Recensione: LA LEGGE DELLA NOTTE, un film di Ben Affleck. Sarà anche il flop dell’anno, ma non è così male

LIVE BY NIGHT035459La legge della notte (Live by Night), un film di Ben Affleck, Con Ben Affleck, Siena Miller, Remo Girone, Elle Fanning, Zoe Saldana, Chris Cooper, Brendan Gleeson.
285198Il grande flop della cinestagione in corso. Una saga criminale anni Venti, con incursioni nelle zone oscure e malate della Nazione Americana, che Ben Affleck gira e interpreta assai classicamente, anche troppo. Un film bien fait, molto corretto anche se privo di punte, che si meritava di più dal pubblico. Voto 6+
LIVE BY NIGHTGià classificato come il peggio cine-disastro della stagione 2016/17. E stop clamoroso alla carriera di Ben Affleck, che questo film l’ha fortemente voluto, diretto, coprpodotto (con Leonardo DiCaprio), interpretato. Un disastro in cui qualcuno vede l’inabissarsi della sua carriera. Proprio mentre –  sono le giravolte del destino – il fratello Casey, finora il minore, e non solo per età, della famiglia, si prende l’Oscar come migliore protagonista per Manchester by the Sea e arriva all’apice. Progetto ambizioso, questo La legge della notte, tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Dennis Lehane, scrittore, forse per le contorsioni psichiche dei suoi personaggi e le atmosfere dark, molto amato dal cinema (Shutter Island e Mystic River derivano da libri suoi, come l’esordio dello stesso Ben Affleck alla regia, Gone Baby Gone). Saga che è l’ennesimo (grande?) racconto americano sull’era dei gangster, su quegli anni Venti che continuano a ruggire negli inconsci individual-collettivi e nelle memorie dela nazione, e nelle teste di produttori e autori di Hollywod. Cose tipo il proibizionismo, le guerre tra bande per il controllo dei territori, gli scontri che sono sì di predominio criminale ma anche di carattere etnico, hano sempre funzionato al cinema, a partire dall’epopea noir degli anni Trenta, quella di Pericolo pubblico e il primo Scarface. Ne abbiamo visti di padrini e picciotti, in versione sicula ma anche irlandese, ebraica, cubana, solo che da un po’ l’illustre genere non veniva praticato. Ben Affleck ha avuto fegato a riesumarlo con tutti i borsalino del caso e i soprabiti avvitati, e però non gli è ansata bene, il pubblico non ha gradito, sintomo che qualcosa nel profondo è irreparabilmente successo nel nuovo spettatore globale rispetto a quello dei decenni precedenti. I grossi blockbuster più o meno super-eroistici, e i cartoni di ogni risma e tecnica, e forse le nuove tecnologie, sembrano aver monopolizzato l’interesse delle platee, appiattito i gusti, prosciugato ogni curiosità verso altri generi e tipi di cinema. Figuriamoci il crime come questo, in versione rétro e ‘in costume’. Cosa mai volete che sappia un ventenne medio spettatore di quegli anni Venti, probabilmente confusi con il Medioevo e l’era napoleonica in un indistinto passato remoto? Oltretutto Ben Affleck non fa niente per aggiornare il genere e arruffianarsi i consumatori di popcorn con qualche effettaccio speciale, tutt’al più va giù pesante nelle scene di violenza e di barbari e spietatissimi ammazzamenti (vedi lo scontro in sottofinale), mantenendosi ancorato però alla dignità e alla classicità del gangsteristico così come ci è stato tramandato nei decenni del Novecento.
Anche troppo, se vogliamo. Il limite delì’operazione sta nella sua impaginazione solida, impeccabile e però déjà-vu, nel suo non osare mantenendosi dentro il recinto della convenzione, del canone. Che sarà anche una forma di pudore e rispetto, ma che finisce con il bloccare ogni possibile esplorazione di altre forme. Affleck, che dietro la mdp ha dimostrato di saperci fare (The Town è bellissimo, Argo, Oscar come migliore film, a momenti travolgente), è sempre stato un autore classico, apollineo, nel solco delle regie virili, senza fronzoli e smancerie, improntate a sobrietà e essenzialità, di cui il massimo rapprsentante è oggi Clint Eastwood. Qui però non basta, forse perché la storia di Lehane non è così saga criminal-gangsteristica americana canonica, inserendo nel vivo della narrazione altri elementi, altri richiami. Ambiziosamente, Lehane vuol suggerire attraverso la sua storia la storia della nazione, o almeno un suo pezzo, mostrando i lati ocuri e folli, le derive razziste e biancco-suprematiste, il difficile amalgama tra etnie diverse, tra identità culturali anche opposte, come quelle cattolica e protestante divise da una faglia sempre di massima instabilità e pericolosità. E poi intossicazioni psichiche di ogni tipo, dagli amori malati ai deliri collettivi di movimenti pseudocarismatici all’antisemitismo. Ben Affleck, anche sceneggiatore (ed è il caso di ricordare che come sceneggiatore vinse insieme a Matt Damon un Oscar per Will Hunt genio ribelle), per questo suo film fortissimamente voluto e inseguito per anni, ha sì mantenuto quegli echi dark, quelle ambiguità, quelle deviazioni presenti in Lehane, ma non ce l’ha fatta a tasformarli in visioni cinematografiche, in oltrepassamento del mero real-naturalismo. Di fronte a episodi come quello della ex ragazza perduta diventata predicatrice e aspirante redentrice dal peccato della città di Tampa, si pensa a cosa ne avrebbe cavato, per dire, il Paul Thomas Anderson di Il petroliere, The Master, Inherent Vice, uno che ce la fa, ce l’ha fatta, a rivoltare la storia americana andando a  percorrererne i labirinti segreti, portandone a galla le pulsioni inconfessabili, dall’avidità al senso di onnipotenza. Il classicismo di Ben Affleck, pur nobile, lo porta a non intercettare pienamente quelle interne, nascoste vibrazioni, a non farne cinema pulsante. Ed è un peccato, e il limite di La lagge della notte.
Come tanti reduci dalla Grande Guerra, l’americano di famiglia irlandese Joe Coughlin, non riesce a, o non vuole, reinserirsi nel flusso della normalità postbellica, si dà alle rapine di banche, scegliendo una vita che lo mette in conflitto con il padre poliziotto. Verrà notato e ingaggiato dal boss Albert White, farà il salto nel giro grande, ma commetterà – consapevolmente – l’errore di innamorarsi della donna del capo (una meravigliosa Sienna Mller), e saranno naturalmente guai. Scapperà, diventerà collaboratore di un altro boss, l’italiano Maso Pescatore (attenzione, è Remo Girone, in una specie di Tano Cariddi internazionalizzato e hollywoodizzato). Che lo incarica di spostarsi da Boston a Tampa, Florida, e di occuparsi della lucrosa vendita clandestina di alcol (dinenticavo: siamo in pieno proibizionismo, una manna per criminalità organizzata e disorganizzata). E lì sono alleanze (con la mafia cubana) e scontri (con il Ku Klux Kan, ferocemente anticattolico). Sarà anche amore, matrimonio e famiglia. Ne succedono di ogni, problemi privati e guerre per il controllo del territorio, tradimenti e vendette. Sempre in quelle atmosfere punitive, e vagamente perverse-allucinate, alla Lehane. Per dire: la figura del primo boss, White, che man mano si trasforma per Joe in una specie di mostro persecutore, di metafisica minaccia, di psichico Moby Dick, fino a uno scontro che è anche una resa dei conti con se stesso e i propri fantasmi. Ben Affleck, che si è tenuto il ruolo protagonista, si muove sonnambolico e straniato lungo tutto il film, con quel suo corpo ormai rallentato dalla troppa massa muscolare e quella maschera facciale fissa, alla Eastwood o alla Schwarzenegger. Il che ha suscitato i soliti sberleffi e lazzi da parte dei giovinastri che si divertono a sfregiare icone e tirar giù dal piedestallo i famosi (è il dominante spirito anticasta e antiélite applicato allo stardom). Sostengo, mica da oggi, che l’inespressività di Affleck è il suo identificativo d’attore, una scelta di campo, un collocarsi nella tradizione delle icone lignee di Holywood. Mica bisogna essere tutti Jack Nicholson, anzi il prendere le distanze dagli eccessi istrionici e dalla iperespressività della tradizione del Metodo qualche volta fa bene (pure a noi spettatori). L’ho trovato meraviglioso in Batman vs Superman, il Batman definitivo, e non capisco come lui e il film siano stati massacrati dai recensori, e somersi qualche settimana fa da un diluvio di Razzies. Resto un pro-Affleck. E spiace vedere come un film non risolto ma anche onesto e bien fait come La legge della notte sia diventato, in negativo, il caso dell’anno.

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