Recensione: MISTER UNIVERSO, un film di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Storie (non felliniane) di circo e di portafortuna

OC901224_P3001_217886 Mister Universo, di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Con Tairo Caroli, Wendy Weber, Arthur Robin, Lilly Robin. Al cinema da giovedì 9 marzo 2017. Sul sito di Tycoon Distribution, le sale in cui è proiettato (a Milano al Beltrade).
OC901225_P3001_217887OC901228_P3001_217889Arriva sul mercato Tycoon, una nuova label di distribuzione che punta sul cinema di qualità. E che comincia con questo gran bel film visto (e segnalato con menzione speciale dalla giuria) al festival di Locarno 2016. Ibridando documentario e narratività, la coppia registica Covi-Frimmel – lei sudtirolese, lui austria- ci racconta di un giovane domatore di nome Tairo che percorre l’Italia in cerca di un portafortuna. E sono incontri di famiglia e frammenti di storie circensi che emergono. Un film di meravigliosa naturalezza dove non senti mai la macchina da presa, dove tutto è perfetto e niente è fuori posto. E se è ancora usabile la parola incantevole, Mister Universo lo è. Da non perdere (sul sito di Tycoon le sale in cui è proiettato). Voto 8
2OC901231_P3001_217891Arrivata al terzo film, la coppia registica Tizza Covi-Rainer Frimmel (lei di Bolzano, lui austriaco, tutti e due fotografi passati al cinema) realizza la sua cosa migliore. Un film che porta a maturazione quell’ibridare documentario e narrazione messo a punto nel loro primo lungometraggio La pivellina, lanciato alla Quinzaine a Cannes e diventato buon successo arthouse in molti paesi, e poi sviluppato nel secondo Il brillio del giorno, visto proprio qui a Locarno qualche anno fa (premio al migliore attore). Sono molto coerenti, Covi-Frimmel, prediligono il racconto, i racconti, dell’ambiente circense, dei circhi minori che piantano lo châpiteau nelle periferie e campano come possono. Era gente di circo quella che in La pivellina adottava la bambina abbandonata, e uno di loro è diventato poi – in una sorta di spinoff – il coprotagonista di Il brillio del giorno. La matrice è sempre la stessa, il mondo dei clown, dei domatori, dei giocolieri, dei contorsionisti, degli acrobati, e le storie successive, i film successivi, sembrano essere nati per gemmazione spontanea, inseguendo personaggi laterali o percorrendo piste appena accennate.
Anche il giovane uomo che sta al centro di Mister Universo, Tairo, appariva bambino in La pivellina. Ora che è cresciuto, fa il domatore, quattro animali vecchiotti e bonari che lui tratta come gente di casa, rimpiangendo l’anziana e amata tigre che ha appena perso. Tairo Caroli interpreta se stesso, personaggio e attore coincidono nel nome e in molti dettagli esistenziali, e però la storia raccontata è almeno in in parte fictionalizzata, narrativizzata, pur conservando il segno della realtà catturata in diretta. Mister Universo è un incanto, ecco, è cinema povero di mezzi e ricco di idee, è cinema della semplicità ma per niente ingenuo. Covi e Frimmel non sbagliano niente, di quei miracoli in cui tutto è perfetto, i dialoghi, i personaggi, gli ambienti, tutto è credibile, e l’avventura di Tairo che attraversa l’Italia in cerca di un nuovo talismano sembra miracolosamente farsi sotto i nostri occhi, nel mentre la vediamo. L’artificio del cinema viene annullato, la macchina da presa sembra sparire, come capita, per dire, con Rossellini o il migliore Godard. Succede che a Tairo, tipo deciso ma anche massimamente simpatico, rubano la cosa cui tiene di più, il suo portafortuna, un ferro che un mitico Mister Universo arrivato a lavorare nei circhi italiani piegò davanti a lui bambino con la forza dei suoi muscoli leggendari. Si chiamava Arthur Robin, era stato il primo black a vincere quel titolo. Tailo vuole ritrovarlo, farsi ridare un altro ferro portafortuna, sente che è l’unico modo di proteggere la sua vita, di metterla in sicurezza. Così lascia il tendone e le sue adorate tigri e i suoi leoni, e comincia la ricerca. In un viaggio che è anche un ritrovare parenti e amici, la madre, il fratello che non vede da quattro anni, e poi su, fino al Nord. Mentre un pulviscolo di microstorie si è materializzato davanti a noi, e son delizie, come lo scimpanzè che ha lavorato con Fellini e Dario Argento. Mister Universo è anche, senza la minima spocchia e senza tirarsela da documento antropologico, un viaggio dentro la vita e la cultura materiale del popolo del circo, ammassato con i suoi caravan nelle periferie delle città, spesso confinante con i campi rom. Si notano un discreto benessere medio nonostante i tendoni semideserti, il rischio dell’assimilazione e della perdita dell’identità, ma anche l’orgoglio della propria irriducibile diversità. Un film in cui sembra non succedere niente, ma è un niente che se lo osservi da vicino brulica di significato, di cose, fatti. Dialoghi di meravigliosa naturalezza. (Si imparano tante cose da questo film, ad esempio come scacciare il malocchio con una candela: son cose che servono, non si sa mai.)

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