Un film-cult stasera in tv: FLAVIA, LA MONACA MUSULMANA (ven. 3 marzo 2017, tv in chiaro)

Flavia, la monaca musulmana, un film di Gianfranco Mingozzi (1974). Iris, ore 0,31. Venerdì 3 marzo 2017.
flavia5bigIncredibili, quegli anni Settanta del cinema italiano. Con film di una selvaggeria e di un estremismo anarcoide come mai prima, e mai più dopo. Oggi non sarebbe neppure immaginabile questo Flavia, la monaca musulmana, opera di un regista venuto dal documentario, Gianfranco Mingozzi, che riuscì a trattare cose complicate e a essere un successo di pubblico. Anche perché, con i suoi interni chiusi di monasteri perlopiù inquieti se non perversi, e percorsi da voglie di ogni tipo, si inseriva in quel genere conventual-erotico, in quella nunsploitation inconsapevolmente aperta La monaca di Monza di Eriprando Visconti (e anche da I diavoli di Ken Russell) con gran scandalo e grandi incassi. C’era, sullo sfondo del genere, la polemica antireligiosa e anticattolica allora assai sentita nella parte che si riteneva più modernizzante e avanzata del paese, c’era tutto il gran sommovimento culturale post-Sessantotto contro le tradizioni. E su questo film si riverberano pure le lotte del nascente movimento femminista con la loro messa sotto accusa della società patriarcale. Tanta roba, forse troppa, che si accumula e sedimenta in un film dal fondo selvaggio e sanguinolento (se ne vedono di ogni durante il massacro di Otranto), ma con sincere ambizioni di guerriglia culturale antisistema.
E  però quel che oggi più interessa è come Mingozzi e i suoi sceneggiatori abbiano messo in scena, al massimo del realismo, il cruciale scontro di civiltà tra Ocidente cristiano e Islam, senza probabilmente rendersi conto di anticipare di almeno tre decenni una questione così centrale e sensibile. Siamo a Otranto, poco prima e subito dopo il massacro del 1480 per opera dei turchi che, espugnata la città, la misero a ferro e fuoco torturando e ammazzando più di 800 persone. Una strage che si è impressa nella memoria del nostro Sud e di cui rimangono vestigia e reliquie nella Cattedrale di Otranto, in primis quella raccolta di ossa e teschi che Carmelo Bene rievoca ossessivamente nel suo Nostra Signora dei Turchi (gli 813 martiri di Otranto, uccisi perché rifiutarono la conversione all’Islam, sono stati santificati recentemente da Papa Francesco). Flavia Gaetani – figura tratta con molte libertà dalla storia – è una donna assai consapevole e determinata costretta dalla propria famigia e dalle convenzioni sociali a farsi monaca. Dovrà cedere, ma coverà in convento un’ansia di ribellione e di rivalsa verso la famiglia e il mondo che le hanno imposto una vita di sottomissione. E quando i Turchi assaltano la città lei vede la grande occasione per vendicarsi: passa dalla loro parte, guidandoli e incitandoli alla strage dei suoi concittadini. Il sultano Ahmed chiederà a Flavia di entrare nel suo harem, ma, dopo il suo rifiuto, la abbandonerà a se stessa. Ricaduta nelle mani dei cristiani verrà sottoposta a pubblico supplizio. Come no, il film è anche leggibile come sexploitation anni Settanta, eppure sotto quella scorza facile facile si agitano faccende complesse (lo scontro, ma anche l’oscillazione, il passaggio, tra culture diverse; il tradimento del proprio mondo) che oggi nessuno penserebbe mai di affrontare in un film popolare. La grandissima Florinda Bolkan, icona del cinema anni Settanta, è Flavia. La mitologica Maria Casarés (Les Enfants du Paradis) è Agata, monaca che voleva farsi Papa. Nel cast anche Claudio Cassinelli e Spiros Focas.

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