggira come sempre in un mondo di sopravvissuti – orrendi ceffi a vedersi, luridi, sporchi e carogneschi -, in lande desertiche e desolate da paura. Finisce nella città governata da Aunty Entity, che è poi, culto assoluto, una Tina Turner perfetta quale Crudelia-Turandot del post-catastrofe, madre e regina castratrice e dominatrice di maschi. Mad Max dovrà sottoporsi a un duello gladiatorio che è un’ordalia, e naturalmente chi perde è (letteralmente) morto. Tina Turner canta e lancia We don’t need another hero, e fu subito vetta della charts. Dei tre Mad Max, quello dai maggiori incassi.
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