Recensione: LOGAN, un film di James Mangold. Crepuscolo di un supereroe

489520017712Logan – The Wolverine, un film di James Mangold. Con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne Keen, Boyd Hollbrook.
473977330679Stanco, disilluso, malato: torna Wolverine, e non è più l’invincibile che si conosceva. Stavolta deve affrontare il declino fisico, e intanto proteggere una bambina mutante da un mucchio selvaggio che la vuole morta. Uno Hugh Jackman lesionato, eppure maestosamente paterno sulla scia del John Wayne del Grinta e del Clint Eastwood di Gran Torino (ma sono tante altre, qua e là, le citazioni cinefile). Un super-eroistico che ripensa e riscrive il genere, davvero ottimo (solo troppo lungo, ma è un vizio ormai endemico). Voto 7 e mezzo
049897015369Bello davvero, questo Logan, che prende il suo X-Man Wolverine e lo immerge in un crepuscolo malinconico e in certi momenti perfino straziante. E la lezione è che nemmeno i supereroi dai superpoteri possono sottrarsi al destino degli umani, alla loro finitudine. Certo c’è voluto del coraggio da parte della produzione, e di regista e autori tutti, da parte anche dello stesso Hugh Jackman che si gioca vita e morte del personaggio che l’ha fatto famoso (e presumo pure ricco), per realizzare questa fine di un ciclo cinematografico, questa resa dell’uomo-lupo dagli artigli letali, del mutante invincibile. Ma il risultato è ottimo, al di là di ogni aspettativa. Con una narrazione che si regge molto bene per un’ora e mezza e se mai incespica nell’ultima parte (due ore e 17 minuti sono francamente troppi e la trovata, in sé anche brllante, del doppelgänger, del replicante di Wolverine riprodotto in laboratorio, non c’entra granché con il resto della storia, è del tutto inessenziale ai fini dello sviluppo narrativo e sta lì solo per fare minutaggio, temo). Racconto modellato su prototipi e archetipi soprattutto western, nella loro versione con il vecchio e/o malandato, e usurato dalle troppe battaglie, pistolero enrato in fase sapienzale, pronto a dispensare la saggezza raggiunta tanto perigliosamente e a dare una mano – ma senza smancerie, sempre con virile sobrietà e pudore – ai deboli, agli inermi che ne han tanto bisogno in un mondo di belve. Deboli che di solito son donne e bambini, come le signore prese sotto ala protettrice da Clint Eastwood in Gli spietati, o come la ragazzina supportata da John Wayne nel Grinta (e da Jeff Bridges nel remake dei Coen). O come, andando fuori western, il ragazzino asiatico di Gran Torino cui il rude blue collar in pensione fa da maestro di vita (ed è ancora Eastwood).
Stavolta tocca a Hugh Jackman, che si dimostra all’altezza degli illustri prototipi. Se quei film erano sulla paternità traslata e sostitutiva, su una voglia neanche tanto inconscia di far comunque da genitori in mancanza di prole biologica, qui si va inaspettatamente sulla paternità vera, benché risultante da un’evoluzione tecno-biologica della cosiddetta fecondazione assistita.
Dunque, un Logan acciaccato e assai malmesso da non si capisce bene quali afflizioni e patologie connaturate al suo essere un mutante in fase di invecchiamento e usura (queste cose le lascio ai cultori-nerd della saga Marvel che tutto fanaticamente sanno), raggiunge il rifugio in Messico dove sta rinchiuso il suo mentore Charles Xavier, ormai novantenne e incapace di tenere sotto controllo i suoi poteri se non sedato da certi potentissimi e carissimi farmaci. Ad assisterlo l’albino Calibano (e ogni rimando alla Tempesta di Shakespeare immagino sia voluto). L’obiettivo di Logan è di portarselo via, quel suo padre putativo (l’ho detto, questo è un film sulla paternità), salvarlo, sottrarlo alla banda di cattivi che danno la caccia agli X-Men, mettersi al sicuro con lui su uno yacht. Per il quale però ci vogliono soldi, molti soldi, che Logan non ha. Una messicana riesce a stanarlo: ha bisogno di lui, l’unico che può salvare lei e sua figlia, una ragazzina dagli strani poteri diventata l’obiettivo degli spietati cacciatori di mutanti. Logan rilutta, è stanco, forse malato, disilluso, ma il suo senso dell’onore prevarrà, e si ritroverà a proteggere quella strana, inquietante bambina con la fatidica X nel codice genetico. Solo che la sua genesi, come apprenderemo, non è naturale, pur avendo in comune con Logan più di quanto si possa supporre. Sarà fuga dal Messico all’America, e poi su fino al confine con il Canada, mentre dietro la banda dei malvagi non risparmia efferatezze pur di beccarli. Vogliono la bambina, e Logan è l’ostacolo da togliere di mezzo a ogni costo.
Ci sono parecchie sorprese che trasformano quello che è un classico inseguimento, peraltro in panorami squisitamente western, con scontri feroci e sanguinosissimi, in qualcosa di meno scontato. L’ottimo James Mangold si concede una sfilza di voluttuose citazioni cinematografiche, in primis quella di Il cavaliere della valle solitaria (Shane il titolo originale), mitologico western anni Cinquanta di George Stevens con Alan Ladd, che Charles e la ragazzina avidamente guardano e riguardano. Clonando perfino la storia del film di Stevens nel lungo episodio della famiglia di farmer che ospita (incautamente) Logan e la sua strana famiglia al seguito – Charles e la bambina Laura. Ed è difficile, se si è cinefili, resistere alla seduzione di un ricalco-omaggio tanto devoto. Mangold dimostra anche di aver tenuto d’occhio certe evoluzioni dell’action-horror-fantasy, in primis la fantasmagoria visionaria neoapocalittica del George Miller di Mad Max: Fury Road, con il quale gli inseguimenti attraverso il deserto con armi e veicoli avveniristici simili a gigantescghi, mostruosi insetti metallici (siamo, se ricordo bene nel 2029, insomma dopodomani) presentano evidenti affinità.
Ma in questo tramonto dei supereroi, con parecchi interrogativi su cosa sia bene e cosa sia male (Logan è uno dei personaggi più tormentati mai visti in un blockbuster), è anche – senza darlo troppo a vedere – una sacrosanta, allarmata riflessione sulle sempre più invadenti tecnologie della riproduzione umana. Quei ragazzini mutanti frutto di inseminazioni di uteri a nolo (naturalmente le madri fecondatrici e portatrici verranno uccise una volta partoriti i figli programmati) sono un sinistro richiamo alle derive che stan prendendo certe fecondazioni assistite, chissà perché viste (ed è una distorsione ottica che rischiamo di pagare carissima) come nuova frontiera dei diritti. Ricco e strapieno di riferimenti, questo Logan. Che, oltre che il difetto dell’ecessiva lunghezza e della pretestuosità del doppelgänger messo in campo, soffre anche di una certa programmaticità. Un film anche troppo consapevole, troppo volutamente ‘meta’ nel suo riflettere su se stesso e le proprie forme, i propri modi di rappresentazione, fino a rasentare la cerebralità. In America è stato classifcato X-Rated, vietato ai minori (per un blockbuster annunciato succede raramente), e in effetti le scene efferate sono tante (il massimo: la bambina che lancia la testa da lei tagliata di uno dei suoi inseguitori, e par di rivedere la morte in forma di ragazzina che raccoglie la testa di Toby Dammit nell’indimenticabile espisodio di Fellini di Tre passi nel delirio. Poi dicono che i film supereroistici sono scemi. Quanto al gruppo dei ragazzini mutanti, non si può non provare un qualche brivido nel vederli tutti assieme in quel loro rifugio sulle montagne, e anche se stanno dalla parte del Bene ricordano parecchio certi infanti terribili, pericolosi e inquietanti di tanto cinema del passato, da Il signore delle mosche a Il villaggio dei dannati).

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